Storia, costume e cultura
Lucca e la Lucchesia nell’anima degli scrittori inglesi
Gli scrittori inglesi che vissero a lungo in Toscana e che manifestarono ammirazione o amore per questa regione costituiscono una lunga e variegata scia della quale il recente libro di Paolo Fantozzi, (Anglo-Toscana, Apice libri, 2022) ci permette di assaporare le circostanze e le motivazioni più


Gli scrittori inglesi che vissero a lungo in Toscana e che manifestarono ammirazione o amore per questa regione costituiscono una lunga e variegata scia della quale il recente libro di Paolo Fantozzi, (Anglo-Toscana, Apice libri, 2022) ci permette di assaporare le circostanze e le motivazioni più profonde. Ma perché agli scrittori inglesi piaceva tanto la Toscana? Azzarderemo qui un’ipotesi: per la libera tensione tra natura, arte e civiltà, tra ordine e spontaneità, per i suoi paesaggi sul limitare di borghi antichi, in cui la natura sembra a un tempo libera e controllata con sapienza.
Si tratta a ben vedere di un’ipotesi che prende le mosse dalla concezione che sta a fondamento del gusto inglese per i giardini. Nella cultura britannica infatti il giardino non è mai stato solo uno spazio verde, ma un’estensione del pensiero, un luogo filosofico ed estetico. Il giardino all’inglese, nato nel Settecento in contrapposizione all’ordine geometrico del giardino francese e italiano, affascina per la sua apparente spontaneità, per l’armonia irregolare con la natura e per il suo potere evocativo. A raccontarlo, in modi diversi, sono stati alcuni tra i più importanti autori e teorici inglesi.
Alexander Pope, poeta e giardiniere, già nei primi decenni del XVIII secolo suggeriva di rispettare “il genio del luogo”, ovvero l’anima specifica del paesaggio: “consulta il genio del luogo in ogni cosa”, scriveva, “che ti dirà se le acque devono salire o scendere, se aiutare la collina ambiziosa a toccare il cielo, o se scavare il fondovalle come un teatro circolare.” La natura, insomma, va ascoltata più che modellata.
Horace Walpole, scrittore e intellettuale, celebrava il passaggio dal giardino regolare al paesaggio pittoresco con una frase divenuta celebre: “i grandi principi della bellezza pittoresca non furono inventati dai giardinieri paesaggisti, ma scoperti nei campi e nei boschi.” La natura non si imita con rigore, ma si osserva e si reinventa nel rispetto delle sue curve e asimmetrie.
William Gilpin, teorico del picturesque, insisteva sul potere emotivo degli elementi artificiali come le rovine, che dovevano sembrare naturali: “Una rovina è una cosa sacra. Radicata nella terra, sembra spuntare da essa, come se vi fosse stata piantata.” Il giardino all’inglese è anche un teatro della memoria e della malinconia.
Humphry Repton, tra i più celebri paesaggisti inglesi, sosteneva che “un giardino va considerato come un quadro, e dovrebbe essere composto in modo da produrre un buon effetto dal punto di vista dell’osservatore.” Ma questo effetto non è frutto della simmetria, bensì di un equilibrio più profondo tra natura e arte.
Infine Jane Austen, che nei suoi romanzi associa il gusto per il giardino all’inglese al buon senso e alla raffinatezza. In Mansfield Park leggiamo: “Un viale dritto e regolare è un grande difetto.” La vera eleganza, per Austen, è nella linea curva, nella sorpresa, nella naturalezza controllata.
Ma se il giardino all’inglese nasce come costruzione di una natura che sembri libera, molti scrittori inglesi trovarono quella stessa libertà già incarnata, senza artificio, nel paesaggio toscano. Visitando l’Italia, soprattutto nel Grand Tour, diversi autori riconobbero nelle colline della Toscana non solo un paesaggio bello, ma un ideale.
Eduard Morgan Forster, nel romanzo Room with a View, ambientato tra Firenze e le colline fiorentine, scriveva: “La Toscana è dove si trova la bellezza, l’arte e la verità: una verità non astratta, ma immersa nei colori della terra.” Il paesaggio toscano, come il giardino all’inglese, parla alla coscienza, ma con una sincerità più immediata, meno progettata.
Anche John Ruskin, pur legato alle montagne nordiche, riconobbe alla campagna toscana una grazia unica: “In nessun luogo come qui la mano dell’uomo ha saputo inserirsi con grazia nel disegno della natura, seguendone le curve invece di spezzarle.” L’armonia tra arte e natura, cercata nel giardino inglese, in Toscana si dà naturalmente, da secoli.
David Herbert Lawrence, nel suo Etruscan Places, descrive le campagne della Toscana meridionale come il luogo dove “l’anima sembra poter finalmente respirare”. Il paesaggio non è costruito per produrre effetto, ma custodisce un’antica spiritualità che precede ogni disegno; mentre Ann Radcliffe, pioniera del romanzo gotico, affermava: “Le colline della Toscana non hanno bisogno di ornamento: sono esse stesse un giardino, fatto per l’immaginazione più che per l’occhio.” L’ideale di naturalezza che i paesaggisti inglesi cercavano di imitare nei giardini, si trova già compiuto nella Toscana rurale.
Infine Mary Shelley, in una lettera scritta a Bagni di Lucca, annotava: “Ogni collina sembra una carezza fatta al cielo, ogni cipresso un pensiero slanciato verso l’infinito. Non conosco altro luogo che unisca con tanta grazia l’ordine e la libertà, il coltivato e il selvaggio.” In questo modo, il paesaggio toscano fu visto dagli scrittori inglesi non come un modello da imitare, ma come una rivelazione: là dove il giardino all’inglese è un’opera d’arte che finge la natura, la Toscana è una natura che finge, talvolta, l’arte. Entrambi suscitano lo stesso stupore poetico — ma da strade diverse.
Naturalmente, non si tratta dell’unica ragione. Mary Shelley, per esempio, rimase a lungo in Toscana dopo la morte del marito, innamorandosi della sua lingua, dei suoi costumi e della sua letteratura, orbitando principalmente tra Pisa, Livorno e Firenze e facendo lunghe passeggiate a cavallo tra S. Giuliano e Vicopisano. Nel proporre l’opera di sua moglie a un editore londinese Percy Bysshe Shelley sottolineò che “tutti gli usi, i costumi, tutte le opinioni del tempo vi trovano luogo, tutte le superstizioni, le eresie, le persecuzioni religiose vengono rappresentate, non senza omettere, una volta, le più minute circostanze dei costumi italiani di allora”.
Ma se la vicenda umana e artistica di Percy e Mary Schelley è indubbiamente legata anche alla Lucchesia e alla Versilia, nel corso dell’Ottocento e del Novecento Lucca fu meta privilegiata di molti altri scrittori e artisti inglesi alla ricerca di una Toscana più autentica. Un’altra illustre coppia, quella formata da Elizabeth Barrett Browning e da suo marito Robert, sebbene legata a Firenze, fece tappa anche a Lucca, perché entrambi erano attratti dalla bellezza delle colline.
Tra le città toscane che hanno saputo conquistare il cuore degli scrittori inglesi, Lucca occupa un posto particolare. Lontana dai clamori di Roma e Firenze, ha offerto per secoli un rifugio silenzioso e colto, capace di affascinare chi cercava nella bellezza una misura discreta, armoniosa, più intima. I visitatori britannici trovavano in Lucca una forma di classicità non ostentata, un Medioevo preservato e vivo, un’urbanistica ordinata che sembrava riflettere virtù civiche e morali ormai rare.
Anche la scrittrice e saggista Violet Paget, meglio nota come Vernon Lee, visse a lungo in Toscana e più volte visitò Lucca, città in cui trovava conferma della sua idea di un’Italia dal passato artistico vivo, fatto di forme eleganti e spiritualità antica; mentre Edward Hutton, raffinato interprete del paesaggio italiano, dedicò alla città un intero capitolo nel suo “The Cities of Tuscany”, lodandone il senso dell’equilibrio, la qualità musicale e l’eredità artistica. Ne usciva un ritratto affettuoso di Lucca come città dell’anima, luogo di armonia e memoria.
Eduard Morgan Forster, sebbene non abbia ambientato alcuna opera specifica a Lucca, menzionò la città nei suoi diari e ne parlò con ammirazione, sottolineando come fosse una tappa preziosa per chi desiderava cogliere l’essenza della Toscana senza piegarsi alle rotte turistiche più prevedibili. In quegli stessi anni, molti pittori inglesi arrivavano a Lucca per dipingere le mura, le chiese romaniche, le ville e le campagne circostanti, sedotti dalla luce e dalla compostezza architettonica.
Sia che si tratti di scrittrici innamorate delle colline della Garfagnana e della Val di Lima, come Mrs. Elisabeth Clotilde Stisted, o di raffinati diplomatici come il console britannico Montgomery Carmchael, o della sua amica Maria Louise de la Ramée, meglio nota come Ouida, la varietà dei personaggi di assoluto rilievo umano e letterario che decisero di venire a vivere in Lucchesia negli ultimi secoli è davvero sorprendente.
In effetti però, se molti scrittori e intellettuali inglesi apprezzarono Lucca, decisero poi di stabilirsi a Bagni di Lucca, dove si formò una vera e propria rappresentanza della più colta società inglese. Una predilezione legata probabilmente alle acque termali della cittadina, che erano state passate, nel sedicesimo secolo, anche da Michael de Montaigne e dei cui benefici aveva anche usufruito Paolina Bonaparte, forse la più illustre abitante di questo civilissimo borgo della val di Lima.
Fin dall’epoca rinascimentale Bagni di Lucca era stata infatti meta di molti viaggiatori che vi giungevano da ogni parte d’Europa. Ouida, nata in Inghilterra, da padre francese, il primo gennaio del 1839, nei suoi primi anni in Italia abitò a Scandicci e risiedendo in Toscana pubblicò circa una quarantina di romanzi, tutti testimonianza della vita e delle avventure di una poetessa inglese all’estero. Tra le sue opere bisogna almeno ricordare Il cane delle Fiandre, curioso e attualissimo romanzo il cui protagonista è proprio un cane, il volume apparentemente naturalista In Maremma e Sotto due bandiere, dove si racconta la storia di un diplomatico inglese che scompare dalla sua vita abituale per unirsi alla legione straniera francese in Algeria.
Cresciuta nella Francia repubblicana, ma allineandosi spesso con gli aristocratici, scrisse romanzi in cui l’amore gioca un ruolo di primo piano, con eroine che si comportavano spesso in modo molto libero per quei tempi, e alcuni studiosi ritengono che certi personaggi decadenti dei suoi romanzi possano aver influenzato Il ritratto di Dorian Gray di Oscar Wilde.
A Lucca, Ouida rimase particolarmente colpita dal monumento funebre di Ilaria del Carretto, di cui lasciò un’accurata e delicata descrizione. Tra lei e la Lucchesia ci fu una relazione simile a quella che molti altri scrittori inglesi ebbero con Firenze. Se per esempio Walter Savage Landor, un poeta ribelle molto apprezzato da Ezra Pound, dopo il suo primo soggiorno a Firenze nel 1821 non riuscì mai ad allontanarsene troppo, qualcosa di simile accade a Ouida, visto che trascorse un lungo periodo della sua vita, oltre che a Bagni di Lucca, secondo alcuni anche in una villa a S. Alessio, e che mori a Viareggio. Fu sepolta poi nel cimitero inglese di Bagni di Lucca, dove, per suo espresso desiderio, le sue spoglie sono conservate in un monumento funebre ispirato a quello di Ilaria del Carretto
Un’altra figura interessante di quell’epoca fu poi Margaret Fuller, inviata dal New York Daily Tribune in Europa a intervistare personalità di spicco della cultura e amica di Giuseppe Mazzini, che la descrive come una donna entusiasta “per ogni cosa bella, grande e santa”, dirà di essere stata accolta dall’Italia “as a long lost child,”, come una figlia da tempo perduta.
Nel Novecento, una figura significativa fu quella di Ian Gordon Greenlees. Nato il 10 luglio 1913 da una famiglia benestante in Scozia, durante gli anni della sua educazione rigorosamente cattolica presso l’Ampleforth College, studiò la lingua italiana. Nel 1938 fu nominato rappresentante del British Council e si trasferì a Roma. In Italia Greenlees ebbe modo di conoscere illustri personaggi fra cui Benedetto Croce, Giorgio Morandi, Alberto Moravia, Elsa Morante, Curzio Malaparte e tantissimi altri rappresentanti della cultura italiana. Nel 1958 fu nominato direttore del British Institute of Florence e in tale veste promosse una riforma della scuola, una ristrutturazione mirata della biblioteca e numerose iniziative culturali fino al 1981, anno del pensionamento e del suo definitivo trasferimento a Bagni di Lucca, terra che egli definì il suo “posto preferito in Italia”. Qui visse fino al 22 luglio del 1988 quando, all’età di 75 anni, morì al Bagno alla Villa e fu sepolto nel cimitero di via Corsena.
E poi c’è Ruskin, che fu probabilmente il più grande storico dell’arte del XIX secolo, ma anche un pittore (la fondazione Ragghianti gli dedico una bella mostra nel 1993), uno scrittore e un pensatore che fu fonte d’ispirazione, tra molti altri, anche per Tolstoj e Gandhi. Giunto in Italia nel 1840 visitò Genova, Lucca Pisa e Firenze, che in un primo momento non gli piacque, ma che poi immortalò in Mattinate fiorentine (Mornings in Florence). Nemmeno di Lucca ebbe all’inizio una buona impressione, ma poi rivide radicalmente il suo giudizio: “tutto ciò che resta in piedi, a Lucca, – scrisse – ha un sapore genuino; è ormai diruto, è vero, ma si può ripercorrere la storia, e non c’è rudere che non tocchi l’anima”.
John Ruskin giunse a Lucca nel 1845 e, dopo quella prima impressione non favorevole visitò con attenzione la chiesa di San Michele in Foro, di cui lodò la facciata, letta come un esempio straordinario della fantasia e della verità dell’arte medievale. Trovò nel Duomo di San Martino una purezza formale che gli sembrava parlare di una spiritualità perduta e dipinse molte chiese e piazze della città, tra le quali sembrava preferire, almeno a giudicare dai tanti schizzi e dipinti che le ha dedicato, piazza S. Maria bianca, nota anche come piazza della colonna mozza. In S. Martino, di fronte al Monumento funebre di Ilaria Del Carretto di Jacopo della Quercia, appuntò questo commento: “i suoi capelli, raccolti in ricche trecce, incorniciano la fronte pura ed incantevole; i suoi dolci occhi, dai sopraccigli arcuati, son chiusi; l’assenza del dolce sorriso su quelle labbra graziose mostra che il soffio della vita è cessato, e tuttavia non è né morte né sonno, ma un puro casto ricordo”.
Francesca Alexander – una scrittrice sua amica e da lui molto apprezzata anche come pittrice, tanto che Ruskin scrisse anche delle prefazioni ad alcuni suoi libri – lo informerà poi che il luogo natale di Santa Zita, sulla quale l’illustre amico stava da tempo cercando documenti e informazioni, si trovava a Monsagrati, sulle colline tra Lucca e Camaiore, e anche questo particolare mostra come molti dei visitatori inglesi della Toscana conducessero “un’analisi attenta dei luoghi e delle persone” e quanto fossero interessati a vedere i paesaggi dove avevano vissuto.
Per questa sua amica pittrice e scrittrice Ruskin ebbe parole di grande stima e di profonda ammirazione. La conobbe nel 1882, quando lui aveva già settant’anni e lei poco più di quaranta, rimanendo colpito dal suo talento artistico e dalla sua spiritualità. Scrisse di lei in termini entusiastici, lodandone la semplicità, la grazia e la capacità di cogliere l’anima delle persone umili.
Uno dei testi principali in cui Ruskin parlò di Francesca Alexander è l’introduzione al libro The Story of Ida, pubblicato nel 1883, che racconta la vita di una giovane donna fiorentina morta di tubercolosi. Ruskin curò e tradusse l’opera di Francesca (ma il suo vero nome era Esther Frances, e fu proprio Ruskin a suggerirle di adottare “Francesca” come nome d’arte), definendo la protagonista Ida come “una delle anime più pure” che avesse mai conosciuto, ma estendendo la sua lode anche all’autrice. Disse che Francesca Alexander possedeva un’anima “simile a quella di una santa”, e che la sua arte, tanto nei disegni quanto nelle parole, era ispirata da una religione del cuore che non aveva nulla di convenzionale o di bigotto.
In diverse lettere e annotazioni Ruskin affermò che le illustrazioni di Francesca erano tra le più belle mai viste e che la sua capacità di trasmettere la bontà dei contadini toscani e delle figure popolari era senza pari. In un passaggio particolarmente significativo scrisse: “Non ho mai conosciuto una persona che più completamente vivesse in carità e luce, come un raggio d’oro nella nebbia del mondo moderno”. Il loro rapporto fu per Ruskin una delle ultime consolazioni della vecchiaia. Scrisse a un amico che Francesca Alexander gli aveva ridato la fede nell’anima umana, e con lei condivise l’amore per Lucca. Più che in molte altre città italiane, a Lucca Ruskin intravide infatti quella che chiamava “la moralità dell’architettura”: una bellezza non fine a sé stessa, ma espressione di un ordine etico e civile. In una lettera scrisse che Lucca è “una delle città più deliziose e gentili” che avesse mai visitato e lodò il fatto che tutto in essa fosse “tranquillo, ordinato, e insieme pieno di antiche verità architettoniche”. Per lui, in un tempo in cui l’Italia si stava già trasformando, Lucca rappresentava una rara sopravvivenza dell’anima medievale: misurata, simbolica, spirituale. E fu forse proprio questa coerenza silenziosa tra forma e spirito a renderla, ai suoi occhi, indimenticabile.
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Per fortuna almeno in Lucchesia non ci sono, ma c’è ne sono molti nel pisano…?
Chissà cosa penserebbero i signori del Gran Tour se vedessero ora le foreste di impianti eolici e le praterie di pannelli solari…