\n\n\n\n\n\n

In ricordo di Herbert Pagani: il genio della porta accanto

Storia, costume e cultura

In ricordo di Herbert Pagani: il genio della porta accanto

Artista totale e irregolare, Herbert Pagani attraversò musica, disegno, teatro, radio e impegno politico con una libertà difficile da incasellare. Dimenticato dai più, resta una figura fulminea e necessaria: un autore capace di trasformare ferite, esilio e silenzio in creazione. Questo ritratto di Giovanni Savastano per

Giovanni Savastano25/04/2026Aggiornato 24/04/202616 min lettura3.481 parole

Artista totale e irregolare, Herbert Pagani attraversò musica, disegno, teatro, radio e impegno politico con una libertà difficile da incasellare. Dimenticato dai più, resta una figura fulminea e necessaria: un autore capace di trasformare ferite, esilio e silenzio in creazione. Questo ritratto di Giovanni Savastano per celebrare gli 82 anni dalla nascita di Pagani.

Qui un’intervista in esclusiva a Caroline Pagani, sorella minore di Herbert, attrice, cantante e drammaturga.


Caro bambino di domani, ti racconto una favola che si intitola “Il genio della porta accanto”.

Hai presente? Immagina un ragazzo con una nuvola di capelli scuri, una barba morbida che pare laniccia, quella con cui si avvolgono i regali. E il regalo c’è: un paio di occhi fulminanti di colore cangiante che, quando li fissi, sembrano seguirti come quelli della Monna Lisa.

Il suo nome si srotola come un’antica pergamena proveniente dal pianeta del pensiero: Herbert Avraham Haggiag Pagani. Incredibile, eh? Risuona in modo eccezionale, importante, quasi aristocratico, come fosse una preghiera cantata, ma al contempo facile e così musicale da essere imparata all’istante.

Hai mai provato a immaginare l’eccezionalità che si unisce alla spontaneità e all’immediatezza dell’agire? Ecco: ci sono poche persone che riescono a far sembrare facile la straordinarietà o leggera la profondità. Ebbene: Herbert Pagani era uno di quei pochi.

Ma l’aggettivo che oggi viene accostato spesso al suo nome è “dimenticato”. Ti starai chiedendo perché. Non so spiegartelo; capita, a volte, nella storia della specie umana. E, chissà come mai, capita quasi sempre nei confronti di ciò che è indimenticabile.

Herbert è apparso su questa terra il 25 aprile — un giorno di liberazione — di ottantadue anni fa, da un amore difficile, a quanto mi viene detto, come lui stesso raccontava in una delle sue perle canore, “La mia generazione”: sì, perché a un certo punto della sua troppo breve esistenza, si mise a comporre e a scrivere poesie in musica, scoprendo un talento fino a quel momento nascosto da un altro enorme e spaziale suo dono istintivo, il disegnare.

“Prima disegnavo, adesso canto”, dice sorridendo in una delle sue numerose apparizioni televisive a cavallo tra gli anni ’60 e ’70, “disegnavo con la penna nell’inchiostro nero sulla carta bianca”.

E che disegni! Incisioni, chine, raffiguranti mondi sovrapposti della mente e del cosmo, in bianco e nero o in colori sfumati e poi accesi, dallo stile imparagonabile, seppur inserito dai critici francesi nella corrente del “Réalisme fantastique”.

Era approdato a quella dimensione cosmica perché “il disegno è silenzio”, per reazione alla Babele dei linguaggi bellicosi vissuti in famiglia, un “contrappunto silenzioso al baccano dei miei”.

Se ne accorse il poeta e romanziere francese Jean Rousselot, che Herbert conobbe a Parigi durante gli anni del liceo: fu lui, tra gli altri, a incoraggiarlo a sviluppare quella geniale manualità spirituale che il giovane cosmopolita coltivò poi in studi accademici, prima nella capitale francese e poi a Milano, dove si trasferì dalla madre dopo aver reciso il rapporto con un padre facoltoso e difficile.

Chissà, i suoi genitori devono essere stati due poli intersecantisi nello scontro (“sono il figlio di questo amore intero”), amanti avversari in un conflitto di amore-odio (“una guerra di due persone che si odiano senza ragione”).

Comunque fosse, quei disegni approdarono, nel giro di poco, nel campo dell’editoria: se ti capiterà un giorno di trovare in qualche biblioteca “La Fontarca” di Giuseppe Berto, “Cosmicomiche” di Italo Calvino o “Brave New World” di Aldous Huxley pubblicato dal Club des Amis du Livre, godrai visivamente delle loro copertine e tavole interne disegnate da Herbert, spesso con il suo stile da “inchiostro nero sulla carta bianca” uscito dal pennino che, grattando sul foglio, produceva un suono “da grillo, cri cri cri”, come lui stesso lo descriveva, unico suo compagno in anni di solitudine e silenzio.

Un silenzio a volte agognato, dopo anni di caos e vagabondaggi, causati da motivi più grandi di lui: nato a Tripoli, in Libia, da famiglia ebrea di origine ispanico-berbera, italianizzata nel periodo coloniale, i suoi drammi familiari si intersecarono con avvenimenti storici traumatici nel momento in cui, nel 1948, quando lui aveva appena quattro anni, la comunità ebraica libica fu quasi totalmente costretta a lasciare il paese a causa di violenze e persecuzioni, completate decenni dopo, nel 1970, dal dittatore Gheddafi, con la confisca di tutti i beni di quelle famiglie.

Mi scuserai, caro bambino, se faccio voli pindarici da un periodo all’altro, ma la vita di Herbert, per energia e intensità, ti prende in un turbinio in cui si dislocano tutte le categorie cronologiche: devo farti sapere ora, perciò, che nel 1987, quando fu nominato direttore artistico del Centre Mondial de l’Héritage Culturel du Judaisme Nord Africain, museo e centro culturale nel cuore di Gerusalemme, egli scrisse una lettera aperta proprio al tronfio Colonnello libico, in cui, con eleganza poetica e crudeltà letteraria sopraffina, gli appiccicò sul petto l’unica vera medaglia che gli spettava: quella del narciso fallito che non era riuscito, nonostante le sue aspirazioni e i suon di petrodollari, da lui sperperati in faraoniche costruzioni e imprese terroristiche, a fare uscire il suo paese dall’anonimato assoluto nel quale era sempre naufragato, facendolo anzi passare “dall’oscurità all’oscurantismo”.

Ma prima di quella lettera, ne era passata di Storia e di storie intercettate da Herbert il quale, trovata un’indipendenza grazie all’affermazione come illustratore in riviste francesi come Planète e la Encyclopédie du Fantastique, a vent’anni, folgorato dalla poesia in musica, quella esistenzialista e crepuscolare di Jacques Brel, Léo Ferré e altri, cominciò ad adattare in italiano, grazie al suo perfetto bilinguismo, i brani di quegli autori d’oltralpe.

Scoprì così che il piacere di catturare il suono con la voce non era poi tanto distante da quello derivante dall’aver inciso, con le mani, immagini sulle tele.

Da quel momento, la diga creativa musicale del neo-cantautore si aprì, dando spazio a una cascata di canzoni, scritte per sé e per altri, così numerose per cui è difficile persino tenerne contezza.

Seguì personalmente in sala di registrazione i cantanti francesi — Antoine, Françoise Hardy — a cui cuciva addosso i suoi testi in italiano, a cominciare da Dalida, alla quale “disegnò” su misura la celebre “Mamy Blue” nel 1970 e, tre anni prima, “Non è casa mia”.

Ma nel tempo le sue poesie in musica, a volte riadattamenti da Brel, Ferré e Barbara, altre volte originali, verranno “saccheggiate” a man bassa, soprattutto dopo l’enorme successo, di critica e di pubblico, di quello che diverrà il suo brano più iconico, “Albergo a ore”, rielaborazione poetica originale di un vecchio brano di Édith Piaf, “Les Amants d’un jour”.

Con delicata drammaticità, Herbert introdusse così nel panorama canzonettistico italiano, ancora imperniato su facili rime amorose, il tema del suicidio di due giovani innamorati in una squallida camera d’albergo: inserì la canzone quasi in sordina nel suo secondo album, “Amicizia”, del 1969, preceduto di poche settimane da Gino Paoli che, avendone incisa una personale versione, contribuì a crearle intorno un’eco mediatica notevole.

Da lì, a effetto domino, altre interpreti si appropriarono di “Albergo a ore”, da Milva a Ornella Vanoni e Marcella Bella, includendola nei loro 33 giri e presentandola regolarmente nei loro concerti.

Ma nonostante il successo, l’Italia di allora, dominata da un establishment cattocomunista bigotto, non digerì bene l’argomento scottante e, rendendo più complicata l’entrata di Herbert nel circuito massmediatico, operò vere e proprie censure nei confronti della canzone e del suo autore, il quale riuscì comunque a proporla sul piccolo schermo, dal vivo, solo una volta, grazie alla lungimiranza di Renzo Arbore, che lo ospitò nel suo innovativo programma “Speciale per voi” nel maggio del 1970.

Ma non penserai mica che in quell’occasione Herbert l’abbia proposta in modo fugace, anzi: “La canzone italiana non è maggiorenne”, disse infatti con coraggio il cantautore, sollecitato dalle domande del giovane pubblico in studio, dopo aver mostrato persino una sua particolare propensione alla recitazione nell’interpretazione del pezzo.

D’altronde, chi era uscito dai rigidi confini dell’etere italiano di Stato, aveva potuto apprezzare in un altro contesto quelle sue spiccatissime camaleontiche doti comunicative ai microfoni di Radio Monte Carlo dove, dal 1966, il nostro conduceva “Fumorama”, una cornice in cui aveva dato sfogo a tutti i suoi talenti creativi e persino “schizzati”.

Dopo l’incipit, rimasto famoso, “buongiorno buongiorno buongiorno” ripetuto varie volte, tra brani proposti al di là di ogni conformismo (“io sono contro il razzismo dei cosiddetti generi musicali”, dichiarò in un’intervista a La Stampa), cominciava a inventare jingles appositamente demenziali di “contro-pubblicità” con cui metteva alla berlina la società dei consumi, facendo così da apripista per una formula che avrebbe dato il successo, qualche anno dopo, alla fatidica “Alto Gradimento” della coppia Arbore-Boncompagni.

Un giullare privo di narcisismo, tutto diretto a toccare l’altro-da-sé, l’umanità, il pubblico che lo abbraccia con l’applauso (“questa marea di mani [che] non potendoti stringere, stringe mille volte il vuoto facendolo risuonare della tua assenza”), mentre lui, il cantante-pittore-attore, utilizzando capriole linguistiche, corporee, vocali, diventa un bambino anch’egli che gioca e si diverte da matti, come quando lo si vede nella pubblicità tv della pasta Agnesi, in cui dà sfogo alle sue doti istrioniche.

Quella di Herbert fu una favola breve ma lunghissima, caro bimbo, perché spremuta con un’energia vitale che solo tu puoi capire e coltivare.

Hai idea di quanti e quali musicisti e interpreti abbiano collaborato con lui o cantato le sue poesie in musica? Oltre a “tenere a battesimo” due giovanissimi Edoardo Bennato — co-autore dei due suoi successi pop di metà anni ’60 “Ahi le Hawaii” e “Cin cin con gli occhiali” — e Ivan Graziani, autore di molte musiche del doppio concept-album di Pagani “Megalopolis”, Herbert ha scritto e inciso con i Maestri delle colonne sonore, da Riz Ortolani (“Senza te, mai”, registrata da Katyna Ranieri e interpretata anche da Mia Martini) a Stelvio Cipriani, passando per Mikis Theodorakis e Ennio Morricone.

Con quest’ultimo, in particolare, collaborò nella realizzazione del tema conduttore del film “Novecento” di Bernardo Bertolucci, con testo suo in francese, pubblicato su un 45 giri nella cui facciata B compare una perla unica, “Voyage de noces”, versione anch’essa in lingua d’oltralpe, sempre con parole di Herbert, del leitmotiv morriconiano “Metti, una sera a cena” di Giuseppe Patroni Griffi, abbellito dai vocalizzi da sirena di Edda Dell’Orso.

E come dimenticare la sua collaborazione con Giorgio Gaber per il quale scrive, tra le altre, “La vita di un uomo” e, soprattutto, “Che bella gente”, sua personalissima rielaborazione di “Ces gens-là” di Jacques Brel, uno spietato ritratto dei benpensanti piccolo-borghesi di provincia, nonché uno dei primi esperimenti, per Gaber, di quella che diverrà la sua formula del Teatro-Canzone di qualche anno più tardi.

E qui, bambino mio, sta il bello, perché Herbert inaugurò spontaneamente proprio la formula speculare a quella, futura, del suo collega milanese: la Canzone-Teatro.

Sì, hai letto bene: Canzone-Teatro. Ogni suo brano, anche di pochi minuti, apre infatti un sipario su uno scenario da palcoscenico di musica, parole e immagini, cornici caleidoscopiche, come i suoi due spettacoli che raggiungeranno l’apoteosi del successo di pubblico: “Pitture” e “Megalopolis”, portati in trionfo prima a Parigi — 15.000 spettatori in 5 giorni — e poi al Festival dei Due Mondi di Spoleto del 1976, in una frenetica attività senza sosta.

Il secondo dei due, “Megalopolis”, ispirato dal libro “Il medioevo prossimo venturo” di Roberto Vacca, è tratto dall’omonimo concept-album doppio, abbellito da suoi scritti e fantasmagorici disegni: in esso si ipotizza una fine del mondo apocalittica nella capitale di fantomatici Stati Uniti d’Europa alle soglie del 2000, a causa di ipertecnologizzazione, inquinamento e sfrenato consumismo.

E qui, un pioniere Herbert anticipa, nelle tecniche di registrazione, persino i Pink Floyd di “The Dark Side of the Moon” e “Wish You Were Here”, attraverso l’inclusione, tra un brano e l’altro, di dialoghi, rumori della vita, notiziari radiofonici, monologhi recitati, tutti “scolpiti” sul vinile.

Dopo Spoleto, i due show fanno il giro di piccoli e grandi teatri italiani, acclamati dal pubblico, ma non sempre capiti dalla pigra critica del Bel Paese.

Le cronache giornalistiche di quelle serate, pur rimarcando l’unicità e l’originalità delle proposte, non colgono il punto di una multimedialità ante litteram che, non compresa, viene a volte scambiata per eccesso: musica, recitazione, sue pitture, sculture e disegni proiettati su un grande schermo a vela di nave di 9 metri per 7, messaggi ecologici di salvezza (“voglio creare il socialismo biodegradabile”, diceva), una salvezza da lui già in passato auspicata, in “Concerto pour Venise”, in favore della protezione della città lagunare.

Ma in quelle critiche, spesso, l’oggetto del contendere erano i discorsi, recitati o cantati, proposti dal nostro protagonista in una chiave politica disorientante, soprattutto per il pubblico di sinistra che lo seguiva: “dolce, tenero, diventa provocatorio” — scrive ad esempio La Stampa del 26 settembre 1976 — “quando arriva il piatto forte: l’amara storia del suo popolo, gli ebrei… non sempre il pubblico ha reazioni positive alla foga con cui Pagani parla degli ebrei. Qualche volta le polemiche sono violente e continuano dopo la rappresentazione”.

Mi segui, piccolo spettatore? Devi sapere che lui, in quei concerti, andava dritto al punto: “Io sono ebreo, sono in contatto con la sinistra sionista di Israele, faccio un discorso… che a qualcuno non piace”.

E non finiva lì: “Sono per l’autodeterminazione dei palestinesi e per l’indipendenza di Israele, l’unico posto in duemila anni dove sporco ebreo indica solo un ebreo che non si lava”.

Ti stai chiedendo cosa fosse successo? È presto detto: il 10 novembre 1975 l’ONU, su pressione di blocchi comunisti e islamici, aveva definito il sionismo come una “forma di razzismo e di discriminazione razziale” — risoluzione poi ritirata nel 1991 — creando una frattura tra le sinistre mondiali, in massima parte filo-arabe, e il processo di autodeterminazione del popolo ebraico.

A tutto ciò Herbert rispose incidendo, sia in francese che in italiano, un agguerrito poema politico musicato, “Arringa per la mia terra” (“Plaidoyer pour ma terre”) (https://youtu.be/r3AGNVWEJ4A?si=QMfVyudpJHuZPuzC), letto da lui stesso in diretta TV su Antenne 2: una sofferta e viscerale invettiva che gli costò censure e boicottaggi dei media francesi, pare fomentati, in tal senso, direttamente dall’Eliseo.

“Io, ebreo di sinistra” — diceva in quell’arringa — “me ne sbatto di una sinistra che vuole liberare tutti gli uomini a spese di una minoranza, perché io faccio parte di quella minoranza. Se la sinistra ci tiene a contarmi tra i suoi non può eludere il mio problema. […] Perché l’espressione ‘terra promessa’ deve valere per tutti i popoli meno che per quello che l’ha inventata?”.

Già, perché? Lo aveva raccontato in due perle del suo repertorio legate alla diaspora del suo popolo, “La stella d’oro” e “Un capretto”: la storia di pogrom, ghettizzazioni e stermini, mirabilmente condensata in una manciata di minuti.

E continuò a chiederlo e a chiederselo, fino alla fine, nei suoi successivi e sofferti interventi scritti, uno dei quali pubblicato sul Corriere della Sera del 13 aprile 1988 — pochi mesi prima della sua prematura scomparsa —, intitolato “Israele, perché non provi a tendere la mano?”: “Lo so”, scriveva nelle righe finali di quell’articolo, “non esiste nella storia il caso di uno Stato sovrano disposto a trattare con un gruppo che si prefigge la sua distruzione… Provaci lo stesso, dirotta il corso della storia. Tendi la mano, Israele, anche se non c’è nessuno a stringerla”.

Deluso, amareggiato dal violento clima creatosi in quello scorcio di fine anni ’70, esasperato anche da un mondo musicale da cui si sente progressivamente emarginato, Herbert ritorna al silenzio, fuori dal chiasso mediatico: mentre le sue liriche, in Francia, vengono incluse in un’antologia di poeti comprendenti Pablo Neruda, Léo Ferré, Georges Brassens, lui lancia il suo messaggio nella bottiglia di naufrago della Storia e saluta: “Ti ringrazio vita che m’hai dato l’arco dell’arcobaleno”, scrive nel suo adattamento in italiano di “Gracias a la vida” di Violeta Parra, un arco che lo riporta alle origini.

Si chiude nel suo laboratorio artistico di Milano circondato da centinaia di rottami e rifiuti che raccoglie pazientemente sulle spiagge italiane, vomitati dal mare e da lui riciclati in opere d’arte stratosferiche: un archeologo degli scarti, l’uomo che va in frantumi e da essi si ricompone (“Vi trovo belli. Siete dei rottami allegri e io sono un rottame che cerca la gioia. Mi sento bene in mezzo a voi… anch’io naufrago di questo secolo”).

Relitti di tronchi diventano un profilo di Manhattan poggiato su un Cristo sotterraneo in croce, scarpe rotte si tramutano in ritratti di Woody Allen o di cantanti di blues, mentre le schegge di un metallo gli servono per creare le pagine-lama del “Mein Kampf”.

Da queste immersioni Herbert riemerge soltanto sporadicamente nell’aere sonoro, sia scrivendo i testi di alcune canzoni per il suo amico e collega Marco Ferradini, tra cui spicca “Teorema”, oggi un must della musica leggera italiana, sia per far arrivare la sua voce di nuovo sull’etere radiofonico, stavolta però su Radio Radicale, dai cui microfoni lancia, ancora a pochi mesi dal suo addio a questa terra, il suo allarme per il buco dell’ozono, da lui descritto come una “placenta strappata”.

Nell’estate del 1988, d’improvviso, per una leucemia fulminante, torna, per seguire la sua metafora, nell’utero del cosmo, dove la sua parabola terrena era iniziata e, ora, si chiudeva a soli 44 anni: “Lontano ma da dove?, mi canto mentalmente, mentre volo, senza scalo, da niente… a niente”, scrive nella sua canzone più metafisica e struggente, “Da niente a niente”, nella quale lascia un pensiero anche per il suo amico Luigi Tenco che gli “passa per la gola mentre… scendiamo lentamente… Chissà se stasera, in teatro, c’è gente”.

Ti dicevo all’inizio di questa storia, caro bimbo di domani, che al nome di Herbert vengono spesso accostate le parole “purtroppo dimenticato”.

Ma non rattristarti: il suo “esserci” è stato così fulmineo, intenso e dirimente, che nessuna dimenticanza o smemoratezza potrà mai annullare il suo percorso.

Oggi, la sua assenza è presenza.

Nel vortice assordante delle voci che gridano coprendo l’ascolto, il suo silenzio è musica.

Sì, è vero: è stato dimenticato dai più; ma in questo vuoto di memoria sociale Herbert Pagani ha lasciato un foro, una crepa nella roccia delle convinzioni e delle certezze.

Chi passa da lì, se ha modo, voglia, impulso o bisogno di fermarsi, se non è in preda al furore violento di stabilire tutto, può vedere la sua assenza nella luce o nel buio di quella sua finestra poggiata su un altrove, può sentire l’eco del suo silenzio o il riverbero del proprio vociare interiore.

Se quel qualcuno avrà la capacità di ricordarsi di quel momento, poi, gli capiterà forse di inciampare, distratto, magari sbucciandosi un ginocchio e fermandosi ad ascoltare quel dolore puerile, causato da un suono, una lirica, un disegno, una scultura, un sorriso di Herbert: tutte carezze che entrano però sotto forma di pugni gentili, di cui non puoi che essergli grato perché aprono ferite che, come diceva il poeta persiano Rumi, sono il punto in cui la luce penetra nel corpo.

Essere ricordati non è sempre essenziale: quando la memoria collettiva è obesa di ciarpame tossico, il suo respiro vitale è nell’oblio.

Lì, nel metaverso della creatività e dell’energia sublime, vive lo spirito di Herbert Pagani.

Lui ce lo aveva già detto in tempo: “guardate, fratelli, gira la terra come la vita, che se ne va leggera, pomo di luce, verso l’infinito…”.

L’arco breve della sua esistenza, nella parabola di parole, segni, suoni e immagini da lui create, ha la forma di una sagoma metafisica che si staglia in equilibrio su una fune, in bilico su se stessa e, insieme, alla ricerca di sé.

“E tutte le strade sono buone per arrivare a te stesso”, scriveva a te, caro bambino, non ancora nato.


Inserisci la tua mail per non perdere nessuno dei contenuti di InOltre. Ogni volta che pubblicheremo qualcosa sarete i primi a saperlo. Grazie!

*Iscrivendoti alla nostra newsletter accetti la nostra privacy policy



Iscriviti al Club InOltre

Il Club InOltre nasce per creare una community tra chi InOltre lo scrive, chi lo legge e chi lo sostiene.  È il desiderio di creare punti di incontro digitali e, quando possibile, anche fisici – dove scambiarsi idee, discutere, conoscersi da vicino.

Un Club che unisce tutti quelli che contribuiscono alla buona riuscita d’InOltre e al suo successo.


InOltre è completamente gratuito ed è il frutto della competenza e della passione di molte persone che lavorano senza fini di lucro. Se desideri contribuire con un piccolo supporto, puoi farlo effettuando un bonifico come di seguito specificato oppure cliccando sui pulsanti che vedi, scegliendo l’opzione che più preferisci. Le donazioni verranno utilizzate per i costi di mantenimento del sito e per altre attività editoriali.

Grazie per il vostro supporto!

Bonifico bancario intestato a Inoltre Ente del Terzo Settore con Causale: donazione/erogazione liberale a favore di Inoltre ETS.

Codice Iban: IT55A0306909606100000404908

Supporto editoriale

Sostieni questo progetto editoriale

Se ti è piaciuto o se non ti è piaciuto questo articolo, scrivilo nei commenti.

InOltre è completamente gratuito ed è il frutto della competenza e della passione di molte persone che lavorano senza fini di lucro. Se desideri contribuire con un piccolo supporto, puoi farlo effettuando un bonifico oppure scegliendo una delle opzioni di donazione disponibili. Le donazioni verranno utilizzate per i costi di mantenimento del sito e per altre attività editoriali.

Grazie per il vostro supporto!

Bonifico bancario intestato a Inoltre Ente del Terzo Settore con causale: donazione/erogazione liberale a favore di Inoltre ETS.

Codice IBAN: IT55A0306909606100000404908

PayPalOffrici un caffèDona con Satispay

2 pensieri su “In ricordo di Herbert Pagani: il genio della porta accanto

  1. Pingback: OGGI PREFERISCO CELEBRARE | ilblogdibarbara

  2. blogdibarbara dice:

    Non ricordavo che oggi è il suo compleanno: grazie. Fra i suoi scritti memorabili ricordo anche la “Lettera ai fratelli”, di cui qui è riportata una frase.
    Anni fa un carissimo amico che già da 10 anni non c’è più aveva abbozzato un video per una canzone ricordata in questo articolo, poi aveva deciso di lasciarlo perdere. Ho insistito perché lo completasse, e sono felice che mi abbia ascoltata. Si chiamava Lorenzo Fuà (ma talmente modesto che ha preferito mascherare il suo nome)
    https://youtu.be/hq_uohUjKjM

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *