Il dibattito delle idee
La democrazia va difesa ma serve riconquistare le persone al sogno democratico
Da quando l’intelligence tedesca ha classificato pubblicamente il partito Alternative für Deutschland come “un’organizzazione di estrema destra” e “non compatibile con l’ordine democratico libero“, si è riaperto il dibattito non solo su una possibile messa al bando di AfD, il secondo partito più votato in Germania,



Da quando l’intelligence tedesca ha classificato pubblicamente il partito Alternative für Deutschland come “un’organizzazione di estrema destra” e “non compatibile con l’ordine democratico libero“, si è riaperto il dibattito non solo su una possibile messa al bando di AfD, il secondo partito più votato in Germania, ma anche sul problema dei meccanismi di difesa delle democrazie.
Come poter tenere insieme, in una contesa elettorale, il necessario rispetto del pluralismo democratico, con l’altrettanto necessario contrasto a chi potrebbe cancellarlo una volta ottenuto il potere? Alcune organizzazione, in Germania come altrove, in passato sono state sciolte per i medesimi motivi. Non di meno, tali provvedimenti rappresentano una decisione estrema: in ballo c’è la coerenza del sistema democratico con sé stesso. In aggiunta, nel caso di AfD, c’è il rischio che un’estromissione dalle elezioni possa rafforzare i consensi.
Il problema non è certo nuovo: si tratta di una delle questioni classiche della teoria politica, affrontata da politologi, giuristi e filosofi. Lasciando agli esperti le disquisizioni più serie, noi possiamo fare un gioco intellettuale per svagarci un po’.
Proviamo a trattare l’argomento richiamandoci alla logica contemporanea, in particolare al teorema di Gödel o, più precisamente, ai teoremi di incompletezza di Gödel. Il primo afferma che in qualsiasi sistema matematico-formale coerente (cioè privo di contraddizioni) esistono proposizioni aritmetiche vere che non possono essere né dimostrate né confutate all’interno del sistema stesso. In altre parole, il sistema è incompleto: non può dimostrare tutte le verità aritmetiche che esprime.
Se si aggiunge la proposizione agli assiomi del sistema, così da renderlo “completo”, a un certo punto spunterà una nuova proposizione vera e non dimostrabile, non deducibile entro il sistema stesso. La cosa può procedere all’infinito. Il secondo teorema di incompletezza afferma che per un sistema formale coerente di questo tipo, non è possibile dimostrare la propria coerenza all’interno del sistema stesso. Questo significa che non possiamo usare gli assiomi e le regole del sistema per dimostrare che il sistema non contiene contraddizioni: occorre un altro sistema semanticamente più potente di cui il primo sistema rappresenta una parte.
Proseguendo il nostro giochino, per un momento paragoniamo la democrazia a un sistema matematico-formale. Esso ammette la necessità di squalificare dal gioco democratico i soggetti illiberali (le Costituzioni democratiche contengono già precise disposizioni di legge per questa materia). Giustificare però con una dimostrazione tale assunto, a partire dalle regole formali del sistema democratico stesso, è un po’ più difficile. La correttezza non va confusa con la dimostrabilità.
Che il sistema democratico vada salvaguardato, in quanto preferibile a una dittatura, infatti, è una proposizione non perfettamente deducibile dall’insieme delle norme che ne regolano il funzionamento. Per dirimere la faccenda, dovremmo rivolgerci a un sistema più potente, che includa la democrazia liberale. Tale sistema potrebbe chiamarsi “commitment culturale alla libertà”.
In altre parole, riprendendo la definizione di cultura organizzativa di Edgar Schein, esiste un insieme coerente di assunti fondamentali che un certo gruppo si è dato mentre affrontava i problemi legati al suo adattamento esterno e alla sua integrazione interna, e che hanno funzionato in moto tale da essere considerati validi e quindi degni di essere insegnati e perseguiti.
È sulla base di questa piattaforma che, da un certo momento in avanti della nostra storia (perlomeno della storia della parte di mondo che abitiamo), democrazia, diritti individuali, separazione dei poteri, pluralismo culturale ecc., sono sembrati un pattern di obiettivi degni di essere custoditi e promossi, addirittura a prezzo della vita stessa.
È questo il “sistema semanticamente più potente” cui si può ricorrere per dimostrare la correttezza di “è giusto squalificare dal gioco democratico i soggetti illiberali”. Le regole democratiche non possono coprire tutte le situazioni possibili, e alcune decisioni critiche (come proteggere la democrazia da sé stessa) richiedono di andare oltre il sistema formale o di collocarsi nel punto di tensione tra coerenza interna e regole esterne. La democrazia non può garantire la propria coerenza (stabilità) solo con strumenti interni, perché il rischio di autodistruzione è intrinseco alla propria apertura.
Naturalmente, superfluo ribadirlo, il gioco proposto ha dei grossi limiti. Il teorema di Gödel si riferisce a sistemi formali matematici, mentre la democrazia è un sistema sociale e politico, con dinamiche più complesse, non completamente formalizzabili, assai meno prevedibili. A differenza della matematica, dove le verità sono oggettive, in politica la “verità” (es. il Partito X è una minaccia) è spesso contestabile e dipende da interpretazioni, rendendo certe decisioni rischiose.
A mio giudizio, però, il divertissement intellettuale mostra con una certa chiarezza un punto su cui concentrarsi: la tensione tra regole e morale. Qui si incontra, credo in modo inequivocabile, il limite di ogni concezione semplicemente procedurale della democrazia. Nei momenti di forte crisi, le procedure hanno bisogno di una fornitura morale che la sola coerenza delle regole non può dare: bisogna posizionarsi, per così dire, sul perimetro non indicabile eppure reale tra regole e morale.
Perimetro che unisce separando e separa unendo. Il nostro domandare potrebbe procedere ulteriormente, chiedendosi, ad esempio, su cosa poggi, a sua volta, quel “commmitment culturale alla libertà” cui siamo forzati a richiamarci per giustificare l’intolleranza verso gli intolleranti (per citare il celebre paradosso popperiano). Per gli affari urgenti, direi che possiamo fermarci qui e stabilire alcune semplici verità.
La democrazia può e deve difendersi dai nemici interni e da quegli esterni, per quanto delicata sia questa impresa: ne abbiamo tutte le giustificazioni teoriche e pratiche. Tra l’altro, se l’internazionale del rossobrunismo, quando sospettata di voler rovesciare l’ordine liberaldemocratico, si fa improvvisamente condottiera dei principi liberali che per il resto demonizza, io qualche sospetto sulle sue reali intenzioni me lo farei venire.
È anche vero, però, ed è ciò su cui secondo me dovremmo riflettere di più, che se siamo arrivati al punto da doverci chiedere se e quali partiti estromettere dalle competizioni elettorali occidentali, è anche perché negli ultimi decenni, a poco a poco, la convergenza generale sul “commitment culturale alla libertà” si è fortemente indebolita nelle masse, diventate molto sensibili ai richiami di leader illiberali e spiritualmente infiltrabili da messaggi non democratici.
Forse riusciremo a parare i colpi, a metterci una pezza, a migliorare le regole del gioco, ma si tratta pur sempre di provvedimenti emergenziali. La questione fondamentale e difficile consiste nel risintonizzare un numero grande di persone col sogno democratico.
Per molto tempo le forze antiliberali sono state tenute ai margini della vita democratica o comunque neutralizzate, con sforzi più o meno grandi. Oggi si riaffacciano con veemenza, proprio perché le difese immunitarie delle popolazioni sono piuttosto basse. Per affrontare questo lato della vicenda, il più complesso, serve una lunga marcia, culturale e politica, che al momento facciamo fatica perfino ad immaginare.
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