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Il fascino indiscreto dell’okkupazione e la mediocrità dell’immaginario politico italiano

Italia

Il fascino indiscreto dell’okkupazione e la mediocrità dell’immaginario politico italiano

C’è una storia della parte siciliana della mia famiglia che mi ha reso un’involontaria, ma preziosissima lezione politica e mi ha vaccinato contro il fascino dell’antagonismo coatto e conformistico. Una mia zia poco più che ventenne – si era a metà del ‘900 – era fidanzata con un ragazzo

Carmelo Palma23/08/2025Aggiornato 22/08/20254 min lettura737 parole
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C’è una storia della parte siciliana della mia famiglia che mi ha reso un’involontaria, ma preziosissima lezione politica e mi ha vaccinato contro il fascino dell’antagonismo coatto e conformistico.

Una mia zia poco più che ventenne – si era a metà del ‘900 – era fidanzata con un ragazzo di buona famiglia, che frequentava da mesi la casa dei futuri suoceri, da cui era molto apprezzato e cui sembrava sinceramente devoto. 

Nel momento in cui si decise, tutti concordi, per il matrimonio, prima di fare le pubblicazioni, i due nubendi decisero di regalarsi una fuitina, che era ai tempi un pezzo d’arte raffinatissima della commedia sociale siciliana: non una fuga d’amore contrastato di due giovani in rotta con le rispettive famiglie (o con una di esse), ma la compromissione pubblica dell’illibatezza della donna, per estorcere il consenso al matrimonio ai genitori recalcitranti (o per simulare che il consenso fosse estorto, così da risparmiare sulle spese della festa di nozze e accordare al massimo una cerimonia penitenziale). 

Quella di mia zia e del suo promesso sposo fu dunque una fuitina inutile, perché non c’era alcun contrasto alla loro unione; l’idea che mi sono fatto dai racconti familiari è che in quel modo essi abbiano voluto comunque inscenare un atto di ribellione e rappresentare pubblicamente il proprio amore come qualcosa di speciale e irriducibile ai codici sociali imposti dal buoncostume familiare. La fuitina come prova di libertà, come se questa non potesse affermarsi che per effrazione o per opposizione a qualcosa o a qualcuno.

Grazie a questi miei zii siciliani ho potuto comprendere il fascino indiscreto delle occupazioni al liceo e all’università, senza farmene contagiare. In queste occupazioni, che proseguono negli anni, sempre uguali a se stesse, la sostanza sentimentale e la materia politica sta tutta nel mezzo – sedersi sulla sedia del professore o del preside e inscenare lo spettacolo dell’eversione dal sapere e potere costituito – e non nel fine – ottenere qualche giorno o settimana di socialità scolastica diversa – che se negoziato e ottenuto secondo tutti i crismi burocratici cesserebbe di avere lo stesso sapido sapore rivoluzionario.

Le occupazioni modello Leoncavallo – che era quella paradossalmente più istituzionalizzata e più cronicamente illegale – nonché le altre occupazioni di immobili pubblici e privati realizzate dalla pulviscolare galassia dell’antagonismo di destra e di sinistra, sono tutte variazioni sul tema delle occupazioni scolastiche e della fuitina di mia zia, anche se spesso con un gradiente ideologico effettivamente minaccioso e violento, quando non direttamente criminale.

L’occupazione non è una necessità pratica – la gran parte di queste esperienze socio-culturali troverebbero facilmente spazio in luoghi assegnati con procedure legali – ma un dovere etico-politico, una patente di diversità. Pur trattandosi di occupazioni realizzate da piccole minoranze dichiaratamente antagonistiche rispetto alle proprie stesse parti politiche, queste esperienze rispondono a un sentimento collettivo molto più vasto e partecipe. 

Che oggi, come si vede dalle cronache, il bipolarismo in Italia si riarticoli naturalmente lungo la linea “zecche contro fasci” (e viceversa), come se la dialettica Leoncavallo-Casa Pound replicasse perfettamente, anche sul piano sentimentale, quella tra la destra e la sinistra della tanto decantata democrazia dell’alternanza, dà la misura della mediocrità, per non dire della miseria, vetero-adolescenziale dell’immaginario politico italiano. Siamo usciti dal ‘900 senza uscire dagli anni ’70, compresi quelli che negli anni ’70 non erano ancora nati.


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