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La differenza tra i “centri di rimpatrio” di Keir Starmer e il piano per il Ruanda dei Tories 

Regno Unito

La differenza tra i “centri di rimpatrio” di Keir Starmer e il piano per il Ruanda dei Tories 

Appena si nomina l’ipotesi di centri di rimpatrio all’estero, il dibattito si polarizza immediatamente: schieramenti pro o contro si formano d’istinto, spesso a prescindere dai fatti. È come se l’idea stessa fosse da approvare o respingere in blocco, senza prima chiarirne i contorni, la natura giuridica

Alessandra Libutti23/05/2025Aggiornato 23/05/20254 min lettura794 parole
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Appena si nomina l’ipotesi di centri di rimpatrio all’estero, il dibattito si polarizza immediatamente: schieramenti pro o contro si formano d’istinto, spesso a prescindere dai fatti. È come se l’idea stessa fosse da approvare o respingere in blocco, senza prima chiarirne i contorni, la natura giuridica o le implicazioni pratiche. Ma un tema così complesso non si presta a reazioni automatiche: merita analisi, dati, trasparenza. Altrimenti si discute di formule, non di soluzioni.

E allora, che differenza c’è tra i centri di rimpatrio nei Balcani proposti dal Primo Ministro britannico Keir Starmer (i cosiddetti “return hubs”) e il piano Ruanda, dei conservatori?

In termini semplici questo: il piano Ruanda violava la legge internazionale, i diritti umani e lo stato di diritto; i return hub di Starmer no.

Cerchiamo di spiegare perché.

I centri di rimpatrio all’estero per i migranti annunciati dal governo laburista sono mirati ad immigrati la cui richiesta d’asilo non solo è stata respinta ma che abbiano anche esaurito tutti i ricorsi legali per restare nel Regno Unito. Insomma, verranno inviate in questi centri solo persone che non hanno alcuna base legale per restare.

I return hubs dovrebbero sorgere in alcuni paesi dei Balcani occidentali — si parla di Serbia, Bosnia e Macedonia del Nord — con l’obiettivo di velocizzare le espulsioni e tagliare i costi per lo Stato. Niente Albania: il primo ministro albanese, Edi Rama, ha respinto la proposta, proprio durante una conferenza stampa congiunta con Starmer, regalando all’opposizione conservatrice l’occasione per bollare la trasferta come “imbarazzante”.

La misura è stata presentata da Downing Street come un modo per prevenire l’uso di stratagemmi per restare nel Paese da parte di coloro che non ne hanno diritto, come – per esempio – iniziare una relazione o formare una famiglia per appellarsi ai diritti umani. Il sistema prevede che coloro la cui richiesta di asilo è stata respinta saranno trasferiti in un paese terzo in attesa del rimpatrio. 

La distinzione con il piano del Ruanda dei Tories è fondamentale: i centri di Starmer sono destinati solo a chi non ha diritto all’asilo,

Il piano Ruanda, al contrario, prevedeva il trasferimento forzato di chiunque arrivasse illegalmente nel Regno Unito, a prescindere dal merito della richiesta. Una volta giunti in Ruanda, i migranti non solo vedevano esaminata la propria domanda, ma se riconosciuti come rifugiati, avrebbero ottenuto asilo lì, non nel Regno Unito. Di fatto, la porta britannica sarebbe rimasta chiusa anche ai profughi che, secondo la legge, avrebbero avuto diritto di asilo in UK.

Il piano conservatore, lanciato con forza dal ministro degli interni Priti Patel durante il governo di Boris Johnson e rilanciato Suella Braverman nel corso del mandato di Rishi Sunak, prometteva di scoraggiare le traversate illegali della Manica. Un piano incostituzionale e fallimentare, costato milioni di sterline; costellato da valanghe di ricorsi, critiche da parte di organizzazioni per i diritti umani, e infine uno stop della Corte Suprema che ne ha bocciato la legittimità. Per cercare di salvarlo, i Tories avevano persino tentato di imporre per legge che il Ruanda fosse considerato “Paese sicuro”. 

Starmer ha chiuso il dossier Ruanda appena insediato, definendolo inefficace, costoso e inapplicabile. Nessuna deportazione è mai avvenuta, e i flussi migratori non hanno subito flessioni. Da qui l’idea di ripartire con un approccio che punta a evitare lo scontro con i tribunali e l’opinione pubblica: solo chi ha già ricevuto un “no” verrà trasferito in uno di questi hub, dove — secondo le linee guida dell’Unhcr — dovrà comunque ricevere assistenza, monitoraggio e uno status legale temporaneo in attesa del rimpatrio.

Secondo le stime, in Europa solo il 20% delle espulsioni ordinate viene realmente eseguito. Nel Regno Unito si parla di circa il 50%. Il piano dei laburisti mira a migliorare questi numeri senza ricorrere a misure punitive, bensì attraverso una gestione logistica più efficiente e una cooperazione con paesi terzi. È una proposta che cammina su un filo sottile: mostrare fermezza contro l’immigrazione irregolare senza scivolare nel populismo punitivo che ha travolto i precedenti governi. È anche un test politico: Starmer vuole dimostrare di saper gestire l’immigrazione con rigore ma senza retorica. 



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4 pensieri su “La differenza tra i “centri di rimpatrio” di Keir Starmer e il piano per il Ruanda dei Tories 

  1. Giorgio Tortorella dice:

    Quello che mi lascia spesso sbigottito è come Kemi Badenoch continui imperterrita a difendere l’indifendibile, sia sull’immigrazione, sia, in questi giorni, sulla Brexit. Ci vuole un bel coraggio.

  2. Roberto Natali dice:

    Si continua, anche da parte dell’autorevole scrivente dell’articolo, a trascurare, minimizzare, anzi proprio a non voler prendere contezza della profonda trasformazione di carattere culturale, sociale, civile, politica, economico, in una parola dell’identità dei popoli europei, a seguito di un’immigrazione di massa, soprattutto da parte di persone che provengono da culture grandemente conflittuali con le nostre. E il cercare di considerare questo tipo di preoccupazione e quale “populismo punitivo” quello di chi propone comunque una drastica riduzione dell’immigrazione, clandestina e non, mi sembra un modo non corretto per affrontare il problema.

    • Giorgio Tortorella dice:

      Mi sembra che ci sia troppa attenzione sull’immigrazione più o meno illegale, mentre, almeno in UK, c’è e c’è stata una enorme immigrazione legale da paesi culturalmente incompatibili con l’occidente. Una volta raggiunta la massa critica, ti ritrovi rappresentanti istituzionali che hanno più a cuore ciò che succede in Kashmir o a Gaza, rispetto a ciò che accade nel paese in cui sono stati eletti.

    • Alessandra Libutti dice:

      La preoccupazione è lecita e condivisa. Qui si discute un altro punto, ovvero se in nome di quella preoccupazione siamo disposti a sacrificare lo stato di diritto o meno. Ecco, per quanto mi riguarda, ho apprezzato la soluzione di Starmer perché viene incontro alle proccupazione senza violare lo stato di diritto. La differenza con Trump, i Tories e Farage sta tutta là.

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