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La storia sepolta del colonialismo arabo in Africa

Medioriente

La storia sepolta del colonialismo arabo in Africa

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Alessandro Tedesco01/10/2024Aggiornato 03/10/202414 min lettura2.906 parole

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Pubblichiamo in due puntate questo saggio breve di Alessandro Tedesco, che fa il suo esordio su InOltre. Per citare l’autore: “Poca attenzione dal mondo ha sempre suscitato quello che gli storici e studiosi ricercatori riferiscono quanto succede dal VII al XIX secolo ai neri vittime della “tratta arabo-islamica”, il colonialismo di matrice araba. Una storia sepolta che Alessandro tedesco oggi disvela per i lettori di InOltre.

 di Alessandro Tedesco @a_r_t_66

I PARTE

L’Olocausto dei Neri

Il termine “maafa” esprime in lingua swahili “grande disastro”.  La studiosa antropologa statunitense di origini keniote Marimba Ani nel suo lavoro bibliografico del 1994 “Yurugu”, conia questo termine per descrivere quello che è stato il genocidio dei neri d’Africa. Chiamato anche con il nome di “olocausto africano” intende comprendere i vari aspetti che hanno contribuito a sconvolgere e decimare la popolazione del continente africano e quindi: la tratta atlantica degli schiavi africani (fra il XVI e XIX secolo); la tratta arabo-islamica (la deportazione e il commercio dall’Africa sub-sahariana verso i mercati di schiavi in Africa settentrionale e  Oriente tra il VII e XX secolo); la schiavitù negli stati americani; il colonialismo europeo in territorio africano; l’imperialismo; le altre forme di oppressione verso i neri d’Africa come lapartheid e il razzismo.

Si calcola che tali attività contro l’umanità, paragonate a un genocidio, abbiano causato fino a oggi circa 500 milioni di vittime.

Un numero aberrante a primo impatto, e se si entra nel dettaglio si rilevano dati desunti e oggettivi che paiono se non inconfutabili quantomeno molto verosimili e che rendono l’ipotesi della “maafa” piuttosto coerente.

Se pensiamo che l’inizio in grande stile dei crimini umanitari verso gli africani ha inizio con la nascita dell’Islam nel VII secolo (in verità in minor misura la tratta era già sviluppata in epoca romana, ma una volta subentrati in nord-africa i musulmani la migliorarono) e il fiorire della cultura araba intorno al X e XI secolo con l’impero arabo, che poi si estende con il colonialismo occidentale e poi continua ancora con quello arabo islamico, e le “pulizie etniche”operate da Cina e Russia con la complicità dell’Iran per la conquista delle risorse centroafricane attuali, allora i secoli di “olocausto” diventano ben quattordici.

Le cifre quindi sono enormi, e sono conosciuti e diffusi i numeri che concernono la “tratta transatlantica”: si stimano verosimilmente in 12 milioni gli africani deportati nelle Americhe dal XVI al XIX secolo e 10 milioni di vittime sono attribuibili a decessi causati dallo schiavismo del colonialismo Occidentale in circa 400 anni.

Poca attenzione dal mondo ha però sempre suscitato quello che gli storici e studiosi ricercatori riferiscono quanto succede dal VII al XIX secolo ai neri vittime della “tratta arabo-islamica”, il colonialismo di matrice araba.

La tratta degli schiavi dimenticata

La storia, le ricerche, gli studi, le testimonianze dirette ci dimostrano l’enormità di pagine di storia dimenticate dalla distratta coscienza Occidentale, mai avara nel criticare invece se stessa.

I numeri che emergono dalle ricerche e dalle testimonianze dirette sulla “tratta arabo-islamica” confermano la definizione di “olocausto” fornita dalla ricercatrice Marimba Ani: la tratta arabo-islamica contribuisce con milioni di decessi causati dallo schiavismo, in senso stretto, a cui si aggiungono i morti stimati durante il “trasporto” e i subsahariani trucidati durante le spedizioni, in quelle che sono state le battaglie di conquista dei villaggi. Considerati quindi questi e altri aspetti del “colonialismo arabo” si può verosimilmente affermare, con il conforto di una bibliografia decisamente ampia e autorevole, che la mole del contributo arabo a quei 500 milioni di decessi, si possa stimare intorno ai 120 milioni di morti africani – nel volgere di tredici, quattordici secoli -, e  ciononostante pare che questa sia un’ipotesi piuttosto prudente.

Il politicamente corretto e la cancel culture, e soprattutto l’irresistibile senso di colpa di noi occidentali ha scelto di omettere dal raccontarsi questi crimini di cui la storia degli arabi si macchia – e purtroppo lei stessa ignora poiché non rientra nel novero della conoscenza utile per la Umma, la “comunità islamica” istituita dal Profeta Maometto negli anni dell’Egira medinese1 – nei secoli fino a oggi.

L’Occidente, che da centinaia di anni sistematicamente fa revisione storica e mai si è astenuto dal fare ammenda dei suoi errori compresi quelli del periodo coloniale, non ha mai perso occasione di essere con successo anche autolesionista. Ricordiamo che la “Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo”, la “Dichiarazione Americana dei diritti e doveri dell’uomo” e la “Convenzione Europea sulla protezione dei diritti umani e delle libertà fondamentali risalgono al periodo tra 1948 e 1950, da quell’epoca post bellica per  l’Occidente il tema “colonialismo” ha significato un esercizio di puro sadomasochismo che è andato al di là di ogni espiazione, riconoscimento di colpe, processi a persone, governi e nazioni, patiboli e ghigliottine per un’intera generazione di giuristi e illuministi dal XVI al XX secolo e continua oggi in modi del tutto eccentrici.

A quegli accordi sui diritti universali dell’umanità, la gran parte dei paesi a maggioranza islamica non ha mai aderito – nella visione islamica è la volontà di Allah, espressa nel Corano e nella Sunna, e quindi  ulteriormente specificata nella Shar??a, che legittima ogni diritto dell’uomo2.

È singolare come l’ONU con l’istituzione nel 2007 della “Giornata internazionale della Schiavitù e della tratta transatlantica” avvii l’operazione per “ricordare coloro che hanno sofferto e i morti per questo brutale sistema schiavistico” e per “diffondere la consapevolezza dei pericoli oggi del razzismo e del pregiudizio” con un riferimento solo esclusivamente alla “tratta transatlantica”.

Il messaggio nella celebrazione della Giornata Internazionale della Schiavitù del 2022 del segretario ONU Antonio Guterres inizia dicendo: “oggi rendiamo onore alla memoria dei milioni di africani che hanno patito a causa della tratta transatlantica degli schiavi, all’origine di un sistema di sfruttamento globale durato oltre 400 anni”.

Coerentemente, vertici Onu, ONG e tanti altri soggetti internazionali e di governo nazionali, nonché l’immancabile intervento della Chiesa con la sentenza di papa Francesco “Dopo quello politico, si è scatenato infatti un colonialismo economico dell’Occidente, altrettanto schiavizzante», ignorando i crimini del XXI secolo del blocco BRICS in Africa, parlando della “tratta transatlantica” come di un episodio unico nella storia. “Il più lungo e brutale capitolo della storia umana”, dice Katy Gilmore, alto commissario UNHCHR, già dirigente di Amnesty International, nel giugno 2016 al Palazzo delle Nazioni di Ginevra.

Ma l’Africa ha sofferto un’altra tratta di schiavi che è stata praticata per oltre mille anni, con modalità ancora più atroci. Ecco cosa sistematicamente si omette.

Una minuscola lente sulla storia

Il rapporto tra Islam e schiavismo è una storia dimenticata, sovrastata dal senso di colpa dell’Occidente. Eppure parliamo di un sistema che parte dal VII sec e arriva ai giorni nostri, la storiografia recente non ha voluto indagare pur avendo una mole impressionante di dati.

Facciamo una brevissima sintesi.

Subito dopo la morte del Profeta Maometto (632 d.C.) l’Impero islamico estende i suoi confini oltre le zone i cui abitanti sono già sottomessi all’Islam – definite “Dar el Islam”, casa dell’Islam – e si spinge sempre più a Ovest per conquistare fedeli, territori e ricchezze. I territori al di fuori del “Dar el Islam”, abitati cioè da infedeli, detti “Dar el Harb” – casa della guerra -, erano, almeno in linea teorica, i soli dai quali i musulmani potessero prelevare i loro schiavi. Così successivamente alla prima invasione araba dell’Africa avvenuta alla fine del VII secolo inizia un percorso di conquista dove l’Islam e l’arabismo prendono il sopravvento su quel territorio che chiamano Ifriqiya – provincia del califfato Omayyade3 – coincidente col  Maghreb orientale, per poi estendersi verso la “Bilad es Sudan”, ovvero la “Terra dei Neri”, le zone sub-sahariane.

Seguendo le prescrizioni delle “sure” medinesi4 e l’esperienza delle prime conquiste del Profeta, lo schiavismo è già una pratica ben consolidata nella cultura dei muharibin e yakhruju – letteralmente “combattenti” e “coloro che scendono in campo” per l’Islam -, inaugurata con la strage della tribù giudaica medinese dei Banu Qurayza, del 627 che regala almeno 800 schiavi a Maometto tra donne e bambini, e come tali sono venduti.

Episodio che così ricorda l’islamista prof. Francesco Gabrieli nel suo libro Gli Arabi: “[…] questo inutile bagno di sangue resta come la più perturbante macchia nella carriera religiosa del Profeta.

La “Terra dei Neri” è una fonte di schiavi quasi illimitata: la risorsa e il commercio che frutterà grande potere alle etnie autoctone berbere degli Almoràvidi5 e Almohadi6. Dinastie che succedono a quelle orientali degli Omayyadi e Abassidi7 di Damasco e Bagdad, e che regneranno con forti e energici eserciti, spietati ma capaci generali e governatori che promuovono la vita intellettuale – in Spagna tra l’XI e XIII secolo – partendo dal loro deserto per le conquiste africane e nel Mediterraneo in nome della fede sostituendosi all’arabismo e al califfato d’Oriente. 

È sotto uno dei più grandi generali omayyadi, il governatore d’Africa Musa ibn Nusair, che inizia in grande stile lo schiavismo arabo-islamico nel continente africano: gli uomini alla guida del comandante Tariq, uno spietato berbero, nel 710, in pochi mesi, riducono in schiavitù 300.000 berberi infedeli, di cui 30.000 diventeranno schiavi-soldato. Successivamente, durante la campagna “jihadista” – termine che proviene dalla radice araba JHD, che significa “lotta” e che nelle sure coraniche medinesi prende forma come JIHAD “lotta agli infedeli” – che lo vede confrontarsi vittoriosamente con il regno Visigoto (711–715), Musa riesce a riportare in nord-Africa 30.000 vergini gote.

Il mercato di esseri umani, dopo il VII secolo, diviene così fiorente per gli arabi che il commercio si struttura in un sistema: i procacciatori di schiavi sono dei mediatori autorizzati dal governatore su concessione del Califfo.

Gli schiavi vengono catturati direttamente, con incursioni nei villaggi sub-sahariani  – sono gruppi berberi organizzati con piccoli eserciti, solitamente formati da tribù nomadi, squadre di “cacciatori di schiavi” di trenta-quaranta persone bene armate “per avere ragione di centinaia di indigeni nudi et ululanti” -, oppure tramite compravendite con i regni locali, come quello dell’Impero del Mali, nei vari mercati locali come quelli della città di Gao (Mali), Agordat (Eritrea) Zeila (Etiopia), Mogadiscio, Cipro, Tripoli, e anche successivamente Marrakech. Ma un altro mercato affermato di schiavi è Zanzibar, di cui si dirà in seguito.

Dal libro Slavery in Africa, Henry Drummond ci racconta un episodio che vede protagonista una di queste “squadre”:

Le genti con le lunghe vesti bianche e con il turbante erano state lì con il loro capo, chiamato Tippu Tib. Allinizio era giunto per commerciare, poi aveva iniziato a rubare e a portare via le donne. Chiunque si opponeva veniva fatto a pezzi o abbattuto con le armi da fuoco, e la maggior parte della popolazione fuggì quindi nella foresta. Gli Arabi rimasero lì in forze fino a che rimase qualche chance di cacciare e catturare i fuggitivi.  Tutto ciò che non potevano usare lo distrussero o lo diedero alle fiamme, in breve, il villaggio fu raso al suolo. Poi gli Arabi andarono via. I fuggitivi ritornarono a ciò che rimaneva delle loro case e provarono a ricostruirle e rimettere in sesto le coltivazioni.  Dopo tre mesi, le orde di Tippu Tib apparvero di nuovo, e si verificarono le stesse scene. 

Sempre Drummond e altri esploratori e militari come R. Burton o anche il più conosciuto Livingstone, testimoniano nei loro scritti che per catturare 50 donne le vittime sacrificate sono tra 1000 e 2000, chi invece scrive di aver contato non meno di 30000 morti per la cattura do 5000 schiavi.

Oltre al “prelievo coattivo” e all’acquisto sui mercati locali, le forniture di schiavi avvengono anche dai regni vassalli conquistati dalle guerre islamiche, spesso costretti a pagare un tributo in risorse umane. Il primo tributo in questa forma è imposto a carico del regno di Nubia (tra l’Egitto e il Sudan) che contribuisce dal 652 d.C. con circa 400 te schiavi l’anno per tutta l’esistenza del regno stesso.

Nella maggior parte dei casi il “prelievo coattivo” si effettua in territorio subsahariano: per gli schiavi inizia la marcia verso i mercati locali o i porti dove vengono trasferiti in Oriente: normalmente non sono meno di 1000 chilometri a piedi, una calvario che dura anche 60 giorni.

A causa della lunghezza del viaggio, delle condizioni atmosferiche terrificanti e della scarsità d’acqua e di cibo, il numero di schiavi morti nel tragitto è enorme. Gli autori Allan G.B. Fisher e Humphrey J. Fisher nel libro Slavery and Muslim Society in Africa e altri studiosi come Paul Lovejoy calcolano che circa il 50% degli schiavi non giungevano nei mercati, mentre altri parlano di una percentuale di decessi intorno all’80%. Una vera e propria carneficina, specie se paragonata al 10% di morti complessivi calcolato per i traffici della tratta atlantica. Un dato, quest’ultimo, molto attendibile, riportato nel 1785 da Thomas Clarkson’s nel libro Slavery and Commerce In the Human Species.

La pratica delle castrazione è poi un’altra delle cause che devono aggiungersi ai numeri dell’olocausto dei neri. Nel mondo islamico c’è sempre stata un’alta richiesta di eunuchi, non solo usati per la gestione degli harem, ma anche per servire i militari di alto rango, formando una vera e propria aristocrazia tra gli schiavi. Così per lucrare un compenso decisamente più alto – si parla di compensi 20-30 volte più alti di un normale schiavo – i mercanti di schiavi fanno eseguire l’asportazione del pene e dello scroto sui bambini di età fra i 7 e i 12 anni, a cui sopravvive solo il 10%.

Inizia quindi a incrociarsi il traffico arabo-islamico con quello della tratta atlantica degli schiavi, una contaminazione che darà un’accelerazione al commercio degli schiavi dei neri d’Africa, aggiungendo altre rotte come quelle con cui dai due porti di Muscat e Sur in Oman, gli schiavi raggiungono i porti di “Kathiawar” nel Sindh (una provincia dell’attuale Pakistan) e della provincia indiana di Bombay (l’attuale Mumbai).

L’Oman costruisce, a partire dal XVI secolo, un impero coloniale con l’intenzione di controllare i ricchi traffici commerciali fra Mar Rosso, Golfo Persico e India.

Il crocevia si realizza nel XVI secolo, quando gli interessi delle potenze coloniali europee si incontrano con quelli degli spietati procacciatori di “Abeed”, gli schiavi di pelle nera, e l’espansionismo ormai conclamato dell’Islam in Occidente.

NOTE:

1 Egira: dall’arabo hijra “migrazione, allontanamento”. L’abbandono della Mecca da parte di Maometto, in seguito a contrasti che erano sorti all’interno del clan dei Qurayshiti, compiuto insieme a un gruppo di seguaci, e il suo trasferimento a Medina, nel settembre dell’anno 622. Dall’inizio di quest’anno, coincidente nel calendario dell’epoca con il 16 luglio 622, è fatta iniziare tradizionalmente l’era islamica e quindi l’anno 1.

2 La Carta Araba dei Diritti Umani approvata dalla Lega degli Stati Arabi nel 2004 ed entrata in vigore solo nel 2008. Tuttavia, alcune disposizioni della Carta risultano manifestamente incompatibili con le norme e gli standard internazionali in materia di diritti umani. I nodi più problematici riguardano: l’approccio alla pena di morte per i minori (art. 7); i diritti delle donne e dei non cittadini; l’equiparazione tra sionismo e razzismo (Preambolo ed art. 2.3).

3 Omayyade: dinastia (661-750) fondata da Muawiya (ca. 602-680) – che aveva servito come governatore della Siria per il Califfato dei R?shid?n – dopo la morte del quarto califfo, Ali, nel 661. Gli Omayyadi regnarono con efficacia, stabilendo fermamente l’autorità politica del Califfato; le ribellioni venivano soffocate tramite l’uso della forza bruta e i rivoltosi erano solitamente condannati a morte.

Gli Omayyadi controllavano un impero già molto vasto, al quale aggiunsero nuovi territori come quelli in Nord Africa (oltre l’Egitto), Spagna, Transoxiana, parti del sub-continente indiano e diverse isole nel Mar Mediterraneo.

4 A seconda dell’epoca della rivelazione ,per convenzione, si usa dividere il Corano in sure meccane e sure medinesi, rivelate rispettivamente prima del 622 e dopo il 622 (Egira).

5 Alomoràvidi: in arabo al-Mur?bi??n. Dinastia berbera che nella seconda metà del secolo XI e nella prima metà del sec. XII dominò il Marocco, parte dell’Algeria e la Spagna musulmana.

6 Almohadi in arabo al-muwahhidun, “gli unicisti”. Movimento riformista musulmano e dominazione nordafricana del XII-XIII secolo. Sorsero nel territorio dell’attuale Marocco, seguendo la predicazione di Ibn Tumart, proclamatosi Mahdi (“messia”) in opposizione al regime almoravide. Dal suo incontro con il capo berbero ?Abd al-Mu’min, primo califfo almohade, nacque un movimento militare e religioso che in pochi decenni rovesciò gli Almoravidi in Nordafrica e in al-Andalus.

7 Abassidi: Dinastia musulmana di califfi  (750-1258),  la più duratura del mondo medievale islamico; governò infatti dal 750, quando gli Abassidi strapparono il potere agli Omayyadi,  e sterminati  fissarono la residenza nell’Iraq fino al 1258, quando Baghdad fu conquistata dai Mongoli.  I cinque secoli della dinastia abbaside nell’Iraq coincidono con la maggior fioritura della civiltà arabo-musulmana.

8 La percentuale del 10% dei morti per castrazione è sostenuta con particolare dovizia da Jan Hogendorn nel suo saggio The Hideous Trade. Economic Aspects of the ‘Manufacture’ and Sale of Eunuchs (1999).

9 D?R al-H?RB: “sede della guerra: il complesso dei territori a dominio non islamico; il resto del mondo è d?r al-isl?m o “sede dell’islam.


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5 pensieri su “La storia sepolta del colonialismo arabo in Africa

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  2. Alessandro Tedesco dice:

    Parodiando l’uomo più famoso della storia direi “fai sapere qualcosa di interessante a un uomo e hai fatto il tuo dovere con la cultura” 🙂 Grazie a te

  3. Samuele Marinozzi dice:

    Porca trota!! Mai avuto notizia di tale macello, nè da studente nè dalle mie letture, quindi grazie di avermi insegnato qualcosa. La storia del colonialismo in Africa rappresenta il doppio standard partorito dal masochismo occidentale

  4. Mauro Venier dice:

    Il problema è che coloro che accusano solo l’occidente e coloro che riportano tutto agli arabi dimenticano una cosa: nella grande maggioranza dei casi sia gli europei che gli arabi gli schiavi non li catturavano. Li compravano. E i venditori erano altri africani.

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