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L’eterna tentazione dello Ius Soli tra slogan elettorali e complesse realtà

Immigrazione e dintorni

L’eterna tentazione dello Ius Soli tra slogan elettorali e complesse realtà

Il referendum sulla cittadinanza e la segretaria del PD Elly Schlein hanno riacceso i riflettori su un tema ciclicamente agitato nel dibattito politico italiano: la riforma della cittadinanza e l'introduzione dello ius soli. Sostenendo con foga che "chi nasce in Italia sia italiano" e bollando come

Alessandro Tedesco30/05/2025Aggiornato 30/05/20259 min lettura1.957 parole
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Il referendum sulla cittadinanza e la segretaria del PD Elly Schlein hanno riacceso i riflettori su un tema ciclicamente agitato nel dibattito politico italiano: la riforma della cittadinanza e l’introduzione dello ius soli. Sostenendo con foga che “chi nasce in Italia sia italiano” e bollando come una “vergogna anacronistica” l’attuale legge sulla cittadinanza (Legge n. 91 del 1992), la segretaria del PD ha promesso una radicale inversione di rotta qualora il suo partito tornasse al governo, affermando: “cambieremo una legge che è del 1992 […] stiamo negando la cittadinanza a chi nasce e cresce in Italia. Io penso e lo pensa il PD che chi nasce in Italia sia italiano”. Senza considerare che l’ammissione del quesito referendario conduce l’ordinamento italiano alle norme ben più anacronistiche, e per certi versi discriminatorie su base di genere e censo, contenute nel Codice Civile del 1865.

La questione della cittadinanza, e in particolare la ricorrente proposta di introdurre in Italia un modello basato unicamente sul luogo di nascita (il cosiddetto ius soli), non è certo una novità nel dibattito politico nostrano, ma riemerge ciclicamente, portata avanti con enfasi in momenti particolari della vita politica nazionale.

È utile ricordare come, già nel 2017, figure di spicco come l’allora Presidente della Camera Laura Boldrini e l’ex Premier Massimo D’Alema si fecero promotori di un superamento della normativa vigente, spingendo per un’apertura decisa in tal senso. Questo accadeva mentre il tentativo del governo Renzi di introdurre un più “temperato” ius scholae (o ius culturae), che legava la cittadinanza al completamento di un ciclo scolastico, si arenava tra le divisioni della stessa maggioranza e le resistenze parlamentari, dimostrando già allora quanto il tema fosse scivoloso e privo di un consenso trasversale.

Fonti e cronache politiche dell’epoca indicano che, oltre alle divisioni interne al PD, l’ostracismo di figure come D’Alema e Bersani, la presunta influenza di un accordo tra il Partito Democratico e il governo a guida Gentiloni e il Movimento 5 Stelle giocò un ruolo determinante. Quest’ultimo, secondo ricostruzioni, avrebbe garantito la propria astensione sul voto della legge sulla cittadinanza in cambio di un’intesa favorevole sulla legge elettorale, di fatto affossando la riforma.

Nonostante questi precedenti, Enrico Letta, appena insediatosi come segretario del Partito Democratico nel marzo 2021, non esitò a reinserire lo ius soli nel suo discorso programmatico, quasi a volerne fare una bandiera identitaria. Oggi, assistiamo a un ulteriore rilancio da parte dell’attuale segretaria dem, Elly Schlein, che ripropone con rinnovato vigore la medesima ricetta.

Viene da chiedersi se questi periodici annunci sullo ius soli rappresentino una reale e pragmatica volontà riformatrice o se, piuttosto, non rasentino una sorta di “bluff” politico. La storia recente insegna infatti come tali proposte, pur animate da nobili intenti agli occhi dei proponenti, si scontrino regolarmente con la mancanza di un solido consenso sia in Parlamento sia nel Paese.

Le difficoltà nel tradurre questi annunci in concreta azione legislativa sono state una costante, alimentando il sospetto che, talvolta, la questione venga sollevata più per marcare una distanza politica e mobilitare l’elettorato, che per una reale convinzione di poter incidere sul tessuto normativo in un contesto così complesso e su un tema tanto sensibile per l’identità nazionale e la coesione sociale.

Questo impone un’analisi lucida e approfondita, e confrontarsi con le attuali e intricate dinamiche migratorie nel nostro Paese e in Europa.

Come acutamente osservato da Carlo Panella in un suo articolo su Linkiesta del 2021, è un profondo errore assimilare le attuali dinamiche migratorie a quelle che caratterizzarono i flussi di fine Ottocento e inizio Novecento. All’epoca, si trattava di un’immigrazione prevalentemente definitiva, spesso originata all’interno della stessa Europa, inserita però in un contesto sociale e storico radicalmente diverso. Esistevano marcate differenze diacroniche e diatopiche all’interno del continente europeo stesso, un’Europa in cui l’Italia si configurava principalmente come un paese di emigranti, non di approdo.

Panella sosteneva che “la maggioranza degli immigrati in Europa, e soprattutto in Italia, non progetta una immigrazione definitiva”, ma il concetto di “ritorno nel paese di origine”  si è tuttavia oggi evoluto, assumendo contorni più sfumati e complessi. Per alcune nuove generazioni di immigrati, l’aspirazione non si limita a un eventuale rientro fisico, ma si manifesta nel desiderio di ricreare nel paese ospite le condizioni, le norme socio-culturali e, in taluni casi, persino l’impianto giuridico del paese di provenienza.

Sebbene esempi come i “tribunali della Sharia” in Inghilterra non abbiano – in teoria – alcuna validità legale e non possano sovvertire le leggi britanniche, e la discussione su quartieri a forte connotazione identitaria in alcune città europee non rifletta – ufficialmente – realtà riconosciute, tali fenomeni sollevano interrogativi cruciali sulla coesistenza di sistemi valoriali e normativi eterogenei all’interno dello stesso spazio nazionale. Queste dinamiche, qualora non accompagnate da efficaci politiche di integrazione, possono alimentare la frammentazione sociale.

Un ostacolo significativo al processo di integrazione è rappresentato dalla tendenza alla “concentrazione in clan” o alla formazione di comunità chiuse. Tale fenomeno, pur non essendo generalizzabile, può limitare drasticamente le interazioni significative tra immigrati e popolazione autoctona, favorendo la nascita di enclave socio-culturali isolate. Un isolamento che rischia di precludere l’acquisizione degli strumenti indispensabili per una piena partecipazione alla vita economica, sociale e civica del paese ospitante, alimentando nel contempo diffidenze reciproche e rendendo più impervio il cammino verso una reale coesione.

La questione linguistica emerge poi come un nodo di cruciale importanza, un vero e proprio termometro dello stato di salute del processo integrativo. In Italia, si osserva con preoccupazione come una parte consistente degli immigrati, inclusi i richiedenti asilo, non sembri considerare l’apprendimento della lingua italiana un fattore prioritario o indispensabile.

Eppure, la lingua è il veicolo primario per accedere alla cultura, ai valori, alle opportunità lavorative e alla piena cittadinanza attiva di una nazione. Dati allarmanti indicano che una percentuale estremamente elevata di richiedenti asilo che si approcciano all’Italiano come Lingua Seconda (L2) non supera un livello di competenza elementare (inferiore all’A1), palesemente inadeguato a garantire un inserimento sociale e lavorativo efficace. Tale deficit linguistico erige barriere formidabili, ostacolando la comprensione reciproca e la costruzione di autentici ponti interculturali.

Ad accentuare quelle che si possono considerare gli elementi di diffidenza verso lo ius soli sonole profonde trasformazioni dello scenario geopolitico. Con il loro corollario di instabilità e nuove minacce, impongono una riconsiderazione attenta delle politiche di immigrazione e cittadinanza anche sotto il profilo della sicurezza nazionale. Quest’ultima non si esaurisce nel mero controllo delle frontiere, ma si fonda sulla coesione interna, sulla condivisione di un nucleo di valori fondamentali e sul senso di appartenenza a una comunità di destino. La concessione della cittadinanza, atto che conferisce diritti e impone doveri cruciali, non può prescindere da una rigorosa valutazione del suo impatto sulla sicurezza e sulla stabilità del paese.

L’esperienza di altri paesi europei offre spunti di riflessione significativi. La Germania, ad esempio, ha implementato un sistema di integrazione che prevede requisiti precisi. Il percorso verso la cittadinanza tedesca include il “Einbürgerungstest”, un test specifico che valuta la conoscenza dell’ordinamento sociale e giuridico, della storia e dei valori del paese. Questo strumento, affiancato da altre normative sull’integrazione, mira a una selezione che consideri le reali intenzioni di radicamento, le competenze linguistiche e l’adesione ai principi fondamentali della società tedesca. Si tratta di un approccio che valuta attentamente il percorso individuale e la volontà di far parte della comunità nazionale. Spesso, nel dibattito sullo ius soli, si solleva l’obiezione che nazioni come la Germania o la Francia adotterebbero criteri di accesso alla cittadinanza apparentemente molto più agevoli rispetto a quelli italiani. Se da un lato è innegabile che i percorsi di naturalizzazione in questi paesi possano presentare, superficialmente, alcune facilitazioni, un’analisi più approfondita rivela realtà nazionali e approcci all’immigrazione profondamente diversi, che rendono il paragone con l’Italia fuorviante se non strumentale.

Innanzitutto, è fondamentale sottolineare come la legislazione sull’immigrazione in paesi come Germania e Francia sia storicamente caratterizzata da regole decisamente più restrittive per quanto concerne l’ingresso legale e il rilascio dei permessi di soggiorno*. Questo si traduce in una selezione a monte più rigorosa, che filtra a priori i flussi migratori in base a criteri economici, lavorativi o di necessità di protezione internazionale ben definiti. Di conseguenza, coloro che arrivano a poter richiedere la cittadinanza hanno già superato un vaglio iniziale più selettivo rispetto a quanto avviene nel contesto italiano, spesso più esposto a flussi di immigrazione meno controllati e programmati.

In secondo luogo, non si può ignorare il divario esistente nei sistemi scolastici e nella loro capacità di gestire l’integrazione degli studenti stranieri. Mentre nazioni come la Germania hanno investito da tempo in strutture e metodologie per l’inserimento linguistico e culturale, il sistema italiano appare drammaticamente sottodimensionato di fronte a questa sfida. La presenza di più di 900.000 studenti con cittadinanza non italiana nelle nostre scuole, un numero in costante crescita, si scontra con una carenza cronica di risorse dedicate: basti pensare che, secondo recenti stime, gli insegnanti specializzati nell’insegnamento dell’Italiano L2 nelle strutture scolastiche pubbliche sarebbero drammaticamente pochi, nell’ordine di appena 84 unità a livello nazionale, e il resto dei docenti reclutati in modo non tradizionale per coprire le esigenze scolastiche. Questa sproporzione rende l’effettiva integrazione linguistica e culturale un miraggio per molti e un onere gravoso per il corpo docente non specializzato.

Limitarsi a confrontare i soli criteri di accesso finale alla cittadinanza, senza considerare le significative differenze nei sistemi di immigrazione, nelle politiche di integrazione scolastica e nelle procedure di verifica delle competenze, significa operare una semplificazione che non rende giustizia alla complessità del fenomeno e alle specificità del contesto italiano.

Panella, nel suo intervento, difende l’approccio basato sulla “scelta cosciente e volontaria dello straniero di voler diventare italiano”, ritenendolo un principio da preservare. Lo scontro di fondo, secondo l’autore, è tra “una concezione meccanica, basata su una concezione statalista della cittadinanza legata al mero diritto e alla costruzione di un progetto di società, contrapposta a una concezione liberale basata su una visione valoriale che pone al centro la scelta dell’individuo”. L’esperienza storica, come nel caso dell’immigrazione polacca in Italia, ha dimostrato come, anche a fronte dell’ottenimento della cittadinanza, l’aspirazione di fondo di una parte degli immigrati possa rimanere legata primariamente alla ricerca di migliori condizioni lavorative e di protezione, piuttosto che a un reale desiderio di appartenenza alla comunità nazionale italiana.

In conclusione, un dibattito maturo e costruttivo sullo ius soli e, più ampiamente, sulle strategie di integrazione, deve necessariamente confrontarsi con la complessità di queste dinamiche. È imprescindibile tenere conto delle legittime istanze di sicurezza nazionale, della necessità di promuovere un’integrazione autentica che passi attraverso l’ineludibile apprendimento della lingua e la condivisione dei valori democratici fondamentali, e della reale volontà degli individui di divenire parte attiva, consapevole e responsabile della comunità nazionale.

NOTE:

*La nuova legge sull’immigrazione in Germania, approvata il 19 gennaio 2024, si chiama “Rückführungsverbesserungsgesetz”, traducibile come “legge per il miglioramento dei rimpatri”. Questa legge ha lo scopo di facilitare la naturalizzazione degli stranieri regolari e l’espulsione di quelli irregolari.

Inoltre, nel novembre 2023 è entrata in vigore una nuova legge chiamata “Legge per lo sviluppo dell’immigrazione dei lavoratori qualificati”, che facilita l’immigrazione di lavoratori qualificati da Paesi terzi.

La “Chancenkarte” (carta delle opportunità) è un altro elemento della nuova legge sull’immigrazione qualificata, che facilita l’accesso al mercato del lavoro tedesco per i cittadini extracomunitari qualificati.


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2 pensieri su “L’eterna tentazione dello Ius Soli tra slogan elettorali e complesse realtà

  1. claudioottorimnomonnini dice:

    Articolo molto tecnico, ma bisogna anche capire quale sia l’origine della resistenza allo ius soli, in sintesi è il problema della paura di perdere la “maggioranza etnica”, si attribuisce alla “nazione” un’identità culturale da preservare, un concetto molto discutibile e retrivo. La storia, soprattutto quella italiana, dimostra come siano proprio le migrazioni a determinare in positivo l’identità di una nazione: quanto più il mix è ricco, tanto più quella cultura è vincente. Aggiungo che finché una nazione è meta ambita di mezzo mondo, possiamo essere sicuri che è una nazione vincente; è quando la gente scappa che bisogna preoccuparsi. Un bambino che nasce in Italia, dovrebbe essere italiano; soprattutto per giustizia nei suoi confronti e rispetto ai coetanei, ma anche perché è una risorsa per un paese in calo demografico. Posso capire applicare lo ius culturae ai genitori, ma quel bambino parlerà la lingua madre a casa e l’italiano a scuola e più tardi al lavoro, crescerà uguale agli altri e non si vede perché sottolineare il suo essere “meno” degli altri.

    • Alessandro Tedesco dice:

      Grazie per il commento.
      Quello che dice lei però non succede in Italia, dove la realtà ben diversa da quella che lei disegna. E purtroppo non è neanche successo in Francia. E non sta succedendo in Inghilterra e Germania. Paesi che hanno secolare tradizione di immigrazione. Il multiculturalismo funzionerebbe laddove i valori fondanti di una cultura, nello specifico quella Occidentale, quella cristiana, siano fermi e riconosciuti. Ha funzionato negli USA che era una società in via di composizione, non funzionerà da noi, sempre che non si scelga diversamente.
      Ancora grazie.
      Saluti

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