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La Cgil e Israele

Israele

La Cgil e Israele

di Michele Magno Il 9 marzo la Cgil scenderà in piazza a Roma. Il sindacato di Maurizio Landini, si legge nel suo comunicato, esprime "profonda disapprovazione e preoccupazione democratica per le violente cariche delle forze dell'ordine sui cortei di studenti, e ribadisce che le libertà di

InOltre28/02/2024Aggiornato 04/04/20243 min lettura465 parole

di Michele Magno

Il 9 marzo la Cgil scenderà in piazza a Roma. Il sindacato di Maurizio Landini, si legge nel suo comunicato, esprime “profonda disapprovazione e preoccupazione democratica per le violente cariche delle forze dell’ordine sui cortei di studenti, e ribadisce che le libertà di manifestazione e di associazione, a partire dal diritto di sciopero, sono diritti costituzionali inviolabili”. A parte la “preoccupazione democratica” (ne esiste forse una totalitaria?), è un  discorso che ci può stare. Il bello (anzi il brutto) viene dopo. Perché il principale obiettivo dichiarato dalla confederazione maggioritaria è quello di “impedire il genocidio, garantire assistenza umanitaria alla popolazione di Gaza, liberare gli ostaggi e prigionieri, la fine dell’occupazione, il riconoscimento dello stato di Palestina sulla base delle risoluzioni Onu e l’organizzazione di una conferenza internazionale per pace e giustizia in Medio Oriente”.

Vasto programma, direbbe De Gaulle. Ma non è questo il punto. Ciò che più colpisce è il tranquillo sdoganamento, questa volta senza alcuna “preoccupazione democratica”, del termine “genocidio” e l’equivalenza tra “ostaggi” (nei tunnel di Hamas) e “prigionieri” (nelle carceri israeliane). Ciò che più colpisce, inoltre, è l’assenza di un pur rituale riferimento al pogrom del 7 ottobre scorso e ai “due popoli, due Stati”. È difficile, insomma, scorgere  qualche differenza significativa tra la posizione della Cgil, quella dei Cobas (suoi concorrenti) e gli slogan che abbiamo ascoltato in queste settimane nei cortei studenteschi e degli incappucciati che rompono le vetrine dei supermarket.

Questa deriva ideologica del sindacato di Giuseppe Di Vittorio, Luciano Lama e Bruno Trentin è triste. Chi non ha perso il senno sa che da oltre mezzo secolo la questione israelo-palestinese provoca non una critica lecita delle politiche dei suoi governi, bensì la sua delegittimazione come Stato. Gli ebrei della diaspora vengono pertanto considerati gli emissari, i complici, i rappresentanti di un avamposto militare dell’impero americano, come recita la propaganda islamista a est e a ovest di Allah. Le conseguenze sono state disastrose: sul terreno della memoria, le pur terribili sofferenze dei palestinesi sono state equiparate al genocidio nazista. Aberrazioni e distorsioni della realtà che finiscono col ridurre la memoria della Shoah a un’invenzione e a un indebito ricatto morale dei discendenti di sei milioni di morti.

La verità è che c’è chi marcia per la pace e chi sulla pace ci marcia. Fin qui non c’è stato nessuno (Schlein-Conte-Fratoianni-Landini-Acli-Anpi-Arci…) che abbia chiesto -e chieda- ad Hamas la liberazione degli ostaggi come condizione di un cessate il fuoco umanitario a Gaza. E non c’è stato nessuno, tra i leader del sedicente e scolorito campo largo o “giusto” che dir si voglia, che abbia chiesto -e chieda- a Putin il ritiro dalle regioni occupate con la forza come condizione di un cessate il fuoco umanitario in Ucraina.

“Siete così ipocriti/ che quando l’ipocrisia vi avrà ucciso/ sarete all’inferno/ e vi crederete in paradiso” (Pasolini pluralizzato).

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