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La libertà felice di Marco Pannella

Politica italiana

La libertà felice di Marco Pannella

Questa recensione è apparsa il primo giugno sul blog di Alberto Mingardi The Curious Task. Ringraziamo l'autore, direttore dell'Istituto Bruno Leoni, per averci concesso la sua riproduzione su InOltre.(Mi.Ma.) di Alberto Mingardi Marzo 2016. Marco Pannella ha il cancro e sa di avere i giorni contati.

InOltre02/06/2025Aggiornato 01/06/202510 min lettura2.033 parole
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Questa recensione è apparsa il primo giugno sul blog di Alberto Mingardi The Curious Task. Ringraziamo l’autore, direttore dell’Istituto Bruno Leoni, per averci concesso la sua riproduzione su InOltre.(Mi.Ma.)

di Alberto Mingardi

Marzo 2016. Marco Pannella ha il cancro e sa di avere i giorni contati. Sono con lui Marco Angioli e Laura Hart, compagni di vita e della fine della vita. “E se facessimo venire un po’ di amici a casa?” Nell’appartamento di via della Panetteria, a Roma, si affacciano vecchi compagni, ma anche donne e uomini di tutt’altro orientamento, Fausto Bertinotti e Massimo D’Alema, Silvio Berlusconi (che porta pasticcini “per tutto un Parlamento”) e Matteo Renzi, Vasco Rossi e Renato Zero.

 “Una volta avevo due gambe. Anche di ottimo livello, direi. Non due gambe da atleta, ma per più di ottant’anni mi hanno sorretto e accompagnato con grande zelo. Ora temo di non averle più. Sì, le vedo, apparentemente sono ancora al loro posto, proprio dove sono sempre state. Ma quelle devono essere un’illusione, gambe astratte, impalpabili come un miraggio”. Sono incontri che ricordiamo tutti, perché a un certo punto le foto cominciarono a circolare, vennero postate su Facebook, partì un piccolo tormentone (“chi è andato a trovare Pannella, oggi?”), era il miracolo di un’agonia trasformata in festa.

Chiuso in casa, Pannella “sa benissimo” che il suo tempo stringe “ma finché ce l’ho resto il solito Pannella”. Il direttore del Tg5, Clemente Mimun, fa “il vivandiere dalla compagnia, facendo per più di tre mesi, di buon mattino, il giro delle migliori pasticcerie di Roma”. Il leader radicale aveva fatto del digiuno uno strumento di lotta politica, adesso misura la forza del male con la fame che manca. “Sono stanco di questo milione di compresse che non risolve un cazzo di niente. Però ho un po’ d’appetito e ne sono contento”.

Solo chi ha mangiato con me o mi ha servito a tavola sa di cosa ero capace. Gerardo racconta ogni tanto che suo figlio Vito, oggi un ragazzo attorno ai sedici anni, ricorda perfettamente di quando sei o sette anni fa mi vide a tavola, al cospetto di un piatto di spaghetti di almeno quattrocento grammi. Non so come spiegare tutto questo. Per anni ho pensato che la causa fosse nella mia infanzia, che cioè mi fosse rimasta addosso la strana abitudine dei tempi in cui mangiavo due volte per ogni pasto. Prima in casa dei miei amici contadini, poi di nuovo a tavola coi miei genitori. A loro, a mia madre e a mio padre, non potevo confessare di avere già mangiato.

Il rapporto spensierato e spregiudicato di Pannella col cibo (ero un “divoratore”) – e col fumo (“la voglia e il piacere di fumare mi restano, eccome”) – permeano questo Una libertà felice, ora ripubblicato da Mondadori, libro raro il cui titolo (rubato a un verso di Rimbaud) è perfettamente coerente con le intenzioni dell’autore. Il materiale su cui si basa è stato messo assieme e rivisto da Matteo Angioli. Sono appunti in presa diretta misti a ricordi di un uomo morente, il quale è troppo risolto per sentire vacillare la fiducia in sé stesso, non scrive per lasciar conto di una vita che sa di aver vissuto fino all’ultimo, ma per surrogare quella frenesia di incontri, scontri, dibattiti, viaggi, battaglie in un’ultima vertigine di parole. “Non volevo che casa Pannella diventasse un luogo di pellegrinaggio, o di estremo saluto. Non sono mica un padre Pio”.

Quando sfilano da lui i maggiorenti della Repubblica, quando lo chiama il Presidente Mattarella o gli telefona per un ricordo il suo predecessore Giorgio Napolitano, Pannella vuole fare politica, pensa che siano le ultime fiamme dello stesso fuoco di sempre. Fu una sorta di corteo funebre anticipato, per alcuni un chiedere scusa, per altri un aggiustare vecchie questioni, per altri ancora l’occasione per un’operazione-simpatia. Pannella era troppo astuto per non capirlo e volgeva la cosa a suo vantaggio: già mentre sfilavano i volti noti e ancor più “dopo”, in queste pagine scritte e pensate per la posterità. “Ma tutta questa gente che viene a trovarti di continuo, non ti rompe un po’?”, gli chiede Alessio Falconio, allora direttore di Radio Radicale. “No, perché tanto, come sempre, sono io che rompo i coglioni a voi”.

“Marco i libri ha sempre preferito leggerli, magari ispirarli, ma non scriverli”, nota Angioli nella sua Postfazione. Il Signor Hood aveva consuetudine con le parole quant’altri mai, ma era restio a fissarle in una pagina, che è pur sempre uno scegliere, un dosare. “So che alle mie spalle milioni di volte hanno preso per il culo il mio piacere di dilungarmi, di scendere nei dettagli per amore di chiarezza. Chiamatela prolissità, se preferite. Non mi offendo, il fiume di parole è nel mio temperamento”.

Ricordo un vecchio comizio sentito alla radio, lui che si schiarisce la voce come ad armonizzare le corde vocali e poi attacca: mi scuserete se adesso vi tocca non l’oratoria di Giorgio Almirante, ma la logorrea di Marco Pannella (faceva il verso a un figlio putativo che, come si deve fare a un certo punto nella vita, aveva sfoderato il pugnale e l’aveva usato per proteggersi, mentre si allontanava). “L’ho visto, sentito, incontrato centinaia di volte negli ultimi cinquant’anni”, spiega Mimun, “assai meno di quelle che avrebbe voluto lui, perché dopo mezz’ora insieme a Pannella non potevo non essere colto da angoscia esistenziale, unita a voglia di fuggire”. Il fiume di parole e i suoi gorghi. Una libertà felice, sarà merito di chi l’ha composto e riordinato, è invece un libro né troppo lungo né troppo corto, le parole sono quelle giuste.

L’autoritratto passa dal cibo, da poche pennellate sugli amori presenti (quelli passati e chiacchierati, “non sono cazzi vostri”), da un curriculum composto per non stupire. Grande uomo di spettacolo, come ogni leader che si rispetti, Pannella sa che al pubblico non puoi negare le greatest hits: divorzio e aborto. Parla diffusamente dell’impegno garantista, soprattutto nella sua dimensione umanitaria, quella che mette al centro la civiltà delle carceri (fra le visite, c’è l’allora ministro Orlando, che gli porta quattro detenuti di Rebibbia con cui conversare). Ricorda, in quest’ottica, di aver difeso il Parlamento degli inquisiti.

Parla assai meno del Pannella “amerikano”, che s’impegna per le riforme istituzionali. “Guardate, c’è poco da fare, per scuotere questo enorme, pesantissimo tappeto impolverato che era l’Italia, occorrevano dei pazzi scatenati”. Pannella – che da bambino finanziava “la sua giornata rubando qualche spicciolo al portafoglio di mio padre. Mi occorreva la cifretta sufficiente per l’acquisto di due copie di “Risorgimento liberale”, una per sé e una da regalare – non ha bisogno di citare il celebre articolo di Mario Ferrara sul “Mondo”. A essere il matto che ai liberali serviva s’era candidato da subito ed è difficile immaginarne uno migliore.

A suo modo, Marco Pannella è stato una pianta del genere che in Italia di solito non cresce e che però non poteva crescere da nessun’altra parte. Quando viene eletto al Parlamento europeo nel 1979, “i colleghi con cui avevo maggiore sintonia, quella più immediata” erano i Tories inglesi. “Apprezzavano la tenacia con cui noi radicali chiedevamo l’osservanza dei regolamenti, condividevano in pieno il nostro rispetto per la tradizione parlamentare”. Di un incontro con Pertini Presidente della Camera (“personaggio di statura favolosa, con un autentico carattere di merda”), oggetto la legge sul matrimonio concordatario, l’obiezione di coscienza ma anche “la cosiddetta legge Valpreda” (“non era pensabile che si tenesse dentro un uomo per tre anni senza alcun processo, semplicemente perché accusato di un reato grave”), rammenta invece che “gli piaceva che la riunione si chiudesse con le sue rassicurazioni da vecchio padre, il tono di chi comprendeva e accettava di concedere un regalo personale”.

Pannella riferisce di un rapporto sereno coi genitori, non avendo avuto un padre-padrone in casa non sopportava che la classe politica si scritturasse da sé per il ruolo. Il rigore della forma, il rispetto delle regole, diventano allora uno scudo contro il paternalismo, che implica un potere discrezionale.

Eppure lo slancio istrionico, la straordinaria longevità politica, l’ingegno camaleontico di Pannella sono qualcosa di italianissimo. Per scuotere il tappeto impolverato, il “matto” deve giocare con la comunicazione, cosa che non sente affatto come una “diminutio”. Se gli elettori vanno persuasi, vuol dire che ci si deve parlare e per riuscire a parlarci bisogna catturarne l’attenzione. Come quando i Radicali restituiscono i soldi del finanziamento pubblico, 318 milioni di lire, in banconote da 50 mila lire a chi si presenti al banchetto. “In cambio non volevamo nulla, avevamo solo allestito un secondo banchetto, accanto al primo in cui si prendevano le banconote, nel quale chiedevamo un contributo. Volontario, sia chiaro, del tutto volontario. Di quei 318 milioni, ne riprendemmo 15 in contributi. Mi sembrò un buon risultato”.

E che dire della formidabile protesta del 1978, quando Pannella, Bonino, Spadaccia e Mellini vanno in Rai imbavagliati, per i referendum sul finanziamento pubblico e sulla legge Reale?

Ma ci pensate? Venticinque minuti di silenzio totale, venticinque minuti in cui alcuni matti incollano gli spettatori davanti al televisore standosene immobili al cospetto di una telecamera. La sola azione che continuavamo a compiere, in quello spazio sospeso e irreale, era mostrare noi stessi e alcuni cartelli. Vedete? La durata è la forma delle cose. Era la durata insolita di quella ripresa fissa a dar forma alla nostra azione. (…) Nessuno avrebbe commentato le nostre parole, quel silenzio, invece, fece esattamente il casino che avevamo immaginato.

Mentre fissa momenti come questo nella memoria sua e nostra, Pannella ammette di aver “sentito dire spesso, da chi mi sta accanto, che amo conservare”. Al gusto per “il vincolo della memoria” Pannella riconduce la ragion d’essere di una sua grande impresa: Radio Radicale, nata per “eliminare le versioni dei fatti”, cancellando la mediazione giornalistica, confinando il commento e le prospettive di parte in uno spazio ben recintato mentre si aprivano all’Italia “le porte del suo Parlamento”. Ciascuno poteva finalmente farsi un’idea di prima mano sulla classe politica. “Noi non volevamo realizzare l’ennesima narrazione, diversa dalle altre solo perché era la nostra”.

Sotto alcuni aspetti, Radio Radicale è l’eredità più viva del suo fondatore: non solo perché per fortuna tuttora esistente e attiva, ma perché non c’è studio minimamente serio su quanto avvenuto in Italia negli ultimi quarant’anni che possa prescinderne. E’ il grande archivio della nostra democrazia e del nostro dibattito pubblico. L’apertura a tutti di quelle frequenze (fino, appunti, ai “microfoni aperti” che rivelarono alle classi dirigenti il Paese profondo) rifletteva lo spirito pannelliano. Pannella, gli ricorda Lorenzo Strik Lievers, era “l’unico che parlava coi fascisti. Allora non lo faceva nessuno”.

“Per me censure preventive sugli interlocutori non ce n’erano, non ce ne sono mai state, non le ho mai fatte. Nemmeno coi fascisti. Nemmeno coi criminali”. Le convinzioni granitiche di Pannella includevano la convinzione granitica che ognuno avesse diritto a prendere la parola. A lui questo modo di ragionare veniva naturale e lo esibiva con sfacciataggine. Forse per questo ci siamo illusi che appartenesse pure a tutti quelli che, votandolo oppure no, quel matto l’avevano caro. Se penso agli ultimi anni e alle censure più o meno striscianti, più in generale alla convinzione ormai diffusissima che ci siano opinioni che non devono poter essere espresse, mi sembra chiaro che ci eravamo sbagliati. O forse l’albero della libertà di parola ha bisogno di essere innaffiato di tanto in tanto dall’incontenibile logorrea di un matto, altrimenti non dà frutto.


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