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Il magnifico terrore dell’Etna

Italia

Il magnifico terrore dell’Etna

La più antica abitante della Sicilia di Camillo Bosco Ci sono terrazzi e terrazzi: da alcuni si vede il mare, da altri si vede la terra. Tuttavia soltanto in una zona della Sicilia si possono vedere dallo stesso terrazzo sia l’acqua del Mediterraneo che il fuoco

Camillo Bosco20/07/2024Aggiornato 20/07/20243 min lettura609 parole

La più antica abitante della Sicilia

di Camillo Bosco

Ci sono terrazzi e terrazzi: da alcuni si vede il mare, da altri si vede la terra. Tuttavia soltanto in una zona della Sicilia si possono vedere dallo stesso terrazzo sia l’acqua del Mediterraneo che il fuoco delle viscere della terra, quantomeno nei momenti in cui “Idda” si risveglia. Questo lemma, in siciliano, significa “Lei”: un pronome personale che sulla costa del Mar Ionio non può che indicare il vulcano Etna. Un nome che deriva dalla trascrittura romana Aetna del suo nome greco ?????, relativo all’atto della combustione.

Recentemente l’Etna ha voluto ricordare quanto meriti questo nome illuminando la notte della provincia di Catania, un toponimo che può essere interpretato a sua volta come “ciò che sta presso a ciò che brucia” (katàaitne). Ulteriore prova di quanto Giustiniano fosse nel giusto ad asserire che «nomina sunt consequentia rerum», mentre le lingue vermiglie lanciate nel cielo dal cratere sommitale “Voragine” squarciavano il cielo plumbeo con incredibile costanza. Dalle valli la fontana di lava incandescente pareva un’elegante piuma di fiamma in equilibrio sulla cima del vulcano, mossa da un vento lento che provocava i cambiamenti al suo profilo. Da vicino era invece una colonna di fuoco svettante fino a 4 chilometri nel firmamento, capace di oscurare la luce degli astri notturni. Uno spettacolo magnifico, adesso che l’unico inconveniente delle attività eruttive è la cenere lavica che affanna i tetti delle comunità sopravvento (e interrompe le attività del vicino aeroporto), ma non è stata sempre un’esperienza così spensierata.

L’Etna è l’abitante più antica della Sicilia, nata dalla pressione immensa di due placche tettoniche, quella euroasiatica e quella africana. Uno sfogo del magma caldissimo su cui scorre la terra che ci sta sotto i piedi e che in centomila anni non soltanto ha riempito con la sua attività effusiva un intero golfo ancestrale, ma ha anche generato un monte alto oltre 3.300 metri con un basamento di 1.600 chilometri quadrati. Data la sua imponenza i catanesi di città e provincia sono soliti infatti chiamarla anche Montebello, un’italianizzazione della crasi delle parole mons (latina) e gebel (araba): entrambe significano “monte” e in siciliano si sono ritrovate accoppiate nell’eufonico Muncibbe??u, come ennesima traccia del crocevia di popoli che fu la Sicilia (a maggior gloria dell’intuizione giustiniana).

In questa storia lunghissima le eruzioni di “colei che brucia” non furono soltanto buone per l’intrattenimento, ma anche fenomeni distruttivi e spaventosi. Nel 1614 ne iniziò una che durò addirittura 10 anni, interessando il lato Ovest dell’Etna con la produzione di oltre un miliardo di metri cubi di lava. Nel 1669 si manifestò con un terribile boato e un terremoto che livellò il paese di Nicolosi, mentre la lava semidistrusse Catania reclamando un chilometro di terra al mare. Quell’anno molte altre cittadine furono annientate dalla lava, ma è nel 1928 che un’altra colata distrusse la comunità costiera di Mascali.

Soltanto a cavallo tra il 1991 e il 1992 si capì come gestire la potenza distruttrice del Muncibbe??u, impiegando esplosivi e ruspe per erigere muri di venti metri d’altezza per deviare il corso dei suoi fiumi di fuoco. Una tecnica italiana studiata persino dai giapponesi, avvezzi a vulcani e terremoti da sempre. La natura effusiva dei fenomeni eruttivi dell’Etna è il principale motivo per cui la sua attività non fa più paura come un tempo, ma la situazione potrebbe sempre cambiare con l’apertura di un nuovo cratere o per qualche altro imprevisto. Nel frattempo, rimane l’indubbio privilegio di potersi godere lo spettacolo delle sue eruzioni dai fortunati terrazzi che hanno “Idda” nel loro orizzonte.

Articolo uscito inizialmente a pagina 9 del quotidiano “La Ragione” il 19/07/2024

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