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Lo strano caso della narrazione dell’ISPI su Israele

Israele

Lo strano caso della narrazione dell’ISPI su Israele

Quando un centro studi autorevole racconta il Medio Oriente per omissioni selettive, il problema non è più solo l’opinione: è la costruzione stessa della realtà pubblica su Israele, sui suoi nemici e sulle responsabilità taciute del conflitto. Il 20 aprile, l’ISPI, Istituto per gli Studi di

Nathan Greppi27/04/2026Aggiornato 26/04/20269 min lettura1.764 parole
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Quando un centro studi autorevole racconta il Medio Oriente per omissioni selettive, il problema non è più solo l’opinione: è la costruzione stessa della realtà pubblica su Israele, sui suoi nemici e sulle responsabilità taciute del conflitto.


Il 20 aprile, l’ISPI, Istituto per gli Studi di Politica Internazionale, ha condiviso sui propri profili social una mappa con la quale sosteneva che Israele voleva prendersi il sud del Libano.

Peccato che questa tesi sia stata smentita quando, solo cinque giorni prima, in un’intervista alla piattaforma “Pen Media”, il ministro dell’Industria libanese Joe El-Khoury ha dichiarato: “Il Libano deve accettare l’esistenza di Israele e passare da una cultura di guerra a una cultura di pace. Israele non ha alcuna agenda espansionistica nei confronti del Libano”.

Questo è solo uno dei numerosi esempi dell’informazione parziale e schierata che viene fatta su Israele e, più in generale, sul Medio Oriente dal principale centro studi sulla geopolitica in Italia.

Una disinformazione che, a seconda dei casi, non si manifesta solo in quello che viene detto, ma anche in quello che viene taciuto.

Spiegazioni omissive

Poco dopo i massacri del 7 ottobre, l’ISPI ha pubblicato sul proprio sito una serie di grafici sul conflitto.

Oltre a chiamare quelli di Hamas “miliziani” anziché “terroristi”, pur ammettendo che Hamas è stata designata come organizzazione terroristica da Unione Europea, Stati Uniti e molti altri Paesi, nel parlare della violenza dell’attacco viene rimarcato che Hamas non sarebbe un “esercito regolare”.

Ciò omette il fatto che, secondo l’ufficio del direttore dell’Intelligence nazionale USA, nell’ottobre 2023 il numero dei suoi combattenti era stimato tra i 20.000 e i 30.000.

Successivamente, viene sottolineato che Israele ha occupato Gaza dal 1967 al 2005, salvo poi mettere un blocco intorno alla Striscia dopo la presa del potere da parte di Hamas.

Viene omesso il fatto che, nel 2005, le migliaia di israeliani che vivevano a Gaza sono state evacuate con la forza.

Parlando delle violenze in Cisgiordania, e in particolare a Jenin, viene rimarcato il numero dei morti palestinesi e di quelli fuggiti dal campo profughi.

Totalmente ignorato il fatto che Jenin è storicamente uno dei luoghi da cui è partito il maggior numero di attentati contro i civili israeliani. Già durante la Seconda Intifada, dal 2000 al 2005, molti attentatori suicidi provenivano da Jenin.

Viene altresì affermato che i partiti facenti parte dell’attuale governo israeliano “contestano l’idea della ‘soluzione a due Stati’ per il conflitto israelo-palestinese” e che la comunità internazionale ritiene le colonie in Cisgiordania “il principale ostacolo per il raggiungimento della pace”.

Non viene mai detto che, nell’ultimo quarto di secolo, i leader palestinesi hanno rifiutato più volte le proposte di pace israelo-americane, da Arafat nel 2000 ad Abbas nel 2008, che avrebbero incluso la restituzione di quasi tutta la Cisgiordania.

La ricostruzione storica

I grafici riportano anche informazioni giuste. Nel ricordare le radici storiche del conflitto, l’ISPI ricorda che quando, nel 1947, l’Assemblea generale dell’ONU approvò la spartizione della Palestina Mandataria in due Stati, gli ebrei accettarono e gli arabi no.

Così come viene giustamente ricordato che, il 15 maggio 1948, furono gli eserciti di cinque Paesi arabi, Egitto, Giordania, Siria, Libano e Iraq, a invadere lo Stato d’Israele, e che questo si è ritirato dal Sinai nel 1982 in cambio della pace con l’Egitto.

Tuttavia, in merito alla Prima Intifada, durata dal 1987 al 1993, se ne parla come di “una serie di proteste” che assunse le dimensioni di una “vera e propria sollevazione popolare”, minimizzando gli attentati terroristici che uccisero più di 200 israeliani.

Inoltre, si attribuisce unicamente alla prima elezione di Netanyahu, nel 1996, l’interruzione del processo di pace, tacendo sul fatto che l’ANP ha successivamente respinto le offerte di pace di Ehud Barak ed Ehud Olmert.

Così come non viene detto nulla sull’omicidio del premier israeliano Yitzhak Rabin nel 1995.

Viene altresì ignorato che anche durante la firma degli Accordi di Oslo Arafat aveva dimostrato di non essere affidabile: nel maggio 1994, sei giorni dopo aver firmato al Cairo un accordo con Israele per trasferire il controllo di Gaza e della città di Gerico all’OLP, Arafat tenne un discorso in una moschea di Johannesburg in cui disse: “Considero questo accordo niente più che quello firmato tra il nostro profeta Maometto e la tribù dei Quraysh”.

Si tratta di un accordo siglato in un momento in cui Maometto era debole sul piano militare ma, una volta ottenuta la forza necessaria, sterminò i Quraysh.

In pratica, la firma degli accordi di pace era solo una facciata, in vista di una ripresa delle ostilità sul lungo termine.

La questione dei profughi

Un altro argomento preso in esame sono i palestinesi ai quali l’UNRWA attribuisce lo status di rifugiati, e che oggi sono oltre sei milioni.

Viene sottolineato il fatto che la “questione del diritto al ritorno non è però mai stata affrontata in sede negoziale”, attribuendone il motivo ai timori d’Israele che ciò cambi la composizione etnica del Paese e favorisca un maggiore supporto per i partiti arabi israeliani.

Quello che l’ISPI non dice è che, se venisse riconosciuto il diritto al ritorno di tutti i profughi palestinesi, il sostegno ai partiti arabi israeliani sarebbe l’ultimo dei problemi.

Infatti, la popolazione ebraica si ritroverebbe a convivere con una popolazione araba prevalentemente ostile e che, come ha dimostrato il 7 ottobre, non ha nessuna intenzione di instaurare una convivenza pacifica.

La questione era già stata affrontata quando, nel 1970, l’allora ministro degli Esteri italiano Aldo Moro incontrò a New York la premier israeliana Golda Meir.

Alla richiesta di Moro di far rientrare i palestinesi che avevano lasciato le loro case nel 1948, Meir rispose: “Gli arabi facevano saltare in aria gli sgangherati pullman che conducevano vecchi e giovani da Tel Aviv a Gerusalemme. Più volte avvelenavano i pozzi o seppellivano mine antiuomo sotto le strade. Mai permetterò che queste cose si ripetano. Nel 1947, mia figlia ha dovuto imbracciare il fucile e andare a battersi contro gli arabi per evitare che le massacrassero i figli. Io non accetterò mai una soluzione che costringa la figlia di mia figlia ad andare anch’essa a fare le fucilate per salvare sé stessa e le generazioni che verranno”.

La disinformazione nelle scuole

Come testimoniato dal docente Andrea Atzeni sul sito “Informazione Corretta”, il 27 ottobre 2025 l’ISPI ha tenuto un incontro online rivolto alle scuole, intitolato “Gaza, e ora?”.

In quell’occasione Paolo Magri, presidente del comitato scientifico dell’istituto, ha veicolato tesi complottiste sul 7 ottobre: “Si sono fatte molte teorie: Israele sapeva, non poteva non sapere, così i servizi segreti”.

Un altro relatore, il giornalista Ugo Tramballi, ha detto che il sionismo era nato in reazione alle persecuzioni antiebraiche nella Russia zarista, mentre nell’Europa occidentale gli ebrei stavano bene.

Una falsità, dal momento che Theodor Herzl ha concepito il sionismo dopo aver seguito come giornalista il processo in Francia contro l’ufficiale ebreo Alfred Dreyfus.

Tramballi ha anche sostenuto che gli ebrei nei Paesi arabi stavano bene prima che nascesse Israele, dimenticando che vivevano come dhimmi, ossia come sudditi di seconda classe.

E, nel menzionare la grande rivolta araba contro gli ebrei degli anni Trenta, tace sul ruolo di personaggi come il Gran Muftì di Gerusalemme Amin al-Husseini, alleato della Germania nazista durante la Seconda guerra mondiale.

Ci sono stati anche relatori più equilibrati, che hanno resistito alle pressioni di Magri per sbilanciarsi contro lo Stato ebraico.

Francesco Talò, già ambasciatore italiano in Israele dal 2012 al 2017, ha usato la parola “genocidio” solo in riferimento ai massacri commessi da Hamas il 7 ottobre, anche se poi ha giudicato “sproporzionata” la reazione israeliana.

Ha anche spiegato che, se fino a quel momento l’Italia e la Germania non hanno riconosciuto uno Stato palestinese, è perché devono aver “reputato non utile farlo in quel momento, quando Hamas aveva già rivendicato come un proprio successo il riconoscimento da parte di altri Stati”.

Un’altra ospite, la giornalista e partecipante alla Flotilla Silvia Boccardi, alla quale l’ISPI ha affidato la conduzione del suo podcast “Globally”, ha ammesso che lo scopo della Flotilla non è mai stato quello di portare aiuti umanitari: “Lo scopo è di far voltare il mondo verso Gaza. Far capire al mondo che gli aiuti non arrivano alla popolazione perché Israele li blocca e non per colpa di Hamas”.

Una tesi che è stata smentita persino dall’ONU, che nell’agosto 2025 ha reso pubblico che più dell’88% dei suoi camion con gli aiuti diretti a Gaza sono stati intercettati prima di arrivare a destinazione.

I precedenti

Anche prima del 7 ottobre non mancavano le prove della parzialità dell’ISPI.

Nel maggio 2018, la loro ricercatrice Annalisa Perteghella ha criticato in un’intervista al quotidiano “Avvenire” la decisione di Donald Trump di far uscire gli Stati Uniti dall’accordo sul nucleare iraniano, “benché l’Agenzia internazionale per l’energia atomica non abbia riscontrato violazioni da parte iraniana”.

Questa tesi è smentita dal fatto che, come rivelato da “Il Foglio”, il fisico iraniano e responsabile del programma nucleare Mohsen Fakhrizadeh, eliminato nel 2020, era già comparso nel 2007 in un rapporto della CIA in quanto sospettato di sviluppare armi atomiche, sfruttando come copertura un suo incarico come ricercatore presso l’Università Imam Hossein.

Nel 2011 era anche comparso in un rapporto dell’Agenzia atomica dell’ONU, i cui ispettori avevano chiesto di incontrarlo per indagare sul programma nucleare, ma la richiesta era stata respinta.

Perteghella aveva anche sostenuto che i missili di Hezbollah puntati contro Israele avessero “un effetto deterrente, nella logica delle tensioni mediorientali”.

Come se fossero l’Iran e i suoi proxy a doversi difendere dagli israeliani, e non il contrario.


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3 pensieri su “Lo strano caso della narrazione dell’ISPI su Israele

  1. Marco Crespiatico dice:

    In generale ISPI fa un buon lavoro e riesce a raccontare gli eventi in modo professionale e anche distaccato, anche attraverso le conferenze, alcune a mio avviso ottime. Ho un podcast di geopolitica e il loro è tra i tanti che ascolto. Il caso di Israele è – in effetti – abbastanza particolare. Ricordo quando per giorni, prima di ogni pezzo, qualunque fosse l’argomento, ricordavano il massacro a Gaza. Chiaro che non si possono sempre citare tutti i conflitti, ma se bisogna sceglierne uno, perché non il più grave, ovvero il Sudan? E anche volendo citare Gaza, perché non dare un aiuto vero, ad es. citando qualche ONG medica? Sembrava quasi una questione personale; come persone prima che giornalisti è ovvio che abbiamo un’opinione, ma forse rappresentando un’ente si potrebbe provare a stare più super partes. Non è facile, soprattutto se il pubblico “vuole” che si abbia una posizione di un certo tipo, ma ci si può provare.

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