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Il peccato originale della destra di governo

Politica italiana

Il peccato originale della destra di governo

La destra di governo ha costruito una leadership forte, ma fatica a trasformarla in una classe dirigente diffusa e strutturata. Tra selezione delle élite, istituzionalizzazione incompleta e gestione del potere, emerge un nodo politico di lungo periodo che riguarda la capacità stessa di governare. Tra i

Donatello D'Andrea12/04/2026Aggiornato 13/04/20269 min lettura1.768 parole
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La destra di governo ha costruito una leadership forte, ma fatica a trasformarla in una classe dirigente diffusa e strutturata. Tra selezione delle élite, istituzionalizzazione incompleta e gestione del potere, emerge un nodo politico di lungo periodo che riguarda la capacità stessa di governare.


Tra i diversi elementi che caratterizzano l’attuale fase politica italiana, uno in particolare merita di essere analizzato con maggiore attenzione: la qualità della classe dirigente della destra di governo. Non si tratta di una polemica contingente né di un giudizio legato all’attualità politica. È piuttosto un problema strutturale che accompagna la crescita di Fratelli d’Italia sin dalla sua trasformazione da forza di opposizione a partito di governo.

In questi anni la destra italiana ha costruito una leadership politica forte e riconoscibile. Tuttavia, accanto a questa leadership, non si è sviluppata con la stessa rapidità una classe dirigente diffusa e istituzionalmente consolidata. La questione non è nuova. È un tema che emerge ciclicamente ogni volta che un partito passa dall’opposizione alla responsabilità di governo e deve trasformare una struttura politica militante in una struttura capace di gestire l’amministrazione dello Stato.

In termini di scienza politica, il problema può essere letto come una insufficiente istituzionalizzazione del partito di governo.

La selezione delle élite e il problema delle classi dirigenti

Il tema della qualità delle classi dirigenti è uno dei grandi filoni della tradizione politologica italiana. Già tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento, autori come Gaetano Mosca e Vilfredo Pareto avevano individuato nella selezione delle élite uno degli elementi centrali della stabilità dei sistemi politici.

Per Mosca ogni sistema politico è inevitabilmente guidato da una minoranza organizzata, una classe politica capace di esercitare funzioni di direzione e di governo. Pareto, dal canto suo, parlava di circolazione delle élite, indicando nel ricambio e nella rigenerazione delle classi dirigenti una condizione essenziale per la vitalità dei sistemi politici.

Quando questo processo si blocca o si indebolisce, i sistemi politici tendono a manifestare forme di rigidità e di inefficienza. Il problema non riguarda soltanto la qualità individuale dei dirigenti, ma la capacità del sistema politico di produrre e selezionare nuove élite in modo continuativo.

Letto attraverso questa lente teorica, uno dei nodi della destra italiana riguarda proprio il modo in cui si selezionano e si formano le sue classi dirigenti.

L’istituzionalizzazione dei partiti di governo

Nel sistema politico italiano esistono partiti che, nel corso del tempo, hanno sviluppato una forte capacità di occupare e gestire i gangli dello Stato. Non necessariamente perché migliori sul piano politico, ma perché più istituzionalizzati.

Nel linguaggio della scienza politica, l’istituzionalizzazione di un partito indica il grado in cui esso riesce a radicarsi stabilmente nelle istituzioni, sviluppando competenze amministrative, reti di relazioni e una classe dirigente capace di occupare posizioni chiave nell’apparato statale.

Nel contesto italiano contemporaneo, i partiti che hanno raggiunto questo livello sono essenzialmente due: il Partito Democratico e Forza Italia. Entrambi hanno governato a lungo e hanno sviluppato nel tempo una rete di dirigenti, funzionari e amministratori diffusa tra ministeri, amministrazioni pubbliche, aziende partecipate e centri decisionali.

Fratelli d’Italia è invece un partito relativamente giovane dal punto di vista dell’esperienza di governo. Per molti anni è rimasto all’opposizione e solo recentemente ha assunto la guida dell’esecutivo. Questo significa che il suo processo di istituzionalizzazione è ancora incompleto.

Il risultato è una struttura dirigente che, in molti casi, appare selezionata più sulla base di equilibri interni di partito che sulla base di un percorso di formazione amministrativa e istituzionale.

Il paradosso della destra: una base che non diventa classe dirigente

Questo limite appare ancora più evidente se si considera un elemento spesso trascurato nel dibattito pubblico: la destra italiana dispone oggi di una base giovanile e culturale tutt’altro che marginale.

Negli ultimi anni sono nati think tank, centri di studio e reti culturali che hanno prodotto elaborazione politica e riflessione strategica. In altre parole, esiste un bacino di competenze che potrebbe costituire la base per la formazione di una nuova classe dirigente.

Il problema è che questo bacino raramente viene trasformato in classe dirigente effettiva. Il ricambio generazionale rimane limitato e molte posizioni di responsabilità continuano a essere occupate da figure selezionate principalmente sulla base della fedeltà politica o della collocazione negli equilibri interni del partito.

Questo contribuisce a spiegare anche alcuni episodi che negli ultimi anni hanno messo in difficoltà l’azione di governo: gaffe, iniziative personali poco coordinate o scelte comunicative che hanno costretto la leadership a intervenire direttamente per ricondurre l’azione politica entro una linea coerente.

Il caso Leonardo e il rischio della compartimentazione delle élite

La decisione di non rinnovare il mandato di Roberto Cingolani alla guida di Leonardo può essere letta come un episodio emblematico del rapporto tra politica, capitalismo pubblico e formazione delle classi dirigenti in Italia.

È bene chiarirlo subito: il governo ha pieno diritto di intervenire nella scelta dei vertici delle aziende a partecipazione pubblica. In un sistema come quello italiano, in cui lo Stato rimane uno degli azionisti più rilevanti di molte grandi imprese strategiche, la nomina degli amministratori delegati è inevitabilmente anche una scelta politica. Pensare che queste decisioni possano essere completamente separate dalla sfera della politica significa ignorare la struttura stessa del capitalismo pubblico italiano.

In questo senso, la sostituzione di un vertice aziendale alla scadenza del mandato rientra in una dinamica fisiologica delle democrazie contemporanee. Non è un’anomalia istituzionale né un evento straordinario. Il punto, semmai, riguarda la logica con cui queste scelte vengono interpretate e inserite all’interno della strategia di governo.

Sotto la gestione Cingolani Leonardo ha registrato risultati industriali solidi: crescita degli ordini, miglioramento della redditività, rafforzamento del posizionamento europeo del gruppo. Non è quindi sorprendente che la decisione di sostituirlo abbia generato un dibattito acceso.

Una parte di questo dibattito ha letto la scelta come una contraddizione politica o come una manovra legata a equilibri interni alla maggioranza. Una lettura più pragmatica, tuttavia, suggerisce un’altra interpretazione: il cambio di fase strategica dell’azienda nel nuovo contesto internazionale.

Quando Giorgia Meloni arrivò a Palazzo Chigi nel 2023, fu proprio lei a sostenere la nomina di Cingolani alla guida del gruppo con l’obiettivo di imprimere una forte accelerazione sul piano tecnologico e dell’innovazione industriale. In quella fase l’esigenza principale era rafforzare il posizionamento strategico di Leonardo nel nuovo ecosistema europeo della difesa.

Oggi il contesto appare diverso. La crescente corsa al riarmo in Europa sta trasformando il settore della difesa in una industria sempre più orientata alla produzione e alla capacità di consegna, più che alla sola visione tecnologica. In questo quadro la scelta di Lorenzo Mariani — ingegnere, manager interno al gruppo e già alla guida di MBDA, uno dei principali attori europei nel settore missilistico — può essere interpretata come il passaggio da una fase di modernizzazione tecnologica a una fase di espansione produttiva e operativa.

Questa lettura non elimina, tuttavia, la dimensione politologica della vicenda.

Il punto critico emerge quando le scelte di vertice nelle aziende pubbliche rischiano di trasformarsi in una progressiva chiusura del circuito delle élite, cioè quando la selezione dei dirigenti tende a concentrarsi all’interno di un bacino sempre più ristretto di figure percepite come politicamente organiche al gruppo dirigente del momento.

Dal punto di vista della scienza politica questo fenomeno è tutt’altro che marginale. Pareto descriveva la stabilità dei sistemi politici come il risultato di una continua circolazione delle élite: quando questa circolazione si riduce e il sistema tende a chiudersi, le classi dirigenti diventano progressivamente meno dinamiche e meno capaci di adattarsi ai cambiamenti.

Per un partito di governo questo rappresenta un passaggio particolarmente delicato. Governare non significa soltanto esercitare il potere, ma anche costruire e allargare progressivamente la propria classe dirigente, integrando competenze, esperienze e figure provenienti anche da contesti esterni al perimetro politico immediato.

Quando invece prevale una logica difensiva — la tendenza a circondarsi esclusivamente di figure percepite come politicamente “nostre” — il risultato può essere paradossale: nel tentativo di rafforzare il controllo politico, si finisce per ridurre il bacino delle competenze disponibili.

È in questa chiave che la vicenda Leonardo diventa interessante dal punto di vista politologico. Non tanto per la singola decisione in sé — che rientra nelle prerogative del governo — quanto per la domanda più ampia che solleva: se le classi dirigenti di governo siano in grado di allargare e sviluppare il proprio spazio di selezione delle élite, oppure se tendano progressivamente a chiudersi in un circuito sempre più ristretto.

Ed è una domanda che riguarda non solo questo episodio, ma più in generale il processo di maturazione della destra italiana come classe dirigente di governo.

Una questione di maturità politica

Se si osserva il problema con uno sguardo di lungo periodo, la questione non riguarda tanto la contingenza politica quanto il processo di maturazione della destra italiana come forza di governo.

La storia dei sistemi politici mostra che i partiti diventano realmente classi dirigenti di governo quando riescono a sviluppare una struttura capace di produrre competenze amministrative, leadership intermedie e ricambio generazionale.

In questo senso, la sfida per Fratelli d’Italia non è soltanto elettorale. È soprattutto organizzativa e istituzionale.

La tradizione della scienza politica italiana ci ricorda che nessun sistema politico può funzionare a lungo senza una classe dirigente adeguata. Mosca parlava della necessità di una minoranza organizzata capace di governare; Pareto sottolineava come la vitalità dei sistemi politici dipendesse dalla continua circolazione delle élite.

In fondo il problema è tutto qui. Una leadership può vincere le elezioni e guidare una stagione politica, ma solo una classe dirigente solida e rinnovabile può trasformare quella stagione in una vera stagione di governo.


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