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Il fantasma di Thomas Hutchinson: ragione contro rivoluzione nell’America coloniale

Storia, costume e cultura

Il fantasma di Thomas Hutchinson: ragione contro rivoluzione nell’America coloniale

Prima parte Il 4 luglio 1776, a Philadelphia, veniva letta in pubblico la Dichiarazione di Indipendenza delle 13 colonie dalla Gran Bretagna, scritta da Thomas Jefferson, con il contributo di Benjamin Franklin e John Adams. Nello stesso giorno, a Oxford, l’ex governatore del Massachusetts, ora rifugiato

Gianluca Damiani08/03/2026Aggiornato 08/03/202613 min lettura2.680 parole
terza

Prima parte

Il 4 luglio 1776, a Philadelphia, veniva letta in pubblico la Dichiarazione di Indipendenza delle 13 colonie dalla Gran Bretagna, scritta da Thomas Jefferson, con il contributo di Benjamin Franklin e John Adams. Nello stesso giorno, a Oxford, l’ex governatore del Massachusetts, ora rifugiato politico in Gran Bretagna, Thomas Hutchinson, veniva onorato con un dottorato in legge.

L’ironia non stava solo nel fatto che Hutchinson è stato uno dei grandi anti-eroi della rivoluzione, dalla prospettiva americana, ma anche nel fatto che, secondo i suoi sostenitori, fu proprio la sua nomina, o imposizione, come Chief Justice del Massachusetts nel 1761, senza i titoli adeguati, poiché mercante e non giurista, ad avere innescato la scintilla delle future crisi politiche, che culminarono nello scoppio della rivoluzione.

Qualche mese dopo, Hutchinson avrebbe scritto una critica, punto per punto, agli argomenti esposti nella Dichiarazione di Indipendenza. Ma oramai era troppo tardi. Il dibattito politico aveva lasciato spazio alle armi, e non c’era più tempo per le sue sottili argomentazioni politiche, storiche e giuridiche.

Eppure, proprio a Hutchinson lo storico di Harvard Bernard Bailyn dedicò, nel 1974, una delle più importanti e affascinanti biografie su quell’epoca di passaggio dall’autorità coloniale britannica alla nascita di una repubblica indipendente, The Ordeal of Thomas Hutchinson.

Nel 1974 gli Stati Uniti si stavano avvicinando al loro bicentenario in un clima di crescente crisi politica, morale e sociale, dal Vietnam al Watergate. Da parte di una storiografia più militante, la pubblicazione di un libro dedicato a una figura nota ai più solo per essere stato il grande nemico degli eroi bostoniani come James Otis Jr., Samuel Adams, John Hancock e John Adams, l’esecutore, se non l’ispiratore, delle politiche liberticide del Parlamento britannico verso il Massachusetts, e di riflesso le altre colonie, fu accolta come una difesa travestita di Richard Nixon e di una politica law and order.

In realtà Bailyn era interessato a descrivere, attraverso la vicenda di Hutchinson, non solo la prospettiva dei lealisti, di quegli americani che nella grande lotta del 1764-83 erano rimasti fedeli al governo britannico, ma soprattutto il fallimento di una lotta condotta con ragionevolezza, razionalità, le armi del diritto, della filosofia e della storia, in un momento di radicale rivolgimento politico e di trasformazione ideologica.

Hutchinson è stato il grande avversario ideologico della rivoluzione a Boston, con un’aggravante: a differenza del suo successore, il generale Thomas Gage, del primo ministro Lord North, o dei generali e ammiragli mandati a pacificare le colonie, era un “americano”, nato e sempre vissuto a Boston, per giunta di un’antica e influente famiglia, e non un britannico venuto dalla madrepatria.

Eppure Bailyn presentava di Hutchinson un’immagine diversa: senz’altro conservatore per inclinazione, ma lontano dagli eccessi tirannici descritti dalla pubblicistica americana a lui contemporanea o dalla prima storiografia della rivoluzione. Pensiamo a Mercy Otis Warren, il cui marito comprò, a prezzo stracciato, la proprietà che Hutchinson aveva fuori Boston e che il governo ribelle gli requisì, senza indennizzo, mentre l’ormai ex governatore si trovava come rifugiato politico a Londra.

Un uomo che ha sacrificato la sua ricchezza, la sua incolumità personale e il suo lascito per la fedeltà a dei principi e a quella che riteneva non solo la posizione moralmente giusta ma anche quella favorevole agli interessi dei suoi concittadini.

Hutchinson, nell’interpretazione di Bailyn, è stato un eroe tragico, “correct, honourable, courageous and fatal”, che alla fine ha perso, sebbene avesse, quantomeno nel contesto del suo tempo, ragione. Ed è questo che rende affascinante la tragica esperienza politica di Hutchinson, un’esperienza che trascende le epoche e che può essere attualizzata ogni volta che le armi della ragione sembrano smussate contro quelle della demagogia.

Hutchinson è nato a Boston nel 1711, da una famiglia arrivata dall’Inghilterra nel Nuovo Mondo poco dopo l’arrivo dei primi Padri Pellegrini, con il Mayflower. Tra i suoi antenati troviamo la famosa Anne Hutchinson, che, entrata in contrasto con il dogmatismo puritano, fu esiliata dalla città nel 1638, ed è oggi ricordata come una coraggiosa combattente per la tolleranza religiosa e le libertà civili.

All’inizio del XVIII secolo, la rigida repubblica teocratica che aveva esiliato Anne Hutchinson non esisteva più e, con la nuova carta coloniale ottenuta dopo la Gloriosa Rivoluzione, e l’introduzione della libertà religiosa, l’élite puritana aveva perso gran parte del suo potere, ma non la sua influenza. Tra le ricche famiglie di mercanti di Boston, la famiglia Hutchinson era una delle più importanti.

Entrato ad Harvard, dove si diplomò nel 1727, il giovane Thomas fu ben presto coinvolto nelle attività commerciali paterne, oltre che nella politica della colonia del Massachusetts.

Se l’attività commerciale ne ha fatto un grande esperto di questioni economiche e soprattutto, come si vedrà, monetarie, fin da giovane Hutchinson mostrò anche una grande passione per lo studio della storia. Da questo sarebbe scaturita la monumentale The History of Massachusetts, in tre volumi, di cui l’ultimo completato in esilio e pubblicato postumo, forse la più autorevole opera storica scritta da un autore americano prima delle grandi opere di Francis Parkman e Charles Adams, il bisnipote di John, alla fine del XIX secolo. Ma soprattutto la sua fedele compagna attraverso i difficili anni che ne sanciranno l’eredità politica.

Boston nell’età coloniale era un’incubatrice di controversie e scontri, per motivi religiosi, politici ed economici. La prima volta che Hutchinson si trovò nell’agone pubblico, con una posizione controversa ma coraggiosa, arrivò alla fine degli anni Quaranta. Da più di un decennio, il Massachusetts era attraversato da una grossa crisi valutaria. A partire dall’inizio del secolo, il governo coloniale aveva iniziato a emettere carta moneta (bills of credit), abbandonando il cambio fisso con il metallo prezioso, l’argento. Il valore di questi bills of credit era garantito dal fatto che il governo li accettava per il pagamento delle tasse, o di altre forme di servizi o prestiti, entro un certo limite di tempo.

La continua pressione popolare per aumentare l’offerta di moneta aveva fatto sì che il governo continuasse ad allungare i termini entro cui questi potevano essere usati, diminuendone perciò il valore reale, ossia deprezzando la moneta. Questo andava a svantaggio dei risparmiatori e creditori e di coloro che avevano capitali e redditi fissi, ma a vantaggio dei debitori.

Presto si formarono due partiti: da un lato chi invocava una riforma monetaria, ossia il ritorno a un tasso di cambio fisso con il metallo prezioso. Dall’altro chi voleva continuare con il regime di emissione di nuova carta moneta, con schemi sempre più articolati e fantasiosi. Una di queste proposte era la cosiddetta Land Bank, ossia ancorare il valore della nuova carta moneta a quello della terra.

Nel 1743 il dibattito si fece estremamente intenso. Mentre i mercanti, compreso Hutchinson, sostenevano il primo punto, la seconda proposta aveva l’appoggio dei gruppi popolari e di esponenti come Sam Adams Sr., il padre del futuro rivoluzionario. Ma l’estensione alle colonie del Bubble Sea Act, che prevedeva che ogni nuova società per azioni dovesse essere approvata dal Parlamento, rese impossibile il progetto della Land Bank.

Hutchinson non si limitò a prendere parte al dibattito pubblico, ma elaborò un piano di riconversione dei bills of credit in metallo prezioso. Questo piano, grazie anche al pagamento di un grosso indennizzo da parte del governo britannico al Massachusetts per il ruolo che la colonia ebbe nell’organizzazione della cattura della fortezza francese di Louisbourg nel 1745, contribuì a risolvere il caos monetario nel 1750.

Ma i gruppi popolari che avevano sostenuto la Land Bank e prima l’aumento dell’emissione di moneta, non solo uscirono danneggiati dalla riconversione monetaria, ma iniziarono a vedere nel giovane mercante con la vocazione per l’attività politica, e per il lavoro intellettuale, un pericoloso nemico.

Nel corso degli anni Cinquanta la carriera politica di Hutchinson continuò con successo, sebbene a livello personale la morte improvvisa della moglie e madre dei suoi 12 figli, di cui solo 5 sopravvissuti fino all’età adulta, fu un duro colpo. Hutchinson non si sarebbe più risposato.

Nel 1758 fu nominato tenente governatore del Massachusetts, un incarico sostanzialmente paragonabile a quello di un vicegovernatore e che avrebbe mantenuto fino al 1771, quando divenne ufficialmente governatore. In questa veste collaborò con governatori diversi, prima Thomas Pownall e poi Francis Bernard, entrambi venuti direttamente dalla Gran Bretagna.

Con l’appoggio di quest’ultimo, nel 1761 Hutchinson, pur non avendo alle spalle né una carriera né studi giuridici, fu nominato Chief Justice del Massachusetts, un posto a cui aspiravano avvocati come James Otis Sr. Questo incarico, che Hutchinson non aveva direttamente cercato, e a cui si dedicò con grande abnegazione e impegno nell’approfondimento del diritto, generò però ulteriore ostilità nei suoi confronti.

Nel periodo successivo alla fine della Guerra dei Sette Anni, 1763, il governo britannico si trovò nella necessità di ridurre il grande debito pubblico contratto per pagare il conflitto. Ma anche, soprattutto, di ridefinire la struttura amministrativa del suo impero. In altre parole, la conquista o la fondazione di insediamenti in America, o di basi commerciali in India, era per molto tempo avanzata in modo piuttosto caotico.

Così come caotica, e indipendente ognuna dalle altre, era l’amministrazione delle differenti colonie. Infatti l’unica forma di regolazione esistente riguardava il commercio, mentre mancava quasi del tutto una struttura imperiale: un ministero per la gestione delle colonie americane sarebbe stato istituito solo nel 1768 e avrebbe avuto vita breve, fino al 1782.

In questo contesto, iniziò la discussione, dentro al Parlamento britannico, così come nelle colonie, sulla tassazione. Un dibattito che è impossibile ricostruire qui, che va ben oltre il semplice problema del “no taxation without representation” e che invece riguarda la natura del potere del Parlamento britannico, la sua sovranità sulle colonie e la preservazione delle libertà inglesi per gli abitanti di queste.

Il primo atto di questa fase di scontro tra colonie e Parlamento fu l’imposizione dello Stamp Act nel 1764, una tassa da applicare su ogni giornale, lettera o materiale stampato nelle colonie. Anche Hutchinson, sebbene con toni moderati, si oppose allo Stamp Act e ne suggerì la rimozione. Ma la situazione a Boston era esplosiva, lo spazio per la moderazione si stava riducendo sempre di più.

Nell’agosto 1765 avvenne un evento spartiacque nella vita e nella carriera politica di Hutchinson. La sua residenza privata a Boston fu assalita dalla folla, mentre lui si trovava dentro, insieme ai figli. La casa fu completamente distrutta, le sue carte, i suoi manoscritti, i suoi amati libri furono distrutti e dispersi. Hutchinson scampò per un pelo al linciaggio.

Diversi hanno notato che questa ostilità era inspiegabile solo con lo Stamp Act e che forse la distruzione della sua casa fu l’onda lunga della sua politica di stabilizzazione monetaria, quasi vent’anni prima, che ne aveva fatto, come spesso succede, il capro espiatorio per una situazione generata da irresponsabilità e populismo economico.

Il quasi linciaggio del vicegovernatore, sebbene condannato anche dai capi della fazione popolare, fece molta impressione sulle autorità coloniali. Iniziò allora, per Hutchinson, un periodo di crescente ostilità e minacce di violenze. Come scrisse la figlia, a partire dal 1765 la sua famiglia rimase sempre in fuga dalla folla (“running from a mob ever since the year ’65”).

Lo Stamp Act fu abolito nel 1766, anche se a questo si accompagnò il Declaratory Act, che pronunciava la sovranità del Parlamento “in all cases whatsoever” sulle assemblee coloniali, e, nel 1767, nuove tasse sulle importazioni.

Di fronte a un’opposizione antibritannica che si radicalizzava sempre di più, arrivando, come si è visto, a minacciare fisicamente Hutchinson, ma anche i suoi alleati e amici, come Andrew e Peter Oliver, e Jonathan Sewall, la posizione di Hutchinson rimase sempre moderata. Questa era semplice e coerente sia con quella britannica sia con quella che, da esperto conoscitore della storia del Massachusetts e dei suoi documenti, Hutchinson riteneva essere sempre stata applicata.

L’autorità del Parlamento sulle assemblee coloniali era indiscutibile, sia dal punto di vista filosofico-politico, la sovranità deve avere un luogo, sia dal punto di vista storico. Per quanto riguarda quest’ultimo punto, infatti, c’erano precedenti di tassazione sulle colonie. Ma, per il benessere e l’armonia civile, il Parlamento non doveva abusare di questa autorità.


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Al tempo stesso però, per Hutchinson, le colonie non godevano automaticamente di tutte le libertà inglesi. Troppa la distanza dalla madrepatria e troppe le differenze tra i sistemi politici che i coloni si sono dati, le successive modifiche e i successivi cambiamenti politici a seguito della Gloriosa Rivoluzione, per assumerle implicitamente.

A Hutchinson l’invocazione delle libertà inglesi, così come, successivamente, di diritti naturali e inalienabili sembrava una forma di demagogia, più che una ragionevole e motivata posizione politica.

Nel 1770, quando la folla attaccò un gruppo di soldati a Boston, e questi reagirono sparando e uccidendo cinque abitanti, il “Boston Massacre”, fu l’intervento di Hutchinson a impedire un’ancora maggiore violenza, così come fu la sua cauta gestione dei mesi successivi a raffreddare gli animi. Ma durò poco.

Nel 1771, Hutchinson divenne finalmente governatore, ma oramai il vaso di Pandora era aperto. Con poche risorse, un’opposizione sempre più agguerrita e scarso appoggio da Londra, nonostante l’abolizione di tutte le tasse di importazione tranne quella sul tè, Hutchinson era sempre più in difficoltà.

Le voci da Londra venivano ingigantite o travisate, lo stipendio da governatore pagato dalla Corona e non, come avveniva prima, dai fondi raccolti dalle assemblee coloniali era visto come un affronto o corruzione. Il governatore era attaccato in ogni modo, con accuse non provate, di voler reprimere le libertà.

Gli ultimi colpi, quelli fatali, arrivarono nel 1773. Prima, a gennaio, Hutchinson, con una mossa forse avventata, sfidò apertamente i suoi critici mettendoli di fronte alle loro contraddizioni: o il Parlamento britannico era pienamente sovrano, o le assemblee coloniali erano indipendenti. La risposta, audace, di Adams fu che erano le assemblee a essere indipendenti.

Hutchinson sapeva che non era vero: se fosse stato vero non ci sarebbe stato bisogno della Dichiarazione del 1776. Ciò nonostante, il governo di Lord North, che, flagellato da problemi interni, non voleva entrare in contrasto diretto con le colonie, lo incolpò per aver sollevato la questione, e suscitato la reazione dei suoi nemici.

Poi, in giugno, un giornale di Boston pubblicò alcune delle lettere private che Hutchinson aveva spedito a Thomas Whately, un funzionario a Londra. Queste erano state rubate da Benjamin Franklin, in quel momento agente coloniale del Massachusetts in Gran Bretagna, e mandate a Boston.

Pezzi di queste lettere, decontestualizzate, furono usate per mostrare che Hutchinson aveva chiesto al governo di prendere provvedimenti contro la montante ribellione nelle colonie. In verità nelle lettere non c’era niente di molto diverso rispetto a quanto espresso nei discorsi pubblici, ma affermazioni come “abridgement of what are called English liberties” generarono scandalo e attacchi furibondi.

Infine, il 16 dicembre, il Boston Tea Party, con la distruzione del tè della Compagnia delle Indie. Hutchinson fu ancora criticato da entrambe le fazioni: per aver fatto attraccare le navi, contribuendo così a provocare i bostoniani, o per non aver usato più forza per reprimerli.


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