Il dibattito delle idee
La società del sospetto dove ogni sapere nasconde un complotto di potere
Uno dei tratti più caratteristici del nostro tempo è la crescente sfiducia nella scienza. Non si tratta più soltanto di frange marginali o di nicchie complottiste: il sospetto verso la comunità scientifica, i dati ufficiali e persino l’idea stessa di verità oggettiva attraversa ormai sia la



Uno dei tratti più caratteristici del nostro tempo è la crescente sfiducia nella scienza. Non si tratta più soltanto di frange marginali o di nicchie complottiste: il sospetto verso la comunità scientifica, i dati ufficiali e persino l’idea stessa di verità oggettiva attraversa ormai sia la destra che la sinistra, sebbene con accenti differenti. La scienza, un tempo percepita come il terreno neutro su cui costruire un linguaggio comune, è diventata campo di battaglia ideologico.
L’oggettività scientifica non è più considerata come il risultato di un metodo condiviso, di procedure verificabili e replicabili, ma come il prodotto di poteri che impongono le proprie griglie interpretative. Non importa se si tratti di cambiamenti climatici, di pandemia o di diritti civili: la scienza viene letta da molti come un discorso interessato, funzionale a élite culturali o economiche. Non è un fenomeno improvviso, ma l’esito di trasformazioni che hanno radici negli ultimi decenni e già ampiamente indagate.
Può essere utile, a tal proposito, affacciarsi sulla ricezione del pensiero post-strutturalista. Negli anni Sessanta e Settanta, filosofi come Michel Foucault, Jacques Derrida, Jean-François Lyotard hanno decostruito l’idea di verità come dato neutro e universale.
Il loro intento dichiarato era nobile: mostrare che i saperi non sono mai innocenti, che ogni discorso è attraversato da rapporti di potere, che le “grandi narrazioni” della modernità spesso nascondono forme di dominio. Tuttavia, con il tempo, queste intuizioni sono state semplificate e diffuse ben oltre il contesto accademico.
Nella loro versione popolare, è rimasto soprattutto un messaggio: non esistono fatti, ma soltanto interpretazioni, e queste sono altrettante immagini del mondo che chiedono di imporsi perché c’è qualcuno che ne trae vantaggio. Tali derive, giova dirlo in modo chiaro, si sono imposte non senza una compartecipazione degli stessi autori, che le hanno incoraggiate con il loro gusto per la sfumatura, per l’allusione, per l’iperbole, per gli arabeschi linguistici e concettuali, per la sovrapposizione tra militanza politica e battaglia culturale.
L’approccio critico prima richiamato ha avuto una funzione positiva: risvegliare tutti dal sonno dogmatico di una pratica scientifica avulsa dai rapporti di forza sociali. A lungo andare, però, per effetto della volgarizzazione, ha prodotto un effetto collaterale: ha reso difficile distinguere tra la legittima esigenza di vigilare sul potere e la tentazione di diffidare di qualsiasi forma di sapere. Il risultato è stato uno scetticismo diffuso, o per meglio dire, il “sospettismo”.
Per Foucault i saperi non sono mai neutrali, ma nascono da e riproducono rapporti di potere: esiste un intreccio indissolubile di potere e sapere. Ogni conoscenza, perciò, si forma e agisce dentro rapporti di potere che al tempo stesso limitano e producono ciò che possiamo pensare e dire. Tutto ciò, che qui è già evidentemente compendiato, nel catechismo sospettista diviene: “ogni sapere è un potere”.
Tale riduzione somiglia molto al “sapere è potere” di Francis Bacon, declamato agli albori della scienza moderna. La somiglianza è però ingannevole. Il filosofo inglese esprimeva un’idea ottimista e prometeica: la conoscenza, soprattutto quella scientifica, era vista come strumento per dominare la natura, migliorare le condizioni di vita, emancipare l’umanità.
Il potere era il frutto del sapere, la sua applicazione tecnica al servizio del progresso. Nella versione liofilizzata del post-strutturalismo, invece, il fulcro non è più la conoscenza ma lo smascheramento del dominio nascosto di cui questa è portatrice. La differenza è cruciale: per Bacone il potere è lo scopo del sapere; per i nipotini di Foucault, più o meno eretici, il potere è la condizione del sapere.
Negli anni Settanta, Ottanta e Novanta queste idee sono penetrate nella cultura progressista, soprattutto nelle università occidentali. Erano strumenti utili per criticare le gerarchie consolidate, denunciare discriminazioni, dare voce a chi era escluso.
Con l’avvento dei media digitali e dei social network, però, un apparato teorico non privo di raffinatezze è diventata una macchina teorica tanto rozza e ripetitiva nelle dinamiche concettuali, quanto linguisticamente barocca e settaria.
Ora non c’era più bisogno di leggere Derrida: bastava dire che la verità è un costrutto, che dietro ogni dato c’è un interesse nascosto. Così il sospettismo ha lasciato i piani alti dell’accademia per diventare senso comune, prima nei piani bassi della stessa accademia (dottori di ricerca e studenti), poi nel culturame del ceto medio riflessivo, impegnato nella lotta alla cultura patriarcale e colonizzatrice attraverso asterischi e schwa, poiché ogni sapere (pure la matematica e la biologia) può essere infettato dal potere del maschio bianco occidentale benestante e cisgender che ne orienta la lettura del mondo.
Negli ultimi anni, però, stiamo assistendo a un fenomeno interessante e per certi versi insospettabile. Gli schemi nati negli ambienti progressisti più radicalizzati sono stati adottati dal pensiero conservatore e populista.
Negli Stati Uniti lo si è visto chiaramente con il trumpismo. Il continuo attacco ai media, alle università, alla comunità scientifica si nutre di una diffidenza verso la verità ufficiale (o come si suol dire oggi, mainstream) affine a quella che anima la critica radicale di sinistra.
Se Foucault analizzava la medicina o la psichiatria per difendere i marginali, oggi i populisti usano lo stesso schema per dire che dietro i vaccini o i modelli climatici si nasconde un complotto dell’élite, che la “scienza woke” vuole cancellare la differenza sessuale e così via.
Il paradosso è evidente: la destra, storicamente sensibile all’idea di ordine, tradizione e verità, oggi combatte le proprie battaglie con le categorie nate dal fronte culturale cui dice di contrapporsi.
In Italia il fenomeno è più sfumato ma riconoscibile: dal dibattito sui vaccini a quello sul gender, passando per l’ambiente e la scuola, la scienza è spesso trattata come un’opinione di parte, un discorso manipolato da interessi culturali. Destra e sinistra si scambiano gli stessi strumenti, e il risultato è un clima diffuso di sospetto generalizzato.
In altre parole, sembra profilarsi una nuova egemonia culturale, per certi versi, della sinistra, capace di imporre al discorso pubblico la cornice sospettista. La destra, pur opponendosi, ne ha interiorizzato i presupposti, diventando così succube di paradigmi che dice di odiare.
Forse più che di egemonia si dovrebbe parlare di colonizzazione: frammenti del post-strutturalismo, semplificati fino alla caricatura, sono stati assimilati e diffusi in modo caotico, fino a diventare un abito mentale collettivo. La destra italiana discute di egemonia culturale della sinistra da scardinare ma in realtà lo fa entro il campo da gioco stabilito dai suoi avversari.
L’esito di tutto ciò è che oggi, nel dibattito pubblico, la scienza appare come un’opinione tra le altre. Non contano più metodo, verificabilità e consenso della comunità scientifica: conta l’interpretazione che meglio si adatta alla propria identità politica.
Per alcuni, il cambiamento climatico è una truffa delle élite globaliste; per altri, le nuove tecnologie mediche sono strumenti di dominio capitalistico. In entrambi i casi, lo sguardo è lo stesso: il sospettismo assoluto.
È qui che occorre un po’ di spirito critico anche verso il post-strutturalismo. Aver mostrato i legami tra sapere e potere è stata un’operazione intellettuale feconda; aver ridotto ogni sapere a potere ha però aperto la strada a un’epoca di scetticismo permanente.
Una società che non crede più a nulla perché sospetta di tutto è fragile: non ha basi comuni per discutere, non ha fatti condivisi su cui costruire decisioni collettive. La sfida oggi è trovare un equilibrio. Non si tratta di tornare a un’ingenuità positivista, come se la scienza fosse del tutto pura e incontaminata dal potere.
Ma neppure possiamo vivere in un mondo dove ogni dato è sospetto e ogni verità è soltanto propaganda: non perché quest’ultima alternativa è troppo brutta per essere accettata, ma perché semplicemente non è vera. Il sospetto assoluto è una forma di pigrizia del pensiero, che dissimula, sotto la veste di una falsa umiltà, il proprio cinismo funzionale al potere.
Chi sospetta di tutto, in fondo, mira al dominio; chi vuole costruire un mondo abitabile per tutti, cerca la collaborazione nella verità.
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Bellissima analisi, come sempre da Alfonso Lanzieri.
Solo una chiosa (peraltro implicita nello sviluppo delle argomentazioni, ma forse necessaria alla luce dell’incipit): si comincia dicendo che tratto dominante della nostra epoca è la “crescente sfiducia nella scienza”. In realtà, non c’è affatto sfiducia nella scienza; c’è sfiducia negli scienziati (specie in coloro che pretendono anche di divulgare). Il “sospettismo assoluto”, così ben spiegato in questo articolo, non ha come bersaglio la scienza, ma la comunità scientifica. Da destra a sinistra si impone una nuova vulgata, implicita nel discorso populista: la scienza esiste, ma non è quella che ci raccontano (loro: gli scienziati che esternano, spesso bollati come pseudo-scienziati, le élite globaliste, i poteri forti, i politici, “Big Pharma”, le lobbies, le massonerie, il “gruppo di Davos”, ecc. ecc.). (Implicito:) la scienza esiste, ma (esplicito:) quella che ci viene presentata come scienza è solo volgare affarismo, complotto dell’alta finanza e di poteri occulti ai danni della “gente” comune. Non è scienza.
Tant’è vero che, spesso, la conclusione del discorso populista è che gli scienziati – quelli che coltivano la “vera scienza”, “onesta” e “indipendente dai poteri forti” – esistono (i Montagnier, i Di Bella, ecc.), ma sono ostracizzati per impedirgli di interferire con gli sporchi interessi dei potentati economici. Se non sei asservito a questi ultimi, sarai screditato.
Effetto finale: ogni critica pubblica a grossolanità, a errori di scienziati che, magari, hanno preso abbagli o hanno semplicemente smesso di fare ricerca, è percepita non come una sana dialettica scientifica, ma come la prova dell’esistenza di una congiura universale contro i non-allineati. Che divengono inevitabilmente martiri, perché testimoni della vera scienza.
Ecco, quindi non parlerei di crescente sfiducia nella scienza, quanto piuttosto nella parte più “esposta” della comunità scientifica.
Sul ruolo DETERMINANTE dei social, a questo riguardo, occorrerebbe aprire un altro, lunghissimo capitolo.