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Il Liceo Virgilio, un esempio dello stile razionalista italiano del ventennio
Il Liceo Virgilio racconta una modernità italiana mai davvero risolta: razionalismo e memoria, ordine e potere, conservazione e trasformazione convivono nello stesso edificio. Un luogo che, oltre al valore architettonico, porta addosso anche il peso della storia civile e delle sue ferite. Ho frequentato il Liceo




Il Liceo Virgilio racconta una modernità italiana mai davvero risolta: razionalismo e memoria, ordine e potere, conservazione e trasformazione convivono nello stesso edificio. Un luogo che, oltre al valore architettonico, porta addosso anche il peso della storia civile e delle sue ferite.
Ho frequentato il Liceo Virgilio, nel cuore di Roma, tra via Giulia e il Lungotevere. Durante quegli anni ignoravo che il progettista fosse il celeberrimo architetto Marcello Piacentini, autore anche dell’Università La Sapienza (1932-1935) e di alcuni edifici della mai realizzata Esposizione del ’42, divenuta poi quartiere EUR negli anni ’50.
L’istituto rappresenta uno dei casi più interessanti — e meno banali — dell’architettura italiana del Novecento, non tanto per la sua funzione scolastica, quanto per ciò che rivela: un momento storico in cui modernità, potere e memoria urbana entrano in una tensione mai del tutto risolta.
Il caso del Virgilio permette una riflessione più ampia: il razionalismo italiano non è mai stato un movimento unitario.
A differenza di altri contesti europei, in Italia il moderno procede per adattamenti e mediazioni. Piacentini incarna questa posizione. La sua architettura evita sia l’astrazione radicale sia il ritorno nostalgico, costruendo un linguaggio intermedio capace di dialogare con il potere e con la storia. È una modernità che non rompe, ma organizza.
Accanto a questa linea esiste però un razionalismo più rigoroso, rappresentato ad esempio da Giuseppe Terragni, che a Como, nella Casa del Fascio, realizza un’architettura pura, geometrica, trasparente, svincolata da ogni riferimento storico.
Anche negli interventi urbani emerge una ricerca essenziale, priva di retorica monumentale, come nella fontana di Piazza Cavour.
Qui si manifesta una frattura: da un lato una modernità mediata e rappresentativa, dall’altro una modernità autonoma e astratta.
Il Virgilio, costruito tra il 1936 e il 1939, nasce dentro una stagione di profonde trasformazioni urbane. Roma viene ridisegnata per apparire capitale moderna, ma senza rinunciare al peso scenografico della sua storia millenaria, in chiave coerente con la visione imperiale mussoliniana.
Il risultato è un edificio doppio: su via Giulia conserva la facciata del seicentesco Collegio Ghislieri; sul Lungotevere si presenta con una fronte severa, lineare, tipicamente razionalista, dominata da un enorme portale ligneo.
Questa doppia identità non è un compromesso, ma un’idea progettuale. Piacentini non cerca una fusione armonica tra antico e moderno: li mette in relazione per contrasto.
Il passato diventa quinta scenica, il presente assume il ruolo di ordine e controllo.
Il Virgilio non nasce come edificio unitario, ma come operazione complessa di integrazione. Il progetto interviene su un tessuto preesistente, inglobando e riorganizzando strutture di epoche diverse.
Elemento fondamentale è l’inclusione del citato seicentesco Collegio Ghislieri, affacciato su via Giulia, la cui facciata viene conservata come fronte urbano storico. A questo si aggiunge l’adiacente chiesa dello Spirito Santo dei Napoletani, inglobata nel complesso e ancora oggi leggibile attraverso l’abside che emerge nel cortile interno, ai miei tempi uno spazio promiscuo dove era anche tollerato fumare.
L’intervento non mira a una fusione mimetica, ma rende evidente la stratificazione: il fronte su via Giulia resta legato alla continuità storica, mentre quello sul Lungotevere introduce un linguaggio razionale, severo, privo di decorazione. Due volti diversi, tenuti insieme da un’unica regia progettuale.
Ne risulta un edificio che non cancella il passato, ma lo incorpora, trasformandolo in parte attiva della nuova architettura.
All’interno, l’edificio si sviluppa secondo un impianto chiaro e funzionale: lunghi corridoi sui quali si affacciano le aule, mentre il cortile centrale costituisce il fulcro visivo del complesso, dove la presenza dell’abside della chiesa introduce un elemento inatteso, una memoria architettonica che interrompe la regolarità dell’impianto razionalista.
Gli spazi sono ampi, ordinati, pensati per una didattica moderna secondo i criteri dell’epoca: luce naturale, percorsi leggibili, separazione delle funzioni.
Il Virgilio dunque si colloca su questa linea di confine. Non è un edificio retorico, ma nemmeno radicale. È un esempio di razionalismo temperato, in cui la modernità convive con un’idea di ordine e controllo.
Oggi appare come un frammento di città che conserva le tensioni del suo tempo: demolizione e conservazione, innovazione e memoria, progetto e ammiccamento al potere.
Forse è proprio questo il suo significato più profondo: non un manifesto, ma un documento, la testimonianza di una modernità italiana che non ha mai voluto — o saputo — scegliere fino in fondo tra passato e presente, e che ancora oggi continua a tenerli insieme.
Fino al 1968, la scuola prevedeva una netta separazione tra studenti e studentesse. Gli ingressi erano distinti: le ragazze accedevano dal lato del Lungotevere, mentre i ragazzi entravano da via Giulia. Anche le palestre erano separate: quelle femminili collocate nel sottotetto, quelle maschili nel seminterrato. Questa divisione rifletteva un’idea di ordine e disciplina che trovava espressione diretta nell’organizzazione degli spazi.
Qualche anno fa ho ripercorso quelle scale e quei corridoi, gettando uno sguardo malinconico a un’aula dove mia nipote era impegnata negli orali della maturità.
Grande è stato lo sgomento nel constatare il grave stato di degrado in cui si trovano l’edificio e i suoi arredi, dai tazebao sui muri scrostati ai vetri rotti, evidenti segni delle ripetute occupazioni.
È una grave mancanza di attenzione da parte delle autorità scolastiche e della Sovrintendenza alle belle arti che versi in un tale stato un edificio di indubbio valore storico, pur se concepito e realizzato nel fosco periodo del massimo fulgore del regime fascista.
A proposito di quel periodo, i miei genitori, compagni di classe, furono espulsi nell’autunno del ’38 dalla vecchia sede del Virgilio a Palazzo Mattei perché ebrei.

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Nel ’68 frequentavo le scuole medie che occupavano una parte dell’ edificio. Grazie di questa testimonianza/lezione. Molto utile per me che ignoravo il contesto e il senso architettonico.
Mi piacerebbe avere un suo giudizio sul parcheggio che ha occupato la strada che costeggiava l’edificio collegando il lungotevere con via Giulia davanti a piazza della Moretta. A me sembra un obbrobrio. Non riesco nemmeno a capire se “l’opera” è finita o se quello che vediamo è solo un cantiere (che dura da quanti anni?).