Italia
Irpef, perché pochi contribuenti pagano gran parte del conto
I nuovi dati del Mef sulle dichiarazioni 2025 mostrano un’Italia dove i redditi reali crescono poco, restano compressi verso il basso e il peso dell’Irpef si concentra inevitabilmente sui contribuenti più abbienti. Il nodo non è solo fiscale: è produttivo, salariale e sociale. Il Mef ha



I nuovi dati del Mef sulle dichiarazioni 2025 mostrano un’Italia dove i redditi reali crescono poco, restano compressi verso il basso e il peso dell’Irpef si concentra inevitabilmente sui contribuenti più abbienti. Il nodo non è solo fiscale: è produttivo, salariale e sociale.
Il Mef ha pubblicato la settimana scorsa i dati sulle dichiarazioni dei redditi presentate nel 2025 e relative ai guadagni del 2024. Sono i numeri più aggiornati per capire quanto gli italiani dichiarano al fisco, chi sostiene davvero il peso dell’Irpef e come si distribuiscono i redditi tra categorie di lavoratori.
I 42,8 milioni di contribuenti hanno dichiarato in media 24.890 euro lordi, circa 940 euro in più rispetto all’anno prima. In termini nominali, cioè senza tener conto dell’inflazione, l’aumento è stato del 3,9 per cento. In termini reali, depurando dal rialzo dei prezzi dello 0,8 per cento registrato nel 2024, il reddito medio è cresciuto del 3,1 per cento. È un risultato sensibilmente migliore di quello dell’anno precedente, quando l’inflazione altissima del 2023 aveva azzerato l’aumento nominale e fatto scendere i redditi reali dello 0,4 per cento.
Prima di entrare nel dettaglio, va chiarito di cosa stiamo parlando. Il dato a cui ci si riferisce è il reddito imponibile lordo, cioè quello su cui si calcolano le imposte da pagare, e non la retribuzione annua lorda (Ral) negoziata con il datore di lavoro. La Ral include anche i contributi sociali versati all’Inps, mentre il reddito imponibile li esclude. Per dare un’idea, un reddito imponibile lordo di 24.890 euro corrisponde a una Ral di circa 27.400 euro, che su 13 mensilità equivale a un reddito netto di circa 1.660 euro al mese e costa all’azienda circa 36.800 euro l’anno.
Ricalcolando i dati del passato per tenere conto dell’inflazione, nel 2001 il reddito medio dichiarato era pari a 23.310 euro, mentre oggi vale 24.890 euro. In 23 anni la crescita reale è stata del 6,8 per cento, una delle più basse tra i grandi Paesi europei. Nello stesso periodo Germania, Francia e Spagna hanno fatto molto di più, mentre l’Italia ha vissuto due decenni in cui i redditi reali sono rimasti sostanzialmente fermi.
Il picco storico è stato toccato nel 2021, con 25.010 euro ai prezzi del 2024, prima che lo shock inflazionistico del 2022 e del 2023 erodesse il potere d’acquisto dei contribuenti. Da allora i redditi reali non sono ancora tornati su quei livelli: il dato del 2024 resta inferiore di circa 120 euro al massimo del 2021. In termini puramente nominali la crescita è stata invece consistente, da 21.780 euro nel 2021 a 24.890 euro nel 2024, ma è stata in larga parte assorbita dall’aumento dei prezzi.
C’è poi un ulteriore avvertimento da prendere in considerazione. I numeri pubblicati dal Mef non descrivono il reddito effettivamente percepito dagli italiani, ma quello dichiarato al fisco. Secondo le stime dello stesso ministero, l’evasione delle imposte sul reddito è particolarmente concentrata tra i lavoratori autonomi e le partite Iva, dove la base imponibile sfugge più facilmente ai controlli. Per i lavoratori dipendenti, invece, la trattenuta alla fonte da parte del datore di lavoro rende l’evasione molto più difficile. Quando si confrontano le medie tra le diverse categorie, quindi, va tenuto presente che il reddito reale di alcune di esse è probabilmente più alto di quanto risulti dalle dichiarazioni.
La distribuzione dei redditi dichiarati è molto concentrata sulle fasce basse. Il 33 per cento dei contribuenti ha dichiarato meno di 15 mila euro, e un altro 28 per cento si colloca tra i 15 mila e i 26 mila euro. Significa che il 61 per cento degli italiani con un reddito imponibile sta sotto i 26 mila euro lordi. All’estremo opposto, l’1,8 per cento ha dichiarato più di 120 mila euro, con un reddito medio di 164 mila euro.
Nel complesso, gli italiani hanno versato 194 miliardi di euro di Irpef, l’imposta sulle persone fisiche, su un reddito imponibile di 1.013 miliardi. Il 61 per cento dei contribuenti che dichiara meno di 26 mila euro contribuisce per il 16 per cento del totale dell’imposta. Chi sta sotto i 15 mila euro paga in media 380 euro l’anno, un’aliquota effettiva del 5,3 per cento. L’1,8 per cento più ricco, cioè chi guadagna oltre 120 mila euro, versa da solo il 21 per cento di tutta l’Irpef, con un’imposta media di 54 mila euro a testa.
Il dato può sembrare squilibrato, ma è la conseguenza naturale di un’imposta progressiva. L’Irpef cresce all’aumentare del reddito secondo aliquote più alte, e questo è il principio su cui si fonda da quando è stata istituita nel 1974. Chi guadagna di più paga una percentuale maggiore su una base più ampia e contribuisce inevitabilmente a una quota più grande del gettito. L’Italia non è un’eccezione: in tutti i grandi Paesi avanzati, dalla Germania al Regno Unito, dalla Francia agli Stati Uniti, il decimo più ricco di contribuenti versa quote del totale dell’imposta sul reddito che oscillano tra il 50 e il 70 per cento. La concentrazione del gettito sui redditi alti è strutturale in un sistema progressivo.
Il vero problema italiano, semmai, è che la distribuzione dei redditi è schiacciata verso il basso e ci sono poche persone che guadagnano cifre medio-alte. Solo il 6,6 per cento supera i 55 mila euro, mentre in Germania e Francia la fascia dei redditi medio-alti, quella tipica dei lavori specializzati e qualificati, è molto più ampia. È il riflesso di un’economia poco innovativa, con una produttività cresciuta pochissimo negli ultimi vent’anni, una quota di laureati tra le più basse d’Europa e una struttura produttiva fatta soprattutto di piccole imprese, dove le posizioni ben retribuite sono poche. Non è tanto l’Irpef a essere squilibrata, sono i redditi prodotti dal sistema a esserlo.
Anche dietro la media nazionale di quasi 25 mila euro si nascondono profili molto diversi. I lavoratori dipendenti hanno dichiarato in media 26.940 euro, in crescita del 6,4 per cento reale rispetto all’anno precedente, beneficiando dei rinnovi contrattuali e dell’effetto del taglio del cuneo fiscale. I pensionati hanno dichiarato 25.260 euro, +5,6 per cento reale, dopo l’adeguamento delle pensioni all’inflazione. I lavoratori autonomi hanno dichiarato in media 72.620 euro, con un calo del 4,8 per cento in termini reali.
Queste note sono debitrici di un lavoro pubblicato sul Substack di Lorenzo Ruffino il 24 aprile.
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