Israele
Israele è il diritto di non chiedere il permesso di esistere
Avete presente la “critica a Israele”? Avete presente il ritornello “criticare Israele non è antisemitismo”? La quota maggioritaria tra quelli che lo ripetono è rappresentata da antisemiti punto e basta, e non vale a pena di occuparsene. Ma una quota minoritaria e in buona fede di



Avete presente la “critica a Israele”? Avete presente il ritornello “criticare Israele non è antisemitismo”? La quota maggioritaria tra quelli che lo ripetono è rappresentata da antisemiti punto e basta, e non vale a pena di occuparsene. Ma una quota minoritaria e in buona fede di quelli che pure ripetono quel ritornello merita invece di essere considerata.
Non perché abbiano ragione (non hanno ragione), ma perché letteralmente, e appunto in buona fede, non sanno di cosa parlano, o per meglio dire parlano di una cosa diversa da quella che è, e ragionano e giudicano in proposito scambiando una cosa per l’altra. Scambiano la cosa che non conoscono, la cosa di cui non sanno, per la cosa di cui parlano.
E l’effetto di questo scambio non è molto diverso rispetto a ciò che fanno quelli di cui parlavamo all’inizio, cioè gli antisemiti punto e basta, gli antisemiti in purezza.
La “critica a Israele” dunque. Semplicemente non sanno che cos’è Israele.
Intendo dire: non sanno cosa è Israele per gli israeliani e per gli ebrei (che non sono tutti gli ebrei, ovviamente) i quali sanno cosa è Israele per gli israeliani e per gli ebrei. Questi della “critica a Israele” ritengono che Israele sia una cosa pressoché bella, diciamo così, perché democratica, tollerante civile, eccetera, e tuttavia esposta al pericolo di negare sé stessa per la presenza e per la possibile e temibile preponderanza degli israeliani e degli ebrei che “non vanno bene”, i fondamentalisti, gli oltranzisti, i “fascisti” eccetera.
E quindi credono che Israele debba preservarsi, non facendosi contaminare, cioè non perdendo la propria anima democratica, civile, eccetera.
Ma il problema è che Israele non è questo. Israele non ha niente a che fare con tutto questo. Non è nato per questo. Non è stato costruito per questo. Non si è difeso per questo. Israele è solo e soltanto il residuo posto per gli ebrei.
Il residuo posto in cui gli ebrei possono vivere senza chiedere il permesso di viverci in quanto ebrei. E quando dico “permesso di vivere” non penso al diritto di sopravvivenza fisica (anche, ma non solo), cioè il diritto compromesso da chi fisicamente aggredisce gli ebrei. Intendo dire il residuo posto in cui gli ebrei non devono giustificarsi, non devono non essere, per sopravvivere, le cose di cui tradizionalmente e di volta in volta sono accusati.
Cose inesistenti, ovviamente, se riferite a un popolo, ma di cui gli ebrei in quanto ebrei sono di volta in volta accusati: a seconda dei casi e dei secoli, avari, sanguisughe, predominanti, infidi eccetera. Israele è il posto in cui gli ebrei non devono “dimostrarsi” non avari, non sanguisughe, non predominanti, cioè le cose che fuori da Israele gli ebrei debbono dimostrare di non essere per sopravvivere senza essere discriminati. Oggi le cose di cui gli ebrei devono dare dimostrazione è l’essere democratici, civili, tolleranti: ed ecco la “critica a Israele”.
Che è la cosa più antisemita che si possa immaginare, e quella piccola quota in buona fede tra i ripetitori del ritornello “criticare Israele non è antisemitismo”, ecco, quella piccola parte in buona fede non ne ha nemmeno il più pallido sospetto.
Appunto perché non capiscono che Israele è quest’altra cosa, tutta diversa, e cioè il posto residuo in cui gli ebrei non devono chiedere il permesso di sopravvivere da ebrei dimostrandosi “bravi ebrei”, che oggi significa, altrove, chiedere scusa per il cosiddetto genocidio, per l’apartheid, la pulizia etnica o per un ministro fascista o per una riforma giudiziaria che a qualcuno non piace.
Ciò che fanno quei pochi pur in buona fede, forse senza accorgersene, è la destituzione della realtà di “quella” cosa, quell’Israele, che “è” Israele. Che è l’unico Israele che conta. L’unico Israele che conta per ciò su cui è stato costruito e per ciò che da parte di quelli, quelli della “critica a Israele”, non è compreso e quindi è destituito.
Israele è il diritto di non chiedere il permesso di esistere a chi lo vuole democratico, giusto, moralmente presentabile. Israele è il diritto degli ebrei di non essere giudicati da quelli disposti a riconoscere il loro diritto di esistere a patto che siano in un certo modo.
Quando dunque sentite dire “criticare Israele non è antisemitismo” domandate a chi lo dice: scusa, ma che cosa intendi per Israele?
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La cosa veramente assurda è che ancora oggi si debba spiegare ad una moltitudine di antisemiti/antisionisti il ruolo dello Stato di Israele per gli ebrei. Sembra di rivivere il periodo antecedente all’emancipazione degli ebrei, intorno al 1780, quando con l’affermarsi delle idee illuministe si iniziava timidamente a considerare il problema ebraico in tutta la sua drammaticità. Allora sembrava che la posizione espressa con i principi dell’Haskalah, accettati subito dopo dall’Imperatore Giuseppe II d’Austria poi dall’editto di Versailles (1790 credo) potesse portare ad una reale svolta nella considerazione degli ebrei in Europa. Tutto inutile, dopo un secolo timido di iniziative arrivarono i russi con la falsità dei Protocolli dei savi di Sion che aprì le cataratte alla tragedia della Shoah e poi del 7/10.
Un’altra cosa da chiedere a chi rivendica il diritto di criticare Israele senza dover essere considerato antisemita è: c’è stato, dal ’48 a oggi, un governo israeliano che tu abbia ritenuto non criticabile? C’è stata, dal ’48 a oggi, una politica di Israele che tu abbia ritenuto non criticabile?
si può criticare la politica attuale di Israele, e insieme difenderne la necessità e il diritto di esistere.