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La pace della ragione di Kant

Occidente

La pace della ragione di Kant

Il suo nome qualche volta è evocato per rivendicare i quarti di nobiltà che ha la dottrina della “pace a qualunque costo”. Negli articoli degli intellettuali più irriducibili del pacifismo etico, invece, viene citato per legittimare una sorta di obiezione di coscienza all’invio di armi in

Michele Magno08/03/2024Aggiornato 22/12/20243 min lettura608 parole

Il suo nome qualche volta è evocato per rivendicare i quarti di nobiltà che ha la dottrina della “pace a qualunque costo”. Negli articoli degli intellettuali più irriducibili del pacifismo etico, invece, viene citato per legittimare una sorta di obiezione di coscienza all’invio di armi in Ucraina. Il nome è quello di Immanuel Kant, l’autore di “Zum ewigen Frieden”, noto in Italia con il titolo improprio, ma ormai canonico, “Per la pace perpetua” (1795). È considerato uno dei suoi testi più celebri e suggestivi, un autentico capolavoro d’ineguagliabile eleganza e straordinaria originalità. Ma, a differenza dell’integralismo pacifista, ancorato all’assunto erasmiano che “la pace più ingiusta è migliore della più giusta delle guerre”, ovvero che la pace è il bene supremo, da anteporre incondizionatamente a ogni altro valore (libertà inclusa), Kant respinge decisamente l’idea di una pace realizzata a qualsiasi prezzo, anche a costo di essere edificata sul “cimitero della libertà”. E, pur riconoscendo nella guerra un “flagello del genere umano”, non la considera però un “male così incurabile” come la ben più temuta “tomba di un dominio unico”. Egli infatti mette in guardia contro i rischi di una pace universale e durevole realizzata “sotto un solo sovrano”, destinata a sfociare nel “più orribile dispotismo”.

Se l’immagine settecentesca di un Kant pacifista risulta in larga misura improbabile, la speculare tesi di un Kant giacobino è priva di fondamento. La sua “pace della ragione”, basata sul riconoscimento del “contrasto pacifico tra i popoli”, ha sicuramente ben poco in comune con l’ingenua utopia pacifista che vagheggia l’estinzione di ogni conflitto. Del resto, fatta salva la sua indiscussa simpatia per la Francia repubblicana, i moniti e i timori espressi dal filosofo in diversi luoghi di “Zum ewigen Frieden” riguardavano proprio il ricorso indiscriminato alla guerra “pacificatrice” teorizzata dall’ala più radicale dei rivoluzionari francesi, convinti assertori dell’idea che, sull’altare della pace futura, potesse essere giustificato qualunque mezzo, persino una guerra di sterminio.Il progetto kantiano di sostituzione della guerra con il diritto, insomma, è sideralmente distante sia dal fondamentalismo rivoluzionario e messianico, per il quale tutti i mezzi sono leciti pur di ottenere la pacificazione finale degli stati europei sotto il dominio francese, sia dalla “pace dell’amore” di Robespierre: di un amore, però, destinato a trionfare pienamente solo dopo aver eliminato con la forza coloro che lo soffocano.

Diversamente da Robespierre, la pace perpetua di Kant non è il frutto dell’amore fra gli uomini, né deve giovare al loro benessere e alla loro felicità, ma “è unicamente conforme al diritto”: essa non è affatto “uno stato finale etico-religioso” né “un paradiso terrestre”, bensì la pura “regolazione giuridica degli antagonismi”. Animati da un’ideologia filantropica, messianica, apocalittica, espansionista e certa della sua rettitudine, i giacobini francesi miravano invece alla eliminazione di ogni antagonismo e all’instaurazione universale di una pace perenne -ossia definitiva e assoluta- attraverso una guerra rivoluzionaria che avrebbe inaugurato, grazie a un ultimo “spasmo di violenza”, una nuova èra di beatitudine.

La connessione tra pace perpetua, felicità dei popoli ed età dell’oro, intesa come condizione ideale per il tranquillo godimento dei beni terreni, è del tutto estranea al pensiero kantiano, ma sembra piuttosto riecheggiare, come aveva intuito l’ex-montagnardo Danton, arcaiche e mai completamente dimenticate credenze folkloriche nel leggendario “Paese di Cuccagna”: quel luogo mitico ove il benessere, l’abbondanza e il piacere sono alla portata di tutti. Per quanto paradossale possa apparire, il pacifista Kant al contrario paventava -non meno del “bellicista” Hegel- gli effetti rovinosi di una “lunga pace”, in cui il predominio del “basso interesse personale”, della “viltà” e della “mollezza” avrebbe corrotto “il carattere e la mentalità del popolo”.

Pubblicato su Il Foglio

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Un pensiero su “La pace della ragione di Kant

  1. Samuele Marinozzi dice:

    La “lunga pace” descritta nell’ultimo paragrafo identifica lo stato della civiltà Europea e forse di tutto l’occidente postbellico

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