Il dibattito delle idee
Il modo peggiore per difendere la Resistenza è trasformarla in un santino
Una frase sui partigiani riaccende il solito copione del 25 aprile: provocazione, indignazione, comunicati. Ma tra revisionismo e memoria sacrale resta fuori ciò che servirebbe davvero: una lettura adulta della Resistenza, capace di riconoscerne grandezza storica e zone d’ombra. «Anche tra i partigiani qualche assassino c’è».




Una frase sui partigiani riaccende il solito copione del 25 aprile: provocazione, indignazione, comunicati. Ma tra revisionismo e memoria sacrale resta fuori ciò che servirebbe davvero: una lettura adulta della Resistenza, capace di riconoscerne grandezza storica e zone d’ombra.
«Anche tra i partigiani qualche assassino c’è». La frase è di Alessandro Corbetta, capogruppo della Lega al Consiglio regionale della Lombardia. L’ha pronunciata martedì scorso come interruzione, non come argomento, come interruzione, mentre Luca Paladini del Patto civico interveniva sulla mozione del centrodestra relativa ai fatti del 25 aprile a Milano.
Nei minuti successivi indignazione, dichiarazioni, comunicati. Il copione è collaudato, i ruoli assegnati. Da una parte la provocazione. Dall’altra la reazione parruccona. La storia, quella vera, resta fuori dalla porta.
Partiamo dalla frase in sé. È tecnicamente e banalmente vera. Tra i partigiani ci furono anche episodi di violenza gratuita, esecuzioni sommarie, vendette private, regolamenti di conti che con la lotta di liberazione avevano poco o nulla a che fare.
Gli storici lo sanno, lo hanno scritto, lo hanno documentato. Non è una scoperta di Corbetta, né una verità proibita emersa improvvisamente tra i banchi del Consiglio regionale lombardo.
Ma la verità di singoli episodi non autorizza la falsificazione del senso storico complessivo. Ed è qui che sta il punto. Il problema non è la frase presa in astratto. Il problema è il suo movente politico.
Usare «qualche assassino» per sporcare un intero movimento storico è un trucco vecchio, e nemmeno particolarmente raffinato. Con lo stesso metodo si potrebbe demolire qualunque esperienza fondativa della storia moderna: tra i fondatori della Repubblica americana c’erano proprietari di schiavi; tra i liberatori alleati ci furono stupri e saccheggi documentati; dentro ogni rivoluzione, ogni guerra civile, ogni processo di liberazione sono esistiti crimini, ambiguità, violenze, zone d’ombra.
Nessuno, però, usa quei fatti per concludere che la democrazia americana sia illegittima o che la liberazione dell’Europa dal nazifascismo sia moralmente screditata. Perché la storia non si giudica cancellando le contraddizioni, ma nemmeno riducendo un processo collettivo alla somma dei suoi episodi peggiori.
Fin qui, tutto abbastanza lineare. Il punto più interessante viene dopo.
Perché anche la risposta che arriva puntuale dalla sinistra parlamentare, dai gruppi antifascisti, dall’ANPI, è come quasi sempre quella sbagliata. Non perché la provocazione di Corbetta non meritasse una risposta. Ma perché ogni volta che qualcuno sfiora il tema delle ombre della Resistenza scatta un riflesso quasi automatico: indignazione, appello ai valori fondanti, difesa sacrale della memoria.
Trattare la Resistenza come un’icona intoccabile invece che come una vicenda umana, dunque contraddittoria, complessa, attraversata anche da errori e violenze, non la rafforza. La indebolisce. La trasforma in un tabù.
La sacralizzazione della memoria partigiana, paradossalmente, è il miglior alleato del revisionismo. Perché quando ogni argomento fuori dalla liturgia ufficiale viene trattato come una bestemmia, chi pone quell’argomento, anche in malafede, spesso in malafede, anche per puro calcolo politico, può presentarsi come il coraggioso che dice ciò che non si può dire. Ricordate un tal Vannacci?
È qui che il dibattito pubblico italiano continua a incespicare nella palude della polarizzazione. Da una parte c’è chi usa le ombre della Resistenza per delegittimarla. Dall’altra c’è chi usa la Resistenza come scudo identitario. Entrambi, in modi diversi, impediscono di discutere seriamente di ciò che accadde tra il 1943 e il 1945.
Quello che va in scena ogni anno attorno al 25 aprile, e che questa settimana ha avuto il suo ennesimo episodio al Pirellone, è una guerra degli specchi. Ogni parte parla all’immagine deformata dell’altra.
I revisionisti agitano i crimini per cancellare il senso della Liberazione. Gli antifascisti più rituali rispondono come se riconoscere quei crimini significasse tradire la Liberazione. E così nessuno costringe davvero l’altro a misurarsi con la complessità della storia.
Il risultato è che la storia non entra mai nel dibattito pubblico. La storia fatta di scelte impossibili, di eroismi autentici e di violenze reali; di uomini e donne che agirono in condizioni che noi, oggi, non siamo attrezzati nemmeno a immaginare; di coraggio civile, lotta armata, paura, vendetta, disciplina politica, improvvisazione, generosità e brutalità.
Tutto questo viene sostituito da due narrazioni di comodo. Da una parte la Resistenza come album di famiglia immacolato. Dall’altra la Resistenza come zona grigia da usare magari per relativizzare il fascismo e il nazifascismo. Entrambe sono false. Entrambe servono più al presente di chi le usa che alla comprensione del passato.
Quello che manca, in questo Paese, è la capacità di tenere insieme due affermazioni che sembrano contraddittorie e non lo sono.
La prima: la Resistenza è stata un momento fondativo, moralmente e politicamente necessario, senza il quale non esisterebbe la Repubblica italiana così come la conosciamo oggi.
La seconda: dentro la Resistenza ci furono anche violenze, errori, vendette e zone d’ombra che meritano di essere studiate, non rimosse.
Queste due affermazioni non si annullano. Si completano. Anzi, solo tenendole insieme si può costruire una memoria adulta. Una memoria forte non ha bisogno di fingere che i partigiani siano stati tutti santi. Ha bisogno di ricordare perché, nonostante tutto, quella lotta fu necessaria.
Una memoria matura non teme le provocazioni di un capogruppo leghista in vena di interruzioni. Le smonta. Le contestualizza. Mostra il trucco. Dice: sì, ci furono anche crimini; no, questo non cambia il significato storico e politico della Liberazione.
Una memoria “ufficiale”, liturgica, paludata, invece, reagisce con l’indignazione prima ancora che con gli argomenti. E così finisce per confermare la parte più insidiosa della provocazione: l’idea che ci siano cose che non si possono dire.
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Diciamo anche che la Lega ha spesso l’abitudine di buttare frasi senza contesto e slogan solo per solleticare un certo elettorato allergico a certi argomenti legati a chi difende la democrazia liberale e ripudia certe dittature, accettando e sottolineando ciò che era l’Italia di quel tempo.
Dopo certo, basterebbe argomentare e si smonterebbero certi sofismi dichiarati per provocare la risposta di altre parti. Ma questo richiede sempre di sprecare del tempo, mentre magari il messaggio è passato e ogni spiegazione ormai diverrebbe sorvolabile, specialmente per un certo elettorato abituato solo ad ascoltare e a credere a una certa parte politica e i suoi leader.
Anche il rivendicare prima l’intera resistenza, poi addirittura l’intera liberazione come una faccenda unicamente comunista è una falsificazione e un gioco sporco, ed è quello che la sinistra sta facendo praticamente da sempre: colori e simboli comunisti il 25 dicembre, colori e simboli comunisti nell’ANPI…
ERRATA CORRIGE: 25 aprile, naturalmente.
Magistrale Filippo. Grazie. Nadia Mai
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Grazie Nadia