Israele
In Medio Oriente chi non è temuto rischia di sparire
Il 7 ottobre ha segnato uno spartiacque per Israele. Prima, la sicurezza nazionale si fondava sulla deterrenza e la ricerca di un accomodamento politico: un equilibrio fragile ma funzionale. Dopo, quel modello è crollato e ora il nuovo paradigma è chiaro: colpire prima che il nemico


Il 7 ottobre ha segnato uno spartiacque per Israele. Prima, la sicurezza nazionale si fondava sulla deterrenza e la ricerca di un accomodamento politico: un equilibrio fragile ma funzionale. Dopo, quel modello è crollato e ora il nuovo paradigma è chiaro: colpire prima che il nemico possa farlo. Israele torna così a una logica di sopravvivenza.
La percezione di essere circondati da nemici irriducibili dopotutto è decisamente fondata: Hezbollah, Hamas, Houthi e altre milizie iraniane – ovvero il cosiddetto Anello di fuoco iraniano – sono un dato strategico che condiziona ogni mossa. A questo quadro si aggiunge una politica estera europea giudicata inerte se non proprio deleteria e che alimenta il senso di isolamento di Gerusalemme.
Diversa invece la posizione americana: nonostante gli evidenti cedimenti del suo partito alla narrazione della propaganda anti israeliana, Biden è riuscito a tenere la barra dritta, nello specifico rafforzando la presenza militare USA in Medio Oriente in questi mesi allo scopo di far desistere l’Iran dal tentare ulteriori escalation.
Come alcuni analisti hanno evidenziato, il Qatar potrebbe essere l’ago della bilancia per il successo di questa strategia: il piccolo paese arabo è un alleato prezioso per gli USA, ma che ancora si fa ospite dell’ultimo leader notabile di Hamas, Khaled Meshal.
Un’azione diplomatica decisa su Doha – arresti domiciliari per Meshal fino al rilascio di una dichiarazione pubblica di resa a nome del gruppo terroristico seguita dalla richiesta di rilasciare gli ostaggi – potrebbe infliggere un duro colpo al morale dei miliziani di Hamas che ancora combattono a Gaza, aprendo così alla liberazione degli israeliani rapiti il 7 ottobre.
Per il presidente uscente sarebbe un lascito encomiabile della sua eredità politica e forse potrebbe essere anche un primo passo verso il riappacificamento di tutta la regione.
Tuttavia a questo riguardo non bisogna farsi illusioni: come scrivevo all’inizio, la fase “offensiva” israeliana potrebbe durare ancora per molto tempo, perché è intimamente legata al bisogno di ristabilire quella proiezione di potenza e deterrenza andata in frantumi il 7 ottobre.
Diceva Ben Gurion: “In Medio Oriente chi non è temuto rischia di sparire”.
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