Iran
La differenza tra libertà e democrazia e tra attivista politico e attivista civile: è tempo di ridefinire i ruoli nella lotta contro la tirannia
In questi giorni decisivi, in cui il respiro stesso della storia sembra sospeso nel petto dell’Iran, tra un’ondata di rabbia e un’altra di speranza, assistiamo purtroppo a una scena dolorosa sui social media: l’attacco spietato da parte di alcuni sostenitori estremisti di ambedue le parti (Monarchici-Repubblicani)



In questi giorni decisivi, in cui il respiro stesso della storia sembra sospeso nel petto dell’Iran, tra un’ondata di rabbia e un’altra di speranza, assistiamo purtroppo a una scena dolorosa sui social media: l’attacco spietato da parte di alcuni sostenitori estremisti di ambedue le parti (Monarchici-Repubblicani) contro i leader dei due principali fronti dell’opposizione (Reza Pahlavi, Narges Mohammadi e Shirin Ebadi), senza una comprensione chiara delle responsabilità e dei ruoli distinti di ciascuno.
I leader politici e i protagonisti civili hanno ciascuno un ruolo unico e imprescindibile nel cammino verso la liberazione del nostro popolo. L’uno rappresenta la voce della diplomazia nelle sedi internazionali; l’altro, l’eco del dolore della gente nelle strade dell’Iran. Ma in tempi in cui il nemico è in agguato e la patria, ferita e assetata di unità, è insopportabile vedere le figure influenti del movimento democratico lacerate dalla critica distruttiva, travestita da zelo patriottico.
Invece di contrapporre i leader tra loro, dovremmo considerarli come due ali dello stesso volo: un volo verso un futuro libero, prospero e umano. Non permettiamo che le divergenze d’opinione sostituiscano la solidarietà, né che l’inchiostro della critica diventi veleno della diffamazione.
Scrivo queste righe con dolore e urgenza, nella speranza che siano un grido di consapevolezza, un invito all’unità, un richiamo per tutti coloro che hanno a cuore la libertà dell’Iran: oggi più che mai, è tempo di superare le divisioni, di stringerci la mano e di proteggere i protagonisti del movimento, siano essi in trincea politica o in prima linea civile, come candele che illuminano la notte oscura della nostra patria.
Finché l’opposizione iraniana resterà un puzzle disordinato, con ogni pezzo rivolto in una direzione diversa, il sogno della libertà rimarrà intrappolato nelle lacrime e nel rimpianto. E questa è la verità cruda che va urlata: non siamo in guerra contro il nemico, siamo in guerra con noi stessi. Come se non avessimo ancora compreso che la “libertà” significa spezzare le catene, mentre la “democrazia” è la costruzione di una casa nuova, sulle macerie del dominio, e non dentro di esso.
Nell’eco dell’esilio, ognuno ha issato la propria bandiera, intraprendendo un cammino individuale, senza rendersi conto che lo strumento essenziale di questa lotta è l’unità. L’attivista politico è colui che muove i pezzi sulla scacchiera del potere e la diplomazia; l’attivista civile, invece, è la voce dei senza voce, il linguaggio di una società spezzata sotto il peso del regime islamico, ma ancora desiderosa di una vita degna. Entrambi sono nobili, ma i ruoli non sono intercambiabili. La battaglia per abbattere la dittatura ha bisogno di entrambi: del politico che indica la via e del civile che tiene viva la coscienza collettiva.
Negli ultimi anni, questi due ruoli si sono spesso confusi: attivisti politici che si sono mascherati da attivisti civili per evitare le responsabilità del confronto diretto, e attivisti civili che, in nome dell’etica, hanno evitato di partecipare attivamente alla lotta contro il regime. Il risultato? Fratture, confusione e scoraggiamento nella base sociale.
Il principe Reza Pahlavi è una figura che incarna l’esigenza odierna di liberarsi dalla tirannia. Ma anch’egli è solo, se gli altri lo vedono non come una risorsa, ma come un rivale. Accanto a lui, figure come Shirin Ebadi e Narges Mohammadi sono pilastri della resistenza civile? donne che hanno pagato con il corpo e con l’anima il prezzo dell’integrità.
Il punto è questo: la voce di Reza Pahlavi, il grido di Narges Mohammadi, l’appello di Shirin Ebadi? nessuno di questi sarà sufficiente, se mille altre bocche canteranno canzoni diverse. Ogni giorno un comunicato, ogni ora un dibattito, ogni minuto uno scontro verbale: e alla fine, chi ne esce vincitore non siamo noi, ma il mostro del regime Islamico. Essa si nutre della nostra divisione, trae forza dai nostri litigi, e forgia le sue armi dalla nostra ignoranza.
Vorrei che capissimo finalmente che “libertà” e “democrazia” non sono la stessa cosa. La libertà è la fase in cui si rompono i lucchetti, si aprono le bocche e crollano i muri. Ma la democrazia va costruita, col tempo, con l’esperienza, con la competizione leale e la creazione di istituzioni. Con il crollo del regime islamico e la rimozione degli ostacoli alla libertà, si aprirà la strada verso una sana competizione politica, che nel tempo porterà alla democrazia. Non è necessario, dunque, che oggi ,nel vuoto della libertà ,ci si illuda di essere già in democrazia, simulando partiti, elezioni, e rivalità premature.
Ora non è il momento di “unirsi”, è il momento di “completarsi”. Ognuno deve sapere da che parte sta: nel campo della politica o nella trincea della società civile. E se ognuno compirà il proprio dovere con maturità, umiltà e fiducia nell’altro, arriverà il giorno in cui i nomi saranno pronunciati insieme, non in competizione, ma in vittoria condivisa: da Reza a Narges, da Shirin agli eroi senza nome caduti per la patria.
Ma solo se oggi comprendiamo che il nemico, non siamo noi. Il nemico è altrove.
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