Politica italiana
La battaglia sulla “legge truffa” e la fine politica di De Gasperi
Immaginate una legge elettorale che assegni il 65 per cento dei seggi alla coalizione che raggiunga il 50 per cento più uno dei voti validi espressi. Settantadue anni fa quella legge fu considerata un imbroglio e divenne teatro di una "patria battaglia" che appartiene alle mitologie


Immaginate una legge elettorale che assegni il 65 per cento dei seggi alla coalizione che raggiunga il 50 per cento più uno dei voti validi espressi. Settantadue anni fa quella legge fu considerata un imbroglio e divenne teatro di una “patria battaglia” che appartiene alle mitologie della storia repubblicana. Ma, come per tutte le mitologie, il suo nucleo di verità è controverso. La “legge truffa” del 1953 (la definizione si deve forse a Piero Calamandrei) è stata infatti interpretata sia come un cupo episodio della restaurazione postbellica, sia come il tentativo di garantire una governabilità messa a repentaglio dalla frammentazione partitica.
Dopo la vittoria del 1948, la Dc navigava in acque tutt’altro che tranquille. Aveva conosciuto una vivace dialettica intestina già al congresso di Venezia (giugno 1949), e la domanda di Giuseppe Dossetti e Giorgio La Pira di aprire un “terzo tempo sociale” non poteva essere troppo a lungo sottovalutata. È grazie anche a questa domanda che vede la luce una non trascurabile stagione di riforme, dalla revisione dei patti agrari alla creazione della Cassa per il Mezzogiorno, fino al varo dei piani di edilizia popolare patrocinati da Amintore Fanfani.
Il suo avvio, però, da un lato incontra vivaci resistenze nella destra liberale, dall’altro lato coesiste con una linea monetarista -promossa da Giuseppe Pella- energicamente osteggiata dalle componenti riformiste del governo. Alcide De Gasperi, insomma, deve fare i conti con una Dc e con alleati divisi e inquieti, peraltro in una fase in cui le tensioni tra i due blocchi -inasprite dallo spettro del conflitto coreano- si riverberano pesantemente sul nostro paese. Lo stato di allerta diventa altissimo, il timore di una terza guerra mondiale è tangibile, le sue ripercussioni economiche aggravano una situazione già problematica. Solo nel 1956, dopo la rivolta d’Ungheria e la crisi di Suez, si percepirà che l’assetto mondiale nato dal crollo del nazifascismo era più solido di quanto non si potesse pronosticare.
È in questo contesto che si colloca il disegno di “democrazia protetta” di De Gasperi. Per usare la sua celebre metafora dell’autobus, lo stato non doveva più essere solo il controllore che si occupa unicamente di timbrare i biglietti dei passeggeri, ma doveva decidere chi poteva e chi non poteva salirvi. La seconda metà della legislatura, quindi, viene dedicata al varo di una serie di provvedimenti volti a colpire le azioni reputate eversive della sinistra e della destra, e culmina nella legge maggioritaria che avrebbe dovuto blindare la formula centrista.
L’abbandono del proporzionale viene deliberato nel Consiglio nazionale della Dc (Anzio 21-24 giugno 1952), pur con qualche tentennamento fra i “dossettiani senza Dossetti” (l’esperienza del gruppo di “Cronache Sociali” era di fatto terminata sei mesi prima). I mentori della svolta sono De Gasperi, il segretario del partito Guido Gonella e Paolo Emilio Taviani, che ne rivendica addirittura la paternità. Non così Giovanni Gronchi e Luigi Sturzo, il quale condanna “quel premio di maggioranza, che il fascismo volle come suo primo atto elettorale a cui fece seguito la soppressione, prima parziale poi completa, del regime rappresentativo” (“Il Popolo”, 29 giugno 1952). Ribadisce pertanto la sua ostilità verso ogni possibile commistione con la “legge Acerbo” del 1923 (due terzi dei seggi col 25 per cento dei suffragi), cui si era opposto con grande fermezza fino a mettere in gioco l’unità del Partito popolare.
Dopo la riunione di Anzio, socialdemocratici, repubblicani e liberali avviano con la Dc una trattativa serrata che verte su un punto cruciale: come ripartire il premio di maggioranza tra le forze politiche collegate. Psdi, Pri e Pli subordinano il proprio appoggio alla certezza di non essere penalizzati nel gioco della distribuzione dei seggi. In agosto, durante la vacanza trentina, De Gasperi incontra i loro rappresentanti per un ultimo sondaggio e poi pronuncia un importante discorso a Predappio, dove spicca il suo ruolo di vero regista dell’operazione.
Il 18 ottobre il Consiglio dei ministri approva il progetto di legge. La ripartizione dei seggi tra maggioranza e minoranza viene fissata nelle quote di 380 contro 209 (più un seggio spettante al collegio valdostano). Il 15 novembre la Dc e le tre formazioni laiche firmano l’accordo di collegamento: nasce il “polipartito di governo”. Il 7 dicembre inizia alla Camera il breve, ma burrascoso iter parlamentate della legge. E inizia con un colpo basso del relatore democristiano Afonso Tesauro, il quale rievoca una vecchia posizione dei socialisti. “In linea generale -aveva sostenuto Nenni- vale poi l’osservazione che la proporzionale è per sua natura conservatrice: frena, non accelera un processo politico [ …]” (“Avanti!”, 22 aprile 1945).
Il dibattito si surriscalda. Giorgio Almirante si scaglia contro il meccanismo elettorale congegnato per discriminare la destra. Palmiro Togliatti e Francesco De Martino cercano di dimostrare come la fede proporzionalista sia il cemento della nazione voluto dai costituenti. Aldo Moro, nell’intervento di rigetto delle eccezioni sollevate, addebita la necessità della riforma elettorale alle opposizioni, le quali “hanno interrotto il dialogo democratico e introdotto un significato di democrazia che sostanzialmente contrasta con un autentico ideale democratico”.

Il confronto che si svolge al Senato non è meno infuocato, anche perché De Gasperi pone preliminarmente la questione di fiducia. Il 18 gennaio 1953 viene votata a Montecitorio la riforma elettorale, mentre nelle strade romane si susseguono gli scontri tra reparti della Celere e manifestanti. De Gasperi, che è presente in aula, ribadisce che è dovere imprescindibile del governo assicurare l’autonomia del parlamento da ogni sorta di pressione esterna. La tensione sale in tutte le piazze della penisola. A Livorno, un ordine del giorno approvato dagli operai comunisti e socialisti della Moto-Fides dichiarano di essere pronti a battersi “per la salvezza della verità, contro ogni tentativo di soffocazione delle libertà costituzionali e in particolare contro la legge elettorale truffaldina”.
Per altro verso, si moltiplicano nelle prefetture le segnalazioni di presunti piani di sabotaggio o di ricostituzione di “bracci armati” in seno alle cellule del Pci. Nella campagna elettorale, che è al calor bianco, si intrecciano le forme più diverse di delegittimazione dell’avversario. Si respira nuovamente un’aria da 18 aprile 1948. Nei manifesti della Dc compaiono due loschi figuri: un fascista con manganello e pugnale e un comunista con il basco con la stella rossa. In quelli della sinistra la Democrazia cristiana viene bollata come il” partito della greppia”. Nei quadri murali del Msi troneggia De Gasperi in divisa da carabiniere.
Fin da quando si profila l’accantonamento del proporzionale, quotidiani e riviste della sinistra si impegnano in un massiccio battage propagandistico teso a far diventare senso comune il carattere liberticida della “legge truffa” in gestazione. Dal canto suo, il variegato mondo della stampa di opinione e dei partiti di centro difende strenuamente quella che viene giudicata come una specie di “ultima sponda” per la democrazia italiana. Fuori dal coro “Il Mondo”, che già nel gennaio 1952 si era speso per favorire il rilancio di un’area liberaldemocratica trasversale al sistema dei partiti.
Dopo aver stigmatizzato la condotta di Psdi, Pri e Pli divenuti “servi dei democristi”, Gaetano Salvemini sulle sue colonne indica per il futuro la necessità di creare una “terza forza”, riunificando lo schieramento laico in una “confederazione dei gruppi di centro-sinistra e sinistra”. L’appello, nonostante l’adesione di prestigiosi intellettuali, avrà scarsa fortuna. Tuttavia, dalle fila liberali, socialdemocratiche e repubblicane nel frattempo erano uscite personalità di rilievo come Epicarmo Corbino, Calamandrei e Ferruccio Parri. Gli ultimi due -insieme a Antonio Greppi- danno vita al movimento di Unità popolare, dietro cui si schierano quanti cercavano nel sistema politico italiano gli spazi per una “terza via”. Tra questi: Arturo Carlo Jemolo, Nicola Abbagnano, Norberto Bobbio, Carlo Levi, Leo Valiani, Mario Soldati, Bruno Zevi.
Lunedì 8 giugno 1953: si chiudono i seggi elettorali e cominciano le operazioni di scrutinio. Una settimana dopo vengono ufficializzati i risultati definitivi. L’affluenza alle urne è stata del 93,8 per cento. Il quorum non scatta per cinquantasettemila voti, a fronte di un milione e trecentomila schede bianche, nulle o contestate. Negli ambienti vicini al governo il Pci viene accusato di brogli e si invoca un riconteggio delle schede. In realtà, per la Dc si era chiusa una pagina che non poteva essere più riaperta.

Nonostante la sconfitta, De Gasperi era convinto che la politica centrista non avesse alternative. Ma restava sul tappeto il nodo del fallimento degli alleati laici, la vera spina nel fianco della strategia degasperiana. L’abile gioco di Togliatti, lamenterà Luigi Salvatorelli, aveva minato la parte debole della coalizione. Comunque, “nessuna catastrofe è in vista, nessun Annibale è alle porte, [anche se ] si è fatto un gran passo indietro sulla via della stabilità governativa” (“La Stampa”,14 giugno 1953).
Sul versante di sinistra, Nenni titola il suo editoriale sul quotidiano socialista: “Eppure è successo qualcosa di grosso”, ossia la débacle del “regime degasperiano”. Nel mondo cattolico, la rivista “Vita e Pensiero” ospita un duplice intervento di Carlo Colombo che non esclude a priori un dialogo con il Psi. La preoccupazione che muove il teologo di fiducia di padre Gemelli era quella di trovare terreni più ampi e più fertili per la dottrina sociale della chiesa. Si tratta di uno dei primi semi di quell’apertura a sinistra che daranno i loro frutti più maturi dieci anni dopo.
Se ti è piaciuto o se non ti è piaciuto questo articolo, scrivilo nei commenti.

InOltre è completamente gratuito ed è il frutto della competenza e della passione di molte persone che lavorano senza fini di lucro. Se desideri contribuire con un piccolo supporto, puoi farlo effettuando un bonifico come di seguito specificato oppure cliccando sui pulsanti che vedi, scegliendo l’opzione che più preferisci. Le donazioni verranno utilizzate per i costi di mantenimento del sito e per altre attività editoriali.
Grazie per il vostro supporto!
Bonifico bancario intestato a Inoltre Ente del Terzo Settore con Causale: donazione/erogazione liberale a favore di Inoltre ETS.
Codice Iban: IT55A0306909606100000404908


Condividi








insomma sono 70 anni che andiamo alla ricerca della stabilità e di una terza via