Russia
La “damnatio memoriae” di Alexei Navalny
Mosca, cimitero Borisov, 16 febbraio: centinaia di persone hanno deposto fiori sulla tomba di Alexei Navalny per commemorare il primo anniversario della sua morte. Hanno così sfidato non solo le rappresaglie delle autorità, ma quella vera e propria "damnatio memoriae" di ogni simbolo dell'opposizione che ossessiona


Mosca, cimitero Borisov, 16 febbraio: centinaia di persone hanno deposto fiori sulla tomba di Alexei Navalny per commemorare il primo anniversario della sua morte. Hanno così sfidato non solo le rappresaglie delle autorità, ma quella vera e propria “damnatio memoriae” di ogni simbolo dell’opposizione che ossessiona il regime di Putin.
Nella primavera del 2022 la Corte suprema russa ha ordinato la chiusura di Memorial, l’Ong fondata nel 1987 da Andrej Sacharov insieme con altri dissidenti sovietici per documentare l’orrore dell’universo concentrazionario staliniano. Pochi mesi dopo, questo “agente straniero che riceve finanziamenti dall’estero” è stato insignito dal Comitato norvegese -insieme all’attivista bielorusso Ales Bialiatski e all’ucraino “Center for civil liberties”- del Nobel per la pace, per l’impegno profuso nel “documentare i crimini di guerra, le violazioni dei diritti umani e gli abusi di potere in Russia”.
Il lettore italiano può farsi un’idea precisa di tale impegno grazie a un volume curato da due ricercatori di Millennial, Sergej Bondarenko e Giulia De Florio, impreziosito da una prefazione di Marcello Flores (“Proteggi le mie parole”, edizioni e/o, 2022). Nelle sue pagine sono raccolti venticinque discorsi di imputati in processi a sfondo politico, imbastiti nella maggioranza dei casi dalle diciotto agenzie di sicurezza che fanno capo al Cremlino. Non soltanto, quindi, dal potentissimo Gru (i servizio informazioni delle forze armate), dall’Fsb (l’ex Kgb) e dal Svr (l’agenzia di spionaggio estero), strutture cruciali che hanno consentito a Putin di selezionare gli oligarchi amici e di eliminare, imprigionare, mandare in esilio i meno graditi. Vent’anni fa il neopresidente aveva convocato gli uomini d’affari che si erano accaparrati le immense risorse industriali del paese concedendo loro di tenersi le ricchezze -quasi sempre fraudolentemente accumulate- a condizione che si mantenessero lontani dalla politica.
A eccezione dello stesso Navalny, gli attori di quella vera e propria drammaturgia processuale che è rappresentata nel libro sono ignoti al grande pubblico. Si tratta di politici, studenti, storici, artisti, professori, pubblicisti. Adolescenti e persone in età avanzata. Figure della società civile che mai avrebbero pensato di entrare in scena per difendersi da accuse infamanti.
Come avvertono i curatori, la scelta di presentare i discorsi pronunciati tra il 2017 e il 2022 è stata fatta per mostrare che oggi, come ai tempi dell’Urss, l’ultima dichiarazione in un’aula di tribunale è ancora l’ultimo spazio di libertà in cui poter chiamare le cose col proprio nome: violenza, regime, ingiustizia, guerra (parola ora proibita). In tutto il resto del paese è praticamente impossibile farlo senza subirne le conseguenze: arresto, multa, reclusione, colonia penale. Una sola o tutte insieme.
“Samizdat” in russo vuol dire letteralmente “pubblicato da sé”. Negli anni Cinquanta e Sessanta indicava i testi, battuti a macchina o fotocopiati, fatti circolare clandestinamente per aggirare l’occhiuto e asfissiante controllo del Kgb. E’ attraverso questi canali che nel 1957 arriva a Milano, a Giangiacomo Feltrinelli, Il Dottor Zivago, il libro iconico di Boris Pasternak che gli varrà l’anno successivo il Nobel per la letteratura. Ebbene, poiché il processo in Unione sovietica era in realtà nient’altro che una tragicommedia teatrale, l’ultima dichiarazione degli imputati, proprio grazie alla circolazione clandestina in “samizdat”, era l’unico mezzo mediante cui esprimere liberamente le proprie opinioni.
Dal 25 dicembre 1991 l’Urss non c’è più. Al suo posto, una superpotenza che l’occidente ha forse compreso solo a metà. Quella “democrazia incompiuta” che Washington e i suoi alleati avevano considerato come una tappa verso una società liberale, si è lentamente trasformata in un ibrido che oscilla tra la nostalgia della Russia zarista e la nostalgia della Russia sovietica, grazie anche all’appoggio dottrinale del Patriarcato ortodosso, non senza il retroterra mistico-letterario fornito da figure opache come Ivan Ilyn, Lev Gumilëv e Alexander Dugin.
Tutti e tre in qualche misura profeti di una missione salvifica e redentrice per la Nuova Russia, una terza via fra “l’immoralità pagana” dell’Europa e l’orrore del bolscevismo, il cui destino manifesto -ed è stato Gümilev, figlio della poetessa Anna Achmatova a sostenerlo- sono i leggendari “calzari asiatici” invocati dal monaco-filosofo Konstantin Leontiev, che nel saggio “L’Est, la Russia, gli Slavi”, già nel 1865 invitava i russi a “scuoterne via la polvere romano-germanica. Quanto a Dugin, intellettuale in bilico fra Heiddeger e Evola con pose piuttosto caricaturali, è il pilastro dell’autoritarismo di destra cui si ispirano i piani alti del Cremlino. In questo senso, Vlad “the Mad” -come è stato ribattezzato- è l’architetto di un contratto sociale stipulato con il popolo, basato sullo scambio tra sicurezza e libertà.
Una libertà, come si disse nei decenni terminali del Novecento, che nel corso di un millennio i russi avevano respirato soltanto per quattro mesi: dall’ottobre 1917 al gennaio 1918. Troppo poco per affezionarsene. Più facile, invece, applaudire le imprese belliche nel Dagestan, in Cecenia, in Georgia, in Crimea, nella Siria e adesso in Ucraina. Una politica muscolare che pare aver sedotto migliaia di giovani e perfino i loro padri: molti dei quali -secondo un sondaggio demoscopico da prendere però con le pinze- sognano che i loro figli entrino a far parte delle forze speciali e ammirano senza riserve Stalin, non più oscurato dalla vergogna delle purghe e dei milioni di morti di carestia, ma considerato un padre della patria come Puskin considerava Pietro il Grande.
Secondo i dati dell’associazione per i diritti umani Ovd-Info, sono oltre ventimila gli arrestati per proteste contro l’aggressione a Kyiv. Si tratta di una piccola minoranza, la quale tuttavia attesta l’esistenza di un barlume di opposizione al regime putiniano. Da qui l’inasprimento delle misure repressive, volte in primo luogo a marginalizzare i media e le organizzazioni “ribelli” come Meduza e la più longeva Ong per i diritti umani, il Gruppo Helsinki di Mosca. Un arsenale di leggi e provvedimenti restrittivi che purtroppo incontra il favore di quei cittadini che sono sensibili alla retorica di un occidente che cerca di umiliare e distruggere la Santa Madre Russia. L’inizio della operazione militare speciale”, tre anni fa, aveva assunto quasi le sembianze di una vendetta. I circoli più radicali non nascondevano di voler “dare una lezione all’occidente”.
Ma la vera vittoria di Putin è stata quella di avere anestetizzato i gangli vitali della Federazione, bandendo ogni pensiero critico. Anche le scuole sono state utilizzate a questo scopo. Le riunioni fra genitori e insegnanti di inizio trimestre si sono trasformate in lezioni di storia impartite da un ufficiale dell’esercito che, salito in cattedra, spiega la necessità di “denazificare” l’Ucraina.
Ogni 9 maggio, data simbolo della “Grande guerra patriottica”, Memorial organizzava un concorso di storia per gli studenti dai quattordici ai diciotto anni. Gli elaborati pubblicati confermano il prestigio di cui gode fra la gioventù la figura di Stalin, l’eroe che ha sconfitto il Führer. D’altronde, a differenza della Germania post-nazista, nella Russia post-sovietica gli sforzi per produrre una riflessione critica sul passato nazionale sono stati rari.
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Come tutta l’opposizione russa a Putin, lo stesso Navalny ha contribuito alla damnatio memoriae del Gen. Lebed
Ricordare un Generale che voleva l’espansione della NATO ad Est (lo disse a Clinton durante la visita da POTUS a Mosca; v. Repubblica) e l’ingresso della Russia rispettando la Carta Atlantica
Ucciso per “incidente elicotteristico” il 28 aprile 2002
https://it.m.wikipedia.org/wiki/Aleksandr_Ivanovi%C4%8D_Lebed‘