Russia
La volontà di potenza di Putin e l’eterogenesi dei fini sempre dietro l’angolo
Due avvenimenti segnano l’inizio del tramonto dell’Urss. Il primo fu il XX congresso del Pcus nel 1956 e la denuncia che Nikita Chrusciov fece del culto della personalità di Stalin. La morte del successore di Lenin nel 1953 liberò la classe dirigente sovietica dalla minaccia di


Due avvenimenti segnano l’inizio del tramonto dell’Urss. Il primo fu il XX congresso del Pcus nel 1956 e la denuncia che Nikita Chrusciov fece del culto della personalità di Stalin. La morte del successore di Lenin nel 1953 liberò la classe dirigente sovietica dalla minaccia di una ripetizione del 1937, cioè di una epurazione violenta del vertice del potere politico e burocratico. Chrusciov capì che sarebbe diventato leader del regime se avesse garantito gli interessi del ceto dirigente dell’impero sovietico e l’incolumità del vertice del partito. Con l’estromissione di Stalin dal pantheon del marxismo-leninismo, esso fu sottoposto a un lungo processo di desacralizzazione, al quale non poteva porre argine il potenziamento del culto alternativo di Lenin.
Con Chrusciov, riformatore non per vocazione ma per necessità, e comunque ben lontano dall’idea di passare dal sistema totalitario alla società aperta, iniziava dunque quel processo critico che avrebbe travolto le strutture portanti, ideologiche ed economiche, del “socialismo realizzato”. Il collasso avvenne con la perestrojka malgrado le intenzioni di Michail Gorbaciov, che avrebbe voluto salvare sistema e ideologia riformando l’intero edificio del regime, ma di fatto ne minò le fondamenta facendo crollare l’impero. Il disastro di Chernobyl assestò il colpo di grazia.
L’altro avvenimento che segna il tramonto dell’impero sovietico fu la guerra afghana, intrapresa con ambizioni imperiali e in nome di un intervento a favore delle forze “progressiste” locali, tanto che si parlava dell’Afghanistan come di una possibile sedicesima repubblica dell’Urss. Iniziata nel 1979, si chiuse ingloriosamente dieci anni dopo. Inoltre, quando nell’ultimo periodo della perestrojka venne concessa la glasnost, la libertà d’espressione interdetta fin dall’ottobre 1917, cadde l’ultima barriera. Fallito il maldestro colpo di Stato nell’agosto 1991, la compagine mutinazionale sovietica si sciolse come neve al sole.
La volontà delle repubbliche baltiche e, anzitutto, dell’Ucraina di riacquistare la perduta indipendenza, la caduta del muro di Berlino: non c’è qui bisogno di ripercorrere la cronaca del disfacimento del sistema sovietico, che si svolse sullo sfondo dell’erosione della legittimità del potere politico totalitario e della caduta dei prezzi del petrolio, dai quali all’inizio degli anni Ottanta dipendeva lo stato del bilancio, del mercato dei beni di consumo e della bilancia dei pagamenti. Finiva così la Guerra fredda e Francis Fukuyama parlò di “fine della storia”. Invece la storia, come sappiamo, non era finita, sia perché il nazionalcomunismo resisteva in un’altra grande potenza, la Cina (oltre che in zone minori), sia perché nella sua arena entrava un nuovo giocatore, il fondamentalismo islamico portatore di nuovi rischi globali.
Un protagonista di quegli anni, Egor Gajdar, primo ministro nel 1992 in sostituzione di Boris Eltsin, nella prefazione al suo libro “La fine dell’impero” avanza una analogia tra la Russia postsovietica e la Repubblica di Weimar. Un confronto illuminante, pur tenendo conto delle debite differenze tra la Russia dopo il crollo del 1991 e la Germania dopo la disfatta del 1918, tra l’avvento del nazismo e la nascita di un potere fortemente autoritario, seppure formalmente democratico, attualmente in una fase caratterizzata da tendenze totalitarie. Il sostegno della Chiesa ortodossa al successore di Eltsin stenta però a restaurare lo spirito dell’impero “sacrale” delle origini e quello dell’universalismo marxista. E, come già segnalava Vittorio Strada in un saggio pubblicato poco prima della sua morte (“Impero e rivoluzione”, Marsilio, 2017), appare piuttosto grottesco il tentativo di colmare tale vuoto con una campagna di conservazione dei valori tradizionali della Santa Madre Russia contro il “nichilismo liberale” dell’occidente; ad esempio criminalizzando, come ha fatto il Patriarca Kirill mentre cadevano le bombe sui “fratelli” ucraini, le unioni omosessuali.
Né la denuncia della russofobia o dell’eterna congiura delle democrazie liberali contro la pacifica Russia può andare al di là della propaganda interna, in grado di fare presa solo su un pubblico corrivo. Il regime di Putin, infine, che nella sua ipostasi sovietica voleva essere il faro del socialismo per un mondo immerso nelle tenebre del capitalismo imperialista, non può certo presentarsi come il faro dei diritti umani, cosa che neppure i più spericolati propagandisti del Cremlino oserebbero sostenere. Del resto, in un’intervista rilasciata al Financial Times nel 2019, che destò molto scalpore, Putin aveva decretato senza mezzi termini la fine dell’idea liberale nel passaggio di secolo.
Si tratta di un punto su cui l’ex ufficiale del Kgb è tornato più volte nel corso della sua ascesa al potere, che si accompagna alla celebrazione del “retaggio glorioso” degli imperi zarista e comunista, da Ivan il Terribile e Pietro il Grande a Stalin, che portò la potenza russa al suo apogeo in senso territoriale e ideale, e la cui opera va continuata rimediando al disastro provocato da “riformatori” come Chrusciov e Gorbaciov e, peggio ancora, come dal suo mentore Boris Eltsin. Alla confezione di un nuovo “Russkij Mir” (mondo russo) provvede attualmente un atelier di intellettuali che godono del monopolio dei mezzi d’informazione e dell’appoggio della Chiesa ortodossa, che tende a fare del cristianesimo orientale una religione nazionale di Stato.
Putin, insomma, è sedotto dall’idea di un anacronistico nuovo impero russo con ambizioni egemoniche europee, che, con un termine in cui geografia e ideologia si fondono, può essere chiamato “eurasiatico”. Di contro a questa prospettiva, inquietante per i suoi aspetti militari esterni e involutivi interni, data anche l’attuale ripresa del mito di Stalin come artefice della grande potenza russa, non si può escludere -anche se adesso appare assai lontana- una complessa prospettiva opposta: una disgregazione dell’odierno assetto federativo della Russia, come effetto di una stagnante politica autoritaria. Del resto, la storia è piena di eterogenesi dei fini.
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