Russia
La Biennale, la Russia e l’equivoco sull’arte “neutrale”
La polemica sulla Biennale non riguarda un’idea astratta di arte pura, ma il rapporto concreto tra cultura, potere e responsabilità politica. Separare del tutto l’arte dal giudizio storico e civile è una semplificazione ingenua, soprattutto davanti alla guerra e alla propaganda. Sostenere che l’arte sia sopra


La polemica sulla Biennale non riguarda un’idea astratta di arte pura, ma il rapporto concreto tra cultura, potere e responsabilità politica. Separare del tutto l’arte dal giudizio storico e civile è una semplificazione ingenua, soprattutto davanti alla guerra e alla propaganda.
Sostenere che l’arte sia sopra tutto e non possa essere giudicata con uno sguardo politico, dovendo così, come lo sport, essere sottratta a qualunque polemica, è un criterio abbastanza puerile: l’arte è un’espressione della creatività umana, qualche volta sublime, qualche volta deteriore. Nei secoli è stata strumento di potere, di visibilità, di affermazione e di negazione. L’arte è il più potente messaggero del pensiero che si possa immaginare: favorevole o contraria, incrocia i temi del tempo e li traduce.
Quando ancora erano i committenti, papi, dittatori, regnanti a decidere chi sarebbero stati gli artisti del momento, l’arte era il megafono del loro potere, ma questo non ha impedito ad artisti meravigliosi di produrre opere indimenticabili. Parlare quindi dell’arte come qualcosa di astratto che deve sottrarsi a qualunque giudizio è antistorico e, persino nei tempi moderni, nei quali alla committenza si è sostituito il mercato, esistono esempi anche in Europa, come in Francia, nel quale il cambio tra i ministri stabilisce un preciso cambio di strategia culturale molto più percepibile che da noi.
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Il caso della Biennale ha degli aspetti complessi: il padiglione russo appartiene allo Stato russo, quindi teoricamente la decisione di che cosa vi debba essere esposto spetterebbe a loro. D’altro canto, offrire la straordinaria vetrina della Biennale alla propaganda di un paese che, nella disattenzione di molti nostri politici, ha contravvenuto a qualunque regola e tuttora, con la guerra contro l’Ucraina, tradisce il diritto internazionale sarebbe, come dice giustamente il ministro Giuli, un errore e causerebbe contestazioni che metterebbero a rischio tutta la manifestazione.
Una soluzione? Dal punto di vista normativo, complessa per la questione legata alla proprietà del padiglione, ma dal punto di vista politico e dell’opportunità, il suggerimento di Giuliano Ferrara, pare accolto dal direttore Buttafuoco, di dedicare un padiglione alla dissidenza contro il regime di Putin, aperta a tutti quegli artisti che hanno avuto il coraggio di schierarsi, potrebbe essere, se non una soluzione, una risposta: la Biennale non sarebbe quindi solo una straordinaria vetrina, seppure affascinante, per l’arte del mondo, ma un veicolo per un messaggio civile oggi più che mai necessario.

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Condannare o rifiutare una specifica opera d’arte in quanto portatrice di propaganda politica è un conto, escludere aprioristicamente uno stato, o scegliere di ospitarne una sola parte politica, è una cosa totalmente diversa, ed è una cosa vergognosa, che degrada chi la fa, e una macchia indelebile sulla cultura di cui l’organizzazione in questione pretenderebbe di farsi portavoce.