Ebraica
L’orgoglio fragile degli ebrei della diaspora
Certe abitudini dell’ebraismo diasporico raccontano più di quanto sembri: non solo orgoglio identitario, ma il bisogno storico di riconoscersi in nomi, volti e successi capaci di riscattare una minoranza abituata per secoli a sentirsi osservata, sospettata, talvolta avversata. Conosco per diretta esperienza familiare diversi comportamenti, o



Certe abitudini dell’ebraismo diasporico raccontano più di quanto sembri: non solo orgoglio identitario, ma il bisogno storico di riconoscersi in nomi, volti e successi capaci di riscattare una minoranza abituata per secoli a sentirsi osservata, sospettata, talvolta avversata.
Conosco per diretta esperienza familiare diversi comportamenti, o se si vuole abitudini, tipici degli ebrei della diaspora, cioè in sostanza europei e americani, due dei quali sono caduti in disuso per forza di cose.
Chi si recava a Londra per la prima volta, per lavoro o vacanza, non mancava quasi mai di andare a vedere, almeno da fuori, gli impenetrabili uffici della N M Rothschild & Sons a New Court, in St Swithin’s Lane, nella City, dove storicamente si teneva il celebre “London Gold Fixing” due volte al giorno: alle 10,30 e alle 15,30.
Quella cerimonia è stata abolita nel 2004 e sostituita nel 2015 da una piattaforma digitale.
L’altra abitudine consisteva, appena arrivati in albergo in una città straniera, nel compulsare l’elenco telefonico alla ricerca di cognomi tipicamente ebraici. Ora gli elenchi telefonici non esistono più.
Due comportamenti invece resistono ancora oggi: cercare su YouTube immagini e filmati di ebrei eminenti in tutti i campi, grazie ai doviziosi elenchi presenti sulla piattaforma, oppure stupire amici e conoscenti rivelando che quel determinato personaggio famoso è, inequivocabilmente, ebreo.
Da queste abitudini sono esclusi sia gli israeliani, sia gli ultraortodossi.
Proverò a spiegare il perché di questi atteggiamenti così diversi, perché tutto ciò dice molto sugli ebrei in una chiave poco conosciuta, soprattutto nei tempi attuali, nei quali prevale quel che osserviamo tutti i giorni nei confronti dei discendenti di Abramo, alle prese con tribolazioni che credevano di essersi lasciati definitivamente alle spalle.
Dette così, queste manifestazioni possono apparire come forme di orgoglio identitario, vanità o persino senso di superiorità. Senza dubbio, in alcuni casi, questi sentimenti esistono.
Ma vi è anche qualcosa di più sottile e profondo che riguarda la condizione storica dell’ebreo della diaspora, stabilmente insediato da secoli in Paesi dove resta comunque una minoranza esigua, spesso osservata con sospetto quando non apertamente avversata.
Il fatto è che i discendenti delle generazioni uscite dai ghetti ed emancipate hanno assistito, tra la fine dell’Ottocento e per tutto il Novecento, a un impressionante fiorire di personalità ebraiche eminenti in ogni campo, fino alla sorprendente incidenza di premi Nobel.
Questo ha determinato uno stato d’animo peculiare e, tutto sommato, comprensibile, anche se non sempre razionalmente spiegabile.
Un paio di esempi possono chiarire meglio.
L’ebreo Albert Einstein, laico che non rinnegò mai le proprie origini, rivoluzionò la fisica moderna.
Ma il coevo Max Planck, padre della non meno rivoluzionaria meccanica quantistica, era figlio di un pastore protestante.
Il punto è che, per un ebreo inglese, Einstein è anzitutto un appartenente al proprio popolo — o, se si preferisce, alla propria storia collettiva — ma anche Peter Sellers, inglese come lui, è “first of all” ebreo, sia pure solo a metà.
Lo stesso vale per Dustin Hoffman, grandissimo attore, come del resto i cattolici Al Pacino e Robert De Niro. Tuttavia, per il parigino Nathan Levy o il romano Cesare Della Rocca, Dustin Hoffman è soprattutto un ebreo famoso.
Che cosa significa, in fondo, tutto questo? Significa che, per chi è abituato da secoli a essere considerato diverso, coloro che emergono e si distinguono rappresentano anche un simbolo di riscatto collettivo, soprattutto se riferito a una comunità di circa quindici milioni di persone su una popolazione mondiale di oltre otto miliardi.
È comprensibile? Forse sì.
Non è quindi l’orgoglio tipico per gli eminenti compatrioti, ma il riconoscersi in un tipo di appartenenza del tutto diversa, che, in mancanza di una patria comune, si rivolge all’origine religiosa e culturale, che accomuna i tanti Nathan Levy e Cesare Della Rocca sparsi per il mondo.
Gli israeliani infatti vivono questa dimensione in modo differente, essendo cittadini di uno Stato nato anche come risposta storica alla diaspora e alla persecuzione, forti di un’identità nazionale piena e non più minoritaria, a volte anche arrogante.
Gli ultraortodossi, invece, hanno poco tempo per queste sottigliezze identitarie, immersi quotidianamente nelle Yeshivot, chini ostinatamente sui testi sacri ed esercitando una dialettica quasi ossessiva attorno alla tradizione rabbinica.
Per concludere, forse è proprio questo il punto: per un popolo disperso per secoli tra nazioni altrui, ogni volto celebre, ogni nome illustre, ogni talento universalmente riconosciuto diventa inconsciamente la prova non soltanto di essere sopravvissuti alla storia, ma di avere continuato a parteciparvi da protagonisti.
Ed è forse altrettanto vero che questo particolare stato d’animo, vissuto dall’interno quasi come una forma di reciproco riconoscimento, dall’esterno venga raramente compreso fino in fondo e sia sorgente di sentimenti avversi.
Inserisci la tua mail per non perdere nessuno dei contenuti di InOltre. Ogni volta che pubblicheremo qualcosa sarete i primi a saperlo. Grazie!
*Iscrivendoti alla nostra newsletter accetti la nostra privacy policy

Il Club InOltre nasce per creare una community tra chi InOltre lo scrive, chi lo legge e chi lo sostiene. È il desiderio di creare punti di incontro digitali e, quando possibile, anche fisici – dove scambiarsi idee, discutere, conoscersi da vicino.
Un Club che unisce tutti quelli che contribuiscono alla buona riuscita d’InOltre e al suo successo.
InOltre è completamente gratuito ed è il frutto della competenza e della passione di molte persone che lavorano senza fini di lucro. Se desideri contribuire con un piccolo supporto, puoi farlo effettuando un bonifico come di seguito specificato oppure cliccando sui pulsanti che vedi, scegliendo l’opzione che più preferisci. Le donazioni verranno utilizzate per i costi di mantenimento del sito e per altre attività editoriali.
Grazie per il vostro supporto!
Bonifico bancario intestato a Inoltre Ente del Terzo Settore con Causale: donazione/erogazione liberale a favore di Inoltre ETS.
Codice Iban: IT55A0306909606100000404908



Condividi







Se ti è piaciuto o se non ti è piaciuto questo articolo, scrivilo nei commenti.