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Il principe Pahlavi, i consiglieri sospetti e il crollo della fiducia in Iran

Reza Pahlavi e Donald Trump con le bandiere di Iran e USA sullo sfondo

Iran

Il principe Pahlavi, i consiglieri sospetti e il crollo della fiducia in Iran

Dopo oltre cento anni di resistenza – dalla Rivoluzione Costituzionale alla rivoluzione Verde, fino al recente movimento “Donna, Vita, Libertà” – l’Iran si trova oggi in un crocevia critico. Le voci degli attivisti per la libertà vengono sovrastate dal rumore delle macchine propagandistiche e dai nuovi

Reza Pahlavi e Donald Trump con le bandiere di Iran e USA sullo sfondo
Bahram Farrokhi28/04/2025Aggiornato 08/05/20255 min lettura933 parole
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Dopo oltre cento anni di resistenza – dalla Rivoluzione Costituzionale alla rivoluzione Verde, fino al recente movimento “Donna, Vita, Libertà” – l’Iran si trova oggi in un crocevia critico.

Le voci degli attivisti per la libertà vengono sovrastate dal rumore delle macchine propagandistiche e dai nuovi cortigiani mediatici. Coloro che per anni hanno combattuto, oggi vengono emarginati. Ma le minacce e la diffamazione non hanno mai spento la fiamma di chi crede nella verità.

Da due anni, un vento tossico soffia dall’interno dell’opposizione iraniana in esilio. Non più proveniente solo dai soliti ambienti della sinistra radicale o dai servizi del regime, ma da cerchie vicine al principe Reza Pahlavi stesso. Leader del partito “Iran Novin” e think tank come la rivista Fereydoun, si sono arrogati il diritto di dettare linea, creando un’aura artificiale e settaria, incapace di accettare critiche e pronta a zittire ogni dissenso tramite minacce e campagne diffamatorie.

Questo tipo di comportamento ricorda sinistramente il periodo post-rivoluzionario del 1979, quando l’intolleranza politica prese il sopravvento sulla pluralità e il dialogo. Oggi, con lo stesso pretesto dell’unità, si semina divisione.

Lo slogan “Javid Shah” (Viva lo Scia)– che avrebbe potuto rappresentare un ponte con il passato monarchico in chiave moderna – è divenuto, nelle mani di certi gruppi, uno strumento per riabilitare figure compromesse con crimini e tradimenti del passato, senza alcuna assunzione di responsabilità. Un pericolo reale per la credibilità stessa dell’istituzione monarchica.

Il movimento “Donna, Vita, Libertà” ha rappresentato una svolta epocale nella lotta del popolo iraniano, superando le barriere politiche, etniche e di genere. In patria, milioni di persone sono scese in piazza chiedendo la fine del Regime Islamico. All’estero, attivisti di ogni orientamento – dalla sinistra alla destra, dai repubblicani ai monarchici – si sono mobilitati.

La figura del principe Reza Pahlavi è emersa con forza in questo contesto. Non più solo come erede dinastico, ma come simbolo possibile di unità nazionale e transizione democratica. Tuttavia, l’influenza di consiglieri privi di esperienza politica, con legami sospetti con apparati di sicurezza, ha portato a scelte disastrose: progetti come la “procura”, il “Tavolo Mahsa”, le campagne pro-Trump e molte altre iniziative senza direzione chiara hanno alimentato solo confusione e sfiducia.

Tra gli errori più gravi, la promozione di una campagna di sostegno esplicito a Donald Trump nelle presidenziali americane del 2024. Una mossa avventata, priva di sensibilità diplomatica, che persino autocrati come Putin – pur sperando in una vittoria trumpiana – hanno evitato di compiere pubblicamente.

Oggi, ironicamente, gli stessi ambienti si appellano a Trump e ai suoi negoziatori affinché non trattino con Teheran. Ma se quella campagna non era un errore, cos’è allora questa supplica? E se lo è, perché non ammettere l’errore e dissociarsi da chi l’ha orchestrata?

Il popolo – in patria e in diaspora – vede tutto ciò con occhi disincantati. Da Reza Pahlavi si aspettano coraggio e trasparenza: che prenda le distanze da decisioni sbagliate, che scelga consiglieri competenti e indipendenti, che si assuma la responsabilità del passato recente.

Strategicamente, i progetti attuati finora mancano di coerenza, di struttura organizzativa e di connessione con le realtà sociali. Invece di promuovere convergenza, hanno esasperato personalismi, opacità e improvvisazione.

Un errore fondamentale è stato insistere sulla legittimità personale del principe, senza costruire un dialogo aperto e democratico con gli altri attori politici e civili. Una deriva populista che ricorda gli inizi oscuri della Repubblica Islamica, fondata sul culto della personalità piuttosto che su istituzioni. 

Il populismo è la tomba della democrazia. Dove regna il culto dell’apparenza, muore il pensiero. È il regno della post-verità, dove le illusioni crollano al primo contatto con la realtà. Credere che il principe possa battere il regime senza un fronte democratico unito e con l’appoggio di alcuni comandanti dei Pasdaran è un sogno pericoloso.

L’effetto è stato la perdita di fiducia popolare e un rafforzamento paradossale del regime, proprio mentre appariva vulnerabile. Le iniziative pro-Pahlavi all’estero – da Bruxelles _ Washington a Roma– hanno attirato sempre meno partecipanti, mentre molti ex alleati si sono allontanati, stanchi del clima tossico e delle pressioni interne.

Neppure il ruolo della consorte del principe ha aiutato a risollevare la situazione. Lungi dal ricalcare la statura di Farah Pahlavi, ha alimentato ingerenze e tensioni, contribuendo alla paralisi decisionale.

Il principe continua a evitare interviste con giornalisti indipendenti in lingua persiana, alimentando solo sospetti e delusione.

Ora è a un bivio storico: o si afferma come leader responsabile, si libera da influenze negative e sceglie una squadra capace, oppure rischia di cadere nell’oblio dell’inazione e del discredito.

In conclusione, il futuro dell’Iran dipende da trasparenza, responsabilità e unità. Nessuna figura storica, per quanto carismatica, può guidare un popolo senza rispondere alle sue domande e senza condividere il potere con chi lotta sul campo.

Il movimento “Donna, Vita, Libertà” è la voce di una nuova generazione che non si lascia più incantare da slogan o icone sacralizzate. Questa generazione vuole democrazia, lucidità e verità. Chi non si allinea a questi valori, sarà lasciato indietro.


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2 pensieri su “Il principe Pahlavi, i consiglieri sospetti e il crollo della fiducia in Iran

  1. Samuele Marinozzi dice:

    Concordo con il lettore -thoroughlypirate- e aggiungo che ricorrere a figuri del passato non garantisce assolutamente capacità politica (coagulare le diverse opposizioni iraniane) e tantomeno non è garanzia di saper guidare una nazione. Al contrario se a prendere per mano le sorti del paese fossero figure nuove, giovani e per nulla intrecciate con il regime teocratico, potrebbero tenere unito il paese, al netto di inesperienza nella gestione di uno stato.

  2. thoroughlypirate162d21c226 dice:

    io penso che la figura dello Scià sia morta e sepolta. Impossibile che un popolo giovane come quello iraniano si rivolga ad una figura del passato. Una figura fortemente compromessa peraltro. Non servono gli errori attuali, bastano quelli antichi. Un pò come se a Cuba si volesse restaurare il regime pre-comunista: la pur potente lobby dei cubani espatriati non ce la farà mai, i cubani in patria non lo permetterebbero a costo di morire di fame. Capisco la tattica di cercare una figura transitoria intorno alla quale coagulare il dissenso, ma come si vede non può funzionare e non funziona. Ci vuole gente nuova!

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