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Lo strano caso di Ruben Vardanyan, il “portafoglio di Putin” candidato al Nobel

Iran

Lo strano caso di Ruben Vardanyan, il “portafoglio di Putin” candidato al Nobel

Se c’è una cosa che due anni e mezzo di guerra in Ucraina ci hanno insegnato è che la propaganda russa può contare su infinite risorse e spesso sorprendere per intraprendenza e sfacciataggine. Per questo anche a Oslo avranno fatto un salto sulla sedia non appena

Marco Setaccioli21/06/2024Aggiornato 21/06/20245 min lettura1.071 parole

Se c’è una cosa che due anni e mezzo di guerra in Ucraina ci hanno insegnato è che la propaganda russa può contare su infinite risorse e spesso sorprendere per intraprendenza e sfacciataggine.

Per questo anche a Oslo avranno fatto un salto sulla sedia non appena avranno visto arrivare, tra le altre candidature al Nobel per la Pace (unico tra i premi dedicati all’imprenditore e filantropo Alfred Nobel, ad essere assegnato in Norvegia anziché in Svezia), anche quella di Ruben Vardanyan, probabilmente non molto noto alle nostre latitudini, ma di certo uno di quei nomi capaci di dimostrare la grande versatilità di una parte dei personaggi che supportano il Cremlino e la loro capacità di mimetizzarsi persino tra i veri promotori di libertà e diritti umani.

Perché in effetti il profilo di questo uomo d’affari e filantropo russo-armeno, marito amorevole e padre di quattro figli, ad un occhio un po’ distratto, ben si adatta a quello di una personalità meritevole di un riconoscimento internazionale, soprattutto a seguito dell’arresto da parte delle autorità dell’Azerbaijan, durante un tentativo di fuga, nel settembre 2023, insieme ad altri 50.000 profughi armeni, dalla regione fino ad allora contesa ed infine riconquistata dalle forze azere, del Nagorno-Karabakh. Lì Vardanyan aveva ricoperto l’incarico di primo ministro per alcuni mesi, salvo poi essere rimosso su pressione delle autorità dell’ostile vicino, perché accusato di fomentare lo scontro tra i separatisti dell’Artsakh ed il governo di Baku (elemento che già di per sé non depone a favore di una candidatura ad un Neobel per la pace). In favore della sua liberazione si sono spesi sia gli Stati Uniti, sia anche il Parlamento Europeo e diverse manifestazioni si sono svolte anche in Armenia, USA e in Francia.

Ma chi è veramente Ruben Vardanyan?

Di lui in realtà si era già parlato nel 2019, dopo che il collettivo investigativo OCCRP aveva rivelato come avesse costruito e poi diretto un vasto e complesso sistema di riciclaggio, equiparato ad una vera e propria “laundromat” (lavanderia a gettoni) utilizzata per ripulire una quantità enorme di denaro di personaggi strettamente legati a Vladimir Putin e derivanti da transazioni illecite o che semplicemente si intendeva far sfuggire ai radar del fisco. Un sistema capace di generare anche enormi profitti, al punto di far guadagnare a Vardanyan l’appellativo di “portafoglio di Putin” ed essere finito nelle maglie del Putin Accountability Act, varato dal Governo USA per colpire le fonti di finanziamento del leader del Cremlino, tanto da spingerlo a rinunciare alla cittadinanza russa per tutelare il proprio immenso patrimonio.

Il cuore pulsante dell’apparato di riciclaggio era in realtà la Troika Dialog, fondata dallo stesso Vardanyan e diventata presto la principale banca d’affari del paese, dalla quale si dirama un’ampia rete di almeno 75 società offshore, spesso intestate a ignari cittadini armeni (nell’inchiesta dell’OCCRP se ne citano diversi, che nella vita svolgono effettivamente tutt’altra attività). Attraverso il pacchetto di informazioni preso in esame dal gruppo investigativo e dal sito lituano 15min, si è riusciti a risalire a circa 1,3 milioni di transazioni, che hanno interessato 238.000 aziende. Il sistema nel suo complesso “ha consentito l’afflusso di 4,6 miliardi di dollari nel sistema e ha diretto il flusso di 4,8 miliardi di dollari all’esterno. Tra le controparti di queste transazioni c’erano le principali banche occidentali come Citigroup Inc., Raiffeisen e Deutsche Bank. Le decine di aziende del sistema hanno anche generato 8,8 miliardi di dollari di transazioni interne per oscurare l’origine del denaro”. In sostanza operazioni fittizie per vendite di beni e servizi inesistenti autorizzate da prestanome e le cui fatture indirizzate anche a Troika Dialog.

La “lavanderia a gettoni” sarebbe stata utilizzata anche per coprire vere e proprie frodi, come quella che avrebbe interessato l’aeroporto di Sheremetyevo, dove i prezzi dei carburanti sarebbero stati artificialmente gonfiati, portando ad un danno diretto all’utenza, visto l’aumento dei prezzi dei voli, ed per le casse della Federazione Russa, cui sarebbero stati sottratti quasi 40 milioni di dollari. Un’altra truffa avrebbe permesso un’elusione fiscale per 17 milioni di euro attraverso falsi contratti di servizio con compagnie assicurative russe. Una terza malversazione avrebbe permesso di trasferire al violoncellista Sergei Roldugin ben 69 milioni di euro provenienti da una massiccia frode fiscale denunciata da Sergei Magnitsky, un avvocato russo morto in prigione dopo averla rivelata.

La Troika Dialog è stata poi rilevata dalla più grande banca russa, la Sberbank.

Ma nel curriculum di Vardanyan ci sono almeno altre due zone d’ombra. Una di queste riguarda il tentativo di rafforzare i legami politici tra l’Armenia e l’Iran, sostenendo la necessità di relazioni più strette tra i due paesi, per una convenienza anche di Teheran, interessata ad interferire nella crescente influenza di Israele nelle regioni cauasiche. A lui si deve il restauro della Moschea Blu di Yerevan, dove, secondo diverse fonti, si svolgerebbe stabilmente attività di propaganda in favore del regime degli ayatollah. L’avvicinamento sarebbe stato possibile per il tramite dell’associazione russa Gorchakov, la quale organizza eventi internazionali utilizzando relatori approvati da Teheran. Non a caso tra le accuse che sono alla base della detenzione in Azerbaijan ci sono anche quelle di finanziamento del terrorismo, legato anche ad alcune iniziative che si sarebbero tradotte in un sostegno alle azioni intraprese contro l’Ucraina ed Israele.

Più di recente a carico di Vardanyan sono state avanzate pesanti accuse di aver contribuito, durante il periodo di governo nel Nagorno-Karabakh, a collocare una enorme quantità di mine anti-uomo per ostacolare e colpire gli azeri. L’Azerbaijan in particolare lamenta la presenza di circa 1,5 milioni di mine inesplose, le quali hanno causato finora 3.000 morti ed ha apertamente additato il rifiuto da parte dell’Armenia di fornire una mappa dei siti nei quali gli ordigni mortali sarebbero stati collocati. Baku accusa in particolare Vardanyan di aver finanziato due operazioni terroristiche nel corso delle quali le forze armene avrebbero appunto collocato un ingente numero di mine.

Tutte queste vicende hanno portato già 123 parlamentari di vari paesi del mondo (71 dei quali lituani, ma nessun italiano) a scrivere alla commissione per il Nobel per richiedere che il nome di Vardanyan venga escluso, dal momento che il conferimento di un simile riconoscimento ad una persona legata a doppio filo a regimi totalitari e persino corresponsabile di atti terroristici, comporterebbe un forte discredito del premio stesso e consentirebbe alla macchina della propaganda russa di spacciare il “portafoglio” del più grande guerrafondaio vivente per in simbolo di pace.

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