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Le luci del Bar si sono spente. A Stefano Benni, l’amico che avevamo accanto

Storia, costume e cultura

Le luci del Bar si sono spente. A Stefano Benni, l’amico che avevamo accanto

Non si può scrivere un necrologio per un amico. Non per Stefano Benni. Perché Stefano, a casa mia, non era uno scrittore da scaffale, era una presenza. È stato l'amico che mi ha aiutato a crescere mio figlio nei primi anni della sua vita, facendolo ridere

Alessandro Tedesco11/09/2025Aggiornato 10/09/20254 min lettura668 parole
Anteprima

Non si può scrivere un necrologio per un amico. Non per Stefano Benni. Perché Stefano, a casa mia, non era uno scrittore da scaffale, era una presenza. È stato l’amico che mi ha aiutato a crescere mio figlio nei primi anni della sua vita, facendolo ridere e cullandolo con le sue storie strampalate eppure così vere, così piene di vita. Era il genio di famiglia, il compagno di viaggio che tenevo sul comodino, la voce che ci ha insegnato a ridere delle nostre paure e a trovare poesia nelle nostre crepe. L’amore che gli abbiamo dato è stato viscerale perché le sue pagine non si leggevano: le vivevamo, le consumavamo, le assorbivamo fino a diventare parte di noi.

Con lui se ne va un pezzo di anima. Oggi abbiamo perso un pezzo della nostra storia e ci sentiamo orfani di quel suo sguardo unico, capace di vedere l’universo intero in una pozzanghera e di raccontare l’Italia intera attraverso le chiacchiere surreali di un bar.

Ci ha preso per mano e ci ha portato a Stranalandia, che non era un atlante convenzionale, ma la mappa per ritrovare un’anima perduta: quella che avevamo da bambini. Ci ha insegnato a distinguere le cose importanti, quelle che nessuna enciclopedia ci spiegherà mai. La memoria di quelle pagine è un tesoro. Ricordo la logica folle e perfetta, la risata pura che nasceva da definizioni come quella sul “babonzo”, una lezione di vita mascherata da nonsense. Se la memoria non mi inganna, era qualcosa di meraviglioso, che suonava così:

Il babonzo è un animale estinto. Era tanto stupido che si estinse da solo. Un giorno uno disse: – Ehi, babonzi, perché non ci estinguiamo? –. E gli altri dissero: – Sì, che bella idea! –. E si estinsero.”

In quelle righe c’è tutto il suo genio: la capacità di creare un mondo governato da regole assurde eppure perfette, di farci sorridere con una semplicità che nascondeva una comprensione profonda della vita e delle sue ingannevoli apparenze. E poi, quando avevamo bisogno di una bussola nel casino della vita, ci ha messo in mano Comici spaventati guerrieri. Ci ha guardato negli occhi e ci ha detto chi eravamo, senza sconti, con una tenerezza spietata. Ci ha lasciato a meditare su verità che scavavano dentro, verità che ci hanno dato il coraggio di essere fragili:

Un chilo di baci vale più di un chilo di intelligenza.

Ci ha regalato un mondo dove la fantasia era un atto di resistenza:

Forse la cosa più bella che può capitare a un guerriero è di avere paura. Vuol dire che ha ancora qualcosa da sentire. E forse la cosa più bella che può capitare a un comico è di non avere più parole. Vuol dire che ha ancora una lacrima da spendere.

Ecco chi abbiamo perso. L’amico che ci ha detto che l’amore pesa più del sapere. L’amico che ci ha detto che va bene avere paura, che è giusto rimanere senza parole, che le nostre lacrime sono preziose.

Abbiamo perso il funambolo in equilibrio perfetto tra la risata che squarcia il buio e la malinconia che ci culla. Ci ha lasciato le sue parole, reliquie custodite in libri tenuti insieme dal nastro adesivo, e ora sta a noi tenerle vive.

Le luci al Bar sotto il mare, stanotte, si sono spente. E noi, i suoi avventori, ci sentiamo un po’ più soli. Ciao, Stefano. Grazie di essere stato nostro amico.


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