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Il mondo ecologista non deve avere più paura dell’atomo. A colloquio con Rosa Filippini

Energia, ambiente e sostenibilità

Il mondo ecologista non deve avere più paura dell’atomo. A colloquio con Rosa Filippini

A cura di Maurizio Stefanini* A colloquio con Rosa Filippini, storica attivista del movimento ambientalista, tra i fondatori e presidente degli Amici della Terra e deputato per due legislature. Dirige la testata online L’Astrolabio. “Solo i cretini non cambiano mai opinione, e questo è il momento

InOltre03/11/2024Aggiornato 03/11/20249 min lettura1.783 parole

A cura di Maurizio Stefanini*

A colloquio con Rosa Filippini, storica attivista del movimento ambientalista, tra i fondatori e presidente degli Amici della Terra e deputato per due legislature. Dirige la testata online L’Astrolabio.

“Solo i cretini non cambiano mai opinione, e questo è il momento che gli ecologisti si schierino per il nucleare”. Più che una provocazione, è una messa a punto che viene da Rosa Filippini. Tra i fondatori e i primi deputati dei Verdi nel 1987, già presidente degli Amici della Terra, Rosa Filippini è oggi direttrice dell’Astrolabio: giornale degli Amici della Terra che riprende la storica testata di Ferruccio Parri ed Ernesto Rossi. Proprio in questa veste, ha scritto su un numero recente un lungo articolo. “Penso di dover spiegare il perché di questo cambiamento. Per un senso di lealtà verso gli iscritti e i dirigenti dell’Associazione e, comunque, per chiarezza verso lettori e interlocutori che, per anni, ci hanno visto parteggiare per un futuro non nucleare, sia pure con gli importanti distinguo che hanno caratterizzato gli atteggiamenti e i comportamenti degli Amici della Terra rispetto a quelli della maggioranza dei gruppi ambientalisti”.

ALL’ORIGINE DEL MOVIMENTO ECOLOGISTA

L’opposizione al nucleare è all’origine stessa del movimento ecologista. “Sì. Gli Amici della Terra sono nati nel 1978 proprio sull’onda dei movimenti antinucleari presenti in tutta Europa e negli Stati Uniti. Abbiamo avuto un ruolo importante nell’opposizione al programma nucleare italiano agendo dall’interno del Partito Radicale che in quegli anni aveva fatto il suo ingresso in parlamento con un minuscolo ma agguerritissimo gruppo di deputati”.

Il referendum del 1980 fu bocciato dalla Corte Costituzionale, ma poi dopo Chernobyl un altro referendum invece passò e l’Italia da allora non produce più energia da nucleare in proprio, pur importando in quantità quella francese. Rosa Filippini ammette che quel sentimento “contribuì a rendere ideologica la scelta antinucleare ben al di là delle mie intenzioni di giovane deputata nel primo gruppo di Verdi in parlamento. Il successo repentino della mobilitazione e del referendum post Chernobyl, la crisi e la debolezza della classe politica di quegli anni assestarono un colpo mortale al programma nucleare italiano determinando persino la chiusura anticipata delle centrali esistenti. La forte ideologizzazione, invece, non giovò ai Verdi in politica che, dopo il primo exploit nel 1987, a partire dagli anni Novanta hanno conosciuto un continuo declino, superati nel loro approccio dal populismo grillino”.

Rosa Filippini spiega che per gli Amici della Terra “la battaglia antinucleare fu innanzitutto motivata dalla lotta contro i sistemi chiusi e autoritari, contro le decisioni coperte da segreto d’ufficio, per la trasparenza e la disponibilità dei dati ambientali, contro una classe di politici e scienziati che si ritenevano dispensati dall’informazione diffusa e dal confronto aperto sul destino e le aspettative dei territori coinvolti dalle iniziative industriali”. Un importate risultato, secondo lei, fu la separazione delle funzioni di controllo e sicurezza da quelle di promozione del nucleare. E ricorda: “L’associazione ne ha goduto spesso della collaborazione di molti esponenti del campo opposto: esperti, tecnici, studiosi di fede nuclearista – dico fede perché, anche in campo nucleare, l’ideologia non difetta – sono diventati anche dirigenti, coordinatori e ispiratori delle nostre posizioni su argomenti ambientali complessi o controversi. La loro collaborazione ha condizionato anche le nostre posizioni sul nucleare, selezionando le informazioni, consentendoci valutazioni più fredde, segnalando le bufale e impedendoci così di spararle grosse”.

Esito di questa collaborazione? “Non abbiamo mai avuto problemi a riconoscere che gli standard ambientali e di sicurezza adottati nelle centrali nucleari, almeno nei Paesi occidentali, siano in linea con quelli delle altre attività industriali ad alto rischio e, quindi, accettabili. Né che le scorie radioattive, anche quelle ad alta attività, siano gestibili in sicurezza. Anzi, che debbano essere gestite in sicurezza insieme alle altre tonnellate di rifiuti radioattivi provenienti da altre attività, come quelle sanitarie, di cui l’Italia non può certo fare a meno”.

LA RIVINCITA DELLA REALTÀ

E adesso c’è questo ripensamento. “La nostra opposizione al nucleare civile si è attestata, negli anni, su alcuni problemi di fondo che derivavano dall’osservazione della realtà e che, fino a qualche anno fa, potevano ridursi a tre considerazioni generali: la prospettiva teorica del rischio residuo; l’entità degli investimenti per la costruzione di ogni singolo impianto, anche a causa dell’adozione dei nuovi e più efficienti sistemi di sicurezza intrinseca, come quelli delle nuove centrali di terza generazione; l’aumento del rischio di proliferazione nucleare attraverso la diffusione del nucleare civile nei Paesi emergenti in Asia, in Africa, in America latina. Ma negli ultimi dieci anni è cambiato tutto, anche oltre le nostre previsioni sbagliate, dopo che l’incidente di Fukushima sembrava aver posto una pietra tombale sullo sviluppo del nucleare. Basti pensare agli ultimi quattro anni con la pandemia e la guerra nel cuore dell’Europa: eventi che dieci anni fa potevano essere considerati solo nelle sceneggiature dei film di fantascienza. Le politiche contro i cambiamenti climatici hanno ottenuto una forte affermazione. Con gli accordi di Parigi del 2015, le prospettive di decarbonizzazione delle economie, a cominciare dalla produzione elettrica, sono entrate a far parte delle priorità riconosciute dalla comunità internazionale e delle principali istituzioni sovranazionali. Il fatto che, in concreto, a livello mondiale, questi impegni siano disattesi, che le strategie praticate si rivelino inefficaci, che le emissioni che alterano il clima continuino a crescere così come l’utilizzo dei combustibili fossili, nonostante gli ingenti investimenti nelle fonti rinnovabili elettriche intermittenti, è esattamente il problema che si pone. In particolare, la strategia europea che prefigge di trascinare l’economia mondiale su un percorso di decarbonizzazione fondato principalmente sulle nuove rinnovabili, dimostrandone sul campo fattibilità e vantaggi, si sta rivelando fallimentare”.

LE AMBIGUITÀ DELLA STRATEGIA EUROPEA

Per quale motivo? “L’aumento delle emissioni climalteranti nei Paesi emergenti supera di molto le faticose e costose riduzioni ottenute in Europa a scapito delle economie europee. Al fallimento si aggiunge il paradosso di favorire le tecnologie le cui filiere di produzione, dall’estrazione mineraria alle lavorazioni ad alto impatto ambientale, sono monopolio dei Paesi come la Cina, responsabili dell’aumento esponenziale di emissioni. La stessa riduzione delle emissioni in Europa è dovuta, almeno in parte, alla delocalizzazione dell’industria nei Paesi dove le regole ambientali sono meno stringenti o addirittura inesistenti, dove il costo dell’energia è più basso e più stabile grazie all’utilizzo di fonti fossili nel modo più economico possibile e, dunque, inquinante. Così, molte delle emissioni dovute ai consumi europei non sono sparite, hanno cambiato bandiera. In questo quadro problematico, reso ancora più incerto dalla imprevista pandemia, si è inserita l’imprevedibile invasione dell’Ucraina, la straordinaria resistenza del suo popolo e del suo esercito e la sorprendente compattezza dell’Europa e degli altri Paesi occidentali nel sostenerla. Sia pure con gravi contraddizioni, resistenze e qualche furbizia, l’Europa sta rinunciando al gas russo in tempi record, e si fa strada la consapevolezza che nessun fornitore dovrà più monopolizzare il mercato europeo dell’energia. Mettendo da parte le ingenuità di chi, anche in ruoli di grande responsabilità, crede ancora che l’energia di pale e pannelli sia gratuita, una volatilità dei prezzi dell’energia senza precedenti ha provveduto a riaffermare l’imperativo della sicurezza degli approvvigionamenti come priorità delle politiche energetiche. Nel 2011, pensavamo che il nucleare avesse goduto dei più alti investimenti pubblici nella storia dell’energia. Non avevamo ancora visto gli incentivi alle rinnovabili elettriche intermittenti, le deroghe ai vincoli ambientale e paesaggistici, le molteplici semplificazioni della normativa che regola le autorizzazioni – in Italia si è messo mano perfino a modifiche costituzionali! – approvate in un clima politico emergenziale, solo per favorire l’impianto di un numero spropositato di turbine eoliche e pannelli fotovoltaici”.

Un bilancio negativo? “Queste tecnologie, pur avendo ricevuto un sostegno senza precedenti anche dalle istituzioni sovranazionali, in oltre 15 anni, non hanno corrisposto all’aspettativa di sostituire i combustibili fossili. Non hanno rappresentato una risposta alla crisi dei prezzi del gas e del petrolio, non sono diventate protagoniste della scena energetica ma appena comprimarie di qualsiasi altra fonte energetica continua che possa porre un rimedio alla loro intrinseca inaffidabilità. E il loro apporto alla domanda mondiale di energia è destinato a rimanere un contributo marginale, almeno fino a quando i sistemi di stoccaggio dell’elettricità non avranno compiuto quel salto tecnologico” che in tanti attendono da più di 15 anni. Inoltre, non ci si può meravigliare se, nonostante l’immagine pulita e naturale di pale e pannelli, le comunità locali continuino ad opporsi al loro impatto invasivo. L’effetto collaterale principale di queste tecnologie è una occupazione estensiva di suolo che rischia di trasformare irreversibilmente i più pregiati territori naturali in zone industriali, senza alcuna pianificazione e in deroga a qualsiasi norma di tutela. All’inverso, sono proprio le caratteristiche di densità energetica, continuità della produzione, limitata occupazione di spazio che riportano in auge il nucleare”.

È CAMBIATO IL NUCLEARE

È cambiato il nucleare e siamo cambiati anche noi, conclude l’articolo. “La previsione di un declino inarrestabile era sbagliata. Dopo Fukushima, lo sviluppo del nucleare ha sì subito una battuta d’arresto con un programma di stress test degli impianti esistenti in tutto il mondo ma, a parte la Germania e l’Italia, non si registrano altri casi di chiusura dei programmi e delle centrali esistenti. Inoltre, la ripresa è stata consistente quanto inaspettata, prima nei Paesi asiatici e poi, sia pure con ritardi e imprevisti, in tutto il mondo. I rapporti sugli investimenti globali nella transizione energetica a basse emissioni di carbonio segnalano che il nucleare civile è rimasto stabile nelle posizioni fra i principali settori di spesa, nonostante l’attrazione di capitali indotta dalla politica in favore delle fonti rinnovabili e della mobilità elettrica.

Ma la vera partita si comincia a giocare ora con i risultati della controversa decisione tedesca di chiudere le residue centrali nucleari mirando ad un futuro zero emissioni ma, nel frattempo, aprendo nuove miniere di lignite. Il confronto impietoso fra le emissioni di Francia e Germania, i due campioni europei di strategie energetiche opposte, rappresenterà il riferimento principale per le future politiche climatico energetiche di tutta l’Unione”.

*Maurizio Stefanini, giornalista, scrive per Il Foglio, La Ragione, Linkiesta, Libero. Il colloquio con Rosa Filippini è stato pubblicato sul numero di luglio 2024-ottobre 2024 di Start Magazine


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