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L’inarrestabile e malinconico declino dei conservatori britannici

Regno Unito

L’inarrestabile e malinconico declino dei conservatori britannici

Se il tema dominante della conferenza annuale del Labour è stata la paura, quello emerso dalla conferenza dei Tories – ospitata a Manchester, a chiusura del ciclo dei congressi dei principali partiti britannici – è stato l’apatia. I numeri parlano chiaro: i Conservatori – il partito

Alessandra Libutti11/10/2025Aggiornato 10/10/20254 min lettura698 parole

Se il tema dominante della conferenza annuale del Labour è stata la paura, quello emerso dalla conferenza dei Tories – ospitata a Manchester, a chiusura del ciclo dei congressi dei principali partiti britannici – è stato l’apatia.

I numeri parlano chiaro: i Conservatori – il partito che ha governato il Regno Unito più a lungo di qualsiasi altro, dai primi del novecento a oggi – viaggiano oggi intorno al 14% nei sondaggi. Sono ormai il terzo partito del Paese, superati a destra da Reform Uk di Nigel Farage e a rischio sorpasso anche a sinistra, incalzati sia dai Liberal Democratici che dai Verdi.

A pesare sono anni di fratture, instabilità, cambi al vertice, scandali e malgoverno. Ma soprattutto, i Tories pagano lo scotto di quattordici anni di governo in cui il Regno Unito ha perso coesione, scivolando verso una polarizzazione sempre più marcata. Il centro politico appare oggi incapace di tenere insieme un elettorato diviso, esasperato e disilluso. L’intero Paese sembra intrappolato in una forza centrifuga che erode le posizioni moderate.

Se a sinistra il Primo Ministro Keir Starmer, centrista di natura, fatica a mantenere la barra dritta, la situazione è ancora più drammatica per  la leader conservatrice Kemi Badenoch. Scelta per tenere insieme l’ala radicale dei Tories e l’area più moderata del centrodestra, si ritrova ora a guidare un partito alla deriva. La sua leadership non convince né i falchi né i riformisti: per alcuni sta spostando il partito troppo a destra, per altri non abbastanza. Il risultato è una fuga massiccia di voti e iscritti.

È una tragedia in atto: un partito che si sta dissolvendo sotto il peso dei propri misfatti ma non solo quelli. In gioco, c’è anche altro. I Conservatori, storicamente rappresentanti delle élite del Paese, custodi di un potere tramandato attraverso generazioni di governi composti da figure formate nelle scuole più esclusive, hanno incarnato per oltre un secolo un’idea di stabilità, autorità e continuità. Ma oggi, quel modello sta cedendo il passo a una nuova destra più vicina al “popolo”.

Quello di Reform Uk è, in realtà,  un rebranding ben riuscito. Un partito che si propone come voce delle classi lavoratrici, dei dimenticati, degli arrabbiati, che parla il linguaggio dell’anti-sistema, pur essendo in gran parte formato dagli stessi uomini del sistema. Perché, a ben vedere, Reform è una costola dei Tories: a guidarla è Nigel Farage, educato a Eton (la stessa scuola dove vengono educati gli eredi al trono) compagno di studi di Boris Johnson, David Cameron e Jacob Rees-Mogg. Gli etoniani non sono allevati non per rappresentare, ma per comandare.

Eppure, nell’attuale scenario, questa élite ha saputo ricostruire la propria immagine. In un Paese ancora rigidamente segnato da un sistema di classi — dove l’accento e il codice postale determinano il posto dell’individuo nella società — Farage è riuscito a farsi percepire come l’uomo della strada. Ha ereditato il malcontento e lo ha incanalato, costruendo un’identità politica che finge di rompere con Westminster mentre ne rappresenta una mutazione calcolata.

In questo contesto, faticano tanto il Labour (che cerca di tenere insieme classe media e operaia con un linguaggio spesso troppo novecentesco), e i Conservatori, che hanno perso coesione, identità e appeal.

Kemi Badenoch non riesce né ad arginare la dissoluzione dei Tories né a intercettare il malcontento generato dalla crisi del Labour. È il cedimento dell’intero blocco tradizionale.

E, paradossalmente, è proprio per questo che Badenoch resta ancora lì, alla guida di un partito che non ha più né direzione né ambizione. Rimane per inerzia e apatia, per mancanza di alternative. 


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