Conflitto russo-ucraino
L’Europa di Mario Draghi e la questione ucraina
"Di doman non c'è certezza", poetava Lorenzo de' Medici nella Canzona di Bacco. E nessuna certezza c'è sul domani dell'Ucraina. Il quadro resta assai confuso. Lo stesso bilaterale tra Putin e Zelensky è solo un pio auspicio. E, se pure si tenesse, è difficile che possa


“Di doman non c’è certezza”, poetava Lorenzo de’ Medici nella Canzona di Bacco. E nessuna certezza c’è sul domani dell’Ucraina. Il quadro resta assai confuso. Lo stesso bilaterale tra Putin e Zelensky è solo un pio auspicio. E, se pure si tenesse, è difficile che possa sbrogliare una matassa che si presenta ancora assai intricata.
Nell’incontro di Anchorage, Trump ha concesso al despota del Cremlino una oscena legittimazione internazionale e una vergognosa retromarcia sul cessate il fuoco, condizione preliminare di qualunque onesto negoziato. Nel summit alla Casa Bianca con Zelensky e i leader europei, ha poi avuto l’impudenza di affermare che la via della pace era stata finalmente aperta. Proprio mentre i missili e droni russi continuavano a martellare la regione di Sumy e a seminare morti e feriti tra i civili. La realtà è che Putin non vuole o, meglio, non è ancora pronto per la pace. Perché la pace gli costerebbe di più della eventuale riconversione dell’economia di guerra a cui sarebbe costretto.
Questo lo hanno capito anche Macron e i capi di governo che hanno partecipato alla sceneggiata nello Studio Ovale. È la novità che può giustificare qualche residua speranza in un futuro che non dipenda più dagli umori altalenanti del tycoon newyorkese. Certo, la strada è ancora lunga e tutta in salita. Perché, come ha sottolineato Mario Draghi al Meeting di Comunione e Liberazione, l’Europa così come la conosciamo resta un nano politico al cospetto delle potenze planetarie.
Non starò qui a ripetere l’analisi spietata dell’ex presidente della Bce. L’Ue o cambia o è destinata a vivacchiare stentatamente. In questo senso, la missione europea a Washington ha rappresentato un primo passo nella giusta direzione, quella che obbliga ad affrontare le sfide epocali della sicurezza poste dal neoimperialismo di Mosca. Da qui l’impegno solenne a sostenere Kyiv senza le riserve e i vincoli del passato.
Non si tratta solo di fornire finanziamenti più cospicui e armi più moderne. Occorre accelerare l’ingresso dell’Ucraina nell’Ue (ci sono molti modi per superare il veto di Orbán). Se inoltre i paesi “volenterosi” volessero farsi rispettare fino in fondo, una briscola da calare sul tavolo dell’Ecofin l’avrebbero: confiscare gli asset russi (circa duecento miliardi di dollari), congelati prevalentemente nella società belga di servizi finanziari Euroclear, destinandoli a un fondo per armare e ricostruire l’Ucraina.
Negli ultimi mesi l’idea è stata discussa sia Bruxelles che a Strasburgo. Oltre alla Polonia e ai paesi baltici, anche la Finlandia e l’Austria si sono dichiarate favorevoli. Certo, anche qui occorrerebbe l’unanimità del Consiglio europeo (ritorna il tema delle riforme istituzionali dell’Ue). Uno splendido pensiero di Sant’Agostino recita: “La speranza ha due bellissimi figli: lo sdegno e il coraggio. Lo sdegno per la realtà delle cose; il coraggio per cambiarle”. Lo sdegno in parte c’è. Il coraggio non è più rinviabile.
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