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L’unico modo di affrontare il Male è quello di prenderlo sul serio

Il dibattito delle idee

L’unico modo di affrontare il Male è quello di prenderlo sul serio

Viviamo in tempo in cui il male sembra riaffiorare con tutta la sua evidenza, spogliato di ogni maschera. Non più nascosto nelle pieghe della storia o sepolto sotto le ideologie del progresso, ma visibile, diretto, quasi quotidiano. Le guerre in corso, i massacri, le disuguaglianze crescenti,

Alfonso Lanzieri22/07/2025Aggiornato 22/07/20258 min lettura1.552 parole
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Viviamo in tempo in cui il male sembra riaffiorare con tutta la sua evidenza, spogliato di ogni maschera. Non più nascosto nelle pieghe della storia o sepolto sotto le ideologie del progresso, ma visibile, diretto, quasi quotidiano. Le guerre in corso, i massacri, le disuguaglianze crescenti, la distruzione del pianeta, la violenza esercitata anche con strumenti tecnologici: tutto ci costringe a riaprire una domanda antica e sempre attuale.

Perché il male continua ad accadere? Da dove nasce? È una parte ineliminabile della natura umana, o è qualcosa che si potrebbe evitare? Possiamo comprenderlo senza giustificarlo? Nell’universo mediatico molti filosofi e scrittori fanno irruzione per spiegare la geopolitica. È lecito, certo, ma probabilmente sarebbe anche il caso di porre nuovamente l’interrogativo sul mistero dell’iniquità che abita la storia. Dovunque ci voltiamo, vediamo diavoli all’opera che fanno del mondo un gigantesco mattatoio. Bisogna farlo, ogni volta da capo, perché l’unico modo per porre un argine al male è farlo passare dalla mediazione intellettuale anziché lasciarlo alle sole pulsioni irrazionali.

Pensare il male, oggi, è dunque un piccolo atto di resistenza (quella vera, non quella dei partigiani col libro in uscita e l’ospitata televisiva garantita), uno strumento per orientarsi in un mondo dove le categorie morali sembrano smarrite o piegate alla sola logica della forza. Va pure aggiunto che oggi il male si presenta in una duplice forma.

Convivono infatti — e spesso s’intrecciano — due volti distinti ma complementari: da un lato il male classicamente brutale, riconoscibile, che pensavamo fosse superato o quantomeno ridotto, e che invece è tornato a scatenarsi nelle guerre, nei regimi dittatoriali, nelle torture, nei bombardamenti sui civili; dall’altro, un male più moderno, opaco, diffuso, sistemico, che si nasconde nelle strutture anonime del potere, negli algoritmi, nell’indifferenza burocratica, in sistemi democratici svuotati dall’interno, nell’influenza di poche ricchissime eminenze grigie in grado di condizionare le politiche di un’intera nazione.

Uno dei tratti caratteristici del nostro tempo (non so dire se del tutto originale o meno) consiste nella compresenza attiva di entrambe le forme e nella loro capacità di alimentarsi a vicenda. Il male spettacolare — quello visibile, cruento, splatter — si appoggia spesso su meccanismi silenziosi e legittimanti: propagande digitali, complicità istituzionali, normalizzazione mediatica. Allo stesso modo, il male sistemico ha bisogno di momenti traumatici, di eventi-simbolo che ne rafforzino il dominio o distolgano l’attenzione dal sistema. Si osserva così una sorta di alleanza perversa tra il male che colpisce e quello che organizza, tra quello che traumatizza e quello che amministra.

Questo doppio volto rende oggi il male difficile da contrastare. La sua azione opera su più livelli: emotivo, mediatico, strutturale, culturale. Il primo passo, allora, è riconoscerlo nella sua complessità, senza semplificazioni. Solo così possiamo evitare di abituarci. E trovare ancora, nel pensiero e nella coscienza, la forza per opporci.

La filosofia occidentale ha cercato di pensare il male seguendo linee diverse, spesso divergenti: il male come assenza di bene, come necessità dell’ordine cosmico, come scelta libera e radicale. Ognuna di queste visioni ha cercato di dare un volto, una struttura, un senso a ciò che per definizione sfugge.

Secondo una tradizione che risale a Platone e arriva ad Agostino e Tommaso d’Aquino, il male non ha sostanza propria: è privazione del bene, difetto dell’essere. In questa visione il male è una sorta di buco ontologico, un’assenza piuttosto che una presenza, come l’ombra rispetto alla luce. Dio, essendo sommo bene, non può aver creato il male; esso deriva dalla libertà umana, che può orientarsi verso ciò che è inferiore. Questa prospettiva porta con sé una visione ottimistica dell’essere: il mondo è buono, anche se l’uomo può rovinarlo.

Ma di fronte agli orrori del Novecento – Auschwitz, Hiroshima, i gulag, i genocidi, le camere di tortura istituzionalizzate – questa visione è sembrata troppo friabile. Si è cominciato a sentire che il male non è solo una mancanza: è qualcosa che accade, che si organizza, che si struttura, che prende l’iniziativa, che sale in cattedra.

Da qui possiamo volgerci verso una seconda interpretazione: il male come elemento necessario o strutturale dell’universo. Secondo Leibniz, viviamo nel migliore dei mondi possibili, e ciò che chiamiamo male ha comunque una funzione in un equilibrio più grande. Una posizione più profonda di quanto possa sembrare, che però ha suscitato forti obiezioni: se davvero ogni male è funzionale a un bene superiore, allora rischiamo di accettarlo, persino giustificarlo.

Per Spinoza, invece – sostanzialmente contemporaneo di Leibniz – il male non è un elemento oggettivo del mondo, ma emerge dalla nostra prospettiva sul mondo. Chiamiamo male qualcosa perché non riusciamo a liberarci dalla visione antropocentrica, che crede ingenuamente che la natura sia finalizzata al benessere dell’uomo. Solo abbracciando il punto di vista dell’assoluto – sub specie aeternitatis – possiamo riconoscere che tutto ciò che esiste ha la sua necessità e coerenza nella logica necessaria che regola la Natura.

Ma la modernità ha portato alla luce un’altra comprensione del male, come fenomeno sistemico: non riducibile alle intenzioni malvagie di singoli individui, ma prodotto da meccanismi collettivi, istituzioni, automatismi. Come sappiamo, Hannah Arendt ha parlato, a proposito del gerarca nazista Adolf Eichmann, di banalità del male: non un mostro, ma un uomo mediocre, incapace di pensare, che ha obbedito agli ordini contribuendo allo sterminio. Il male, in questa chiave, può nascere dall’assenza di pensiero, dalla passività, dalla normalità.

Una terza visione insiste invece sul male come possibilità radicale della libertà umana. Per Kant, ogni essere umano può scegliere consapevolmente di rovesciare l’ordine morale, anteponendo l’interesse personale al dovere universale: questa è la radice del “male radicale”. Similmente, filosofi contemporanei come Ricoeur e Levinas pongono al centro l’alterità dell’altro e il fallimento etico come radice del male: dove l’altro viene rifiutato, negato, disumanizzato, lì si produce l’azione malvagia.

In questo contesto si inserisce, in modo originale e profondo, il pensiero di Luigi Pareyson, uno dei massimi filosofi italiani del Novecento, il cui lascito può continuare a illuminarci. La sua visione si distacca nettamente da quelle appena descritte: per Pareyson, il male non è solo privazione, né semplice errore, né tantomeno un elemento giustificabile dell’ordine del mondo. Il male è qualcosa di più profondo: un enigma drammatico e reale, inscritto nel cuore dell’essere stesso. Il suo approccio non è giustificativo ma tragico: il male non si “spiega”, si vive, si attraversa. È qualcosa che ci tocca, ci sfida, ci chiama a rispondere.

Secondo Pareyson, l’essere stesso non è puro e ordinato, ma drammatico e contrastato: al suo interno coesistono tensione, conflitto, possibilità contrapposte. Il male non è un accidente, ma una possibilità costitutiva della libertà. Esiste persino – scrive Pareyson – una “possibilità sopita del male in Dio”, non attualizzata, ma risvegliabile dalla libertà umana. L’uomo è “risvegliatore del male”, colui che – con un atto libero – può renderlo reale. La libertà, dunque, non è garanzia di bene: è possibilità autentica, che comprende anche l’orrore. In questo senso, il male non è un difetto da correggere ma una possibilità originaria da combattere.

Pareyson si ispira profondamente alla letteratura tragica – in particolare Dostoevskij – e alla teologia cristiana. Ma il suo cristianesimo è lontano da ogni ottimismo a buon mercato. Per lui, la croce è il luogo in cui Dio stesso subisce e assume il male, senza giustificarlo. Dio non lo elimina, non lo spiega: lo attraversa.

È un Dio sofferente, che partecipa del dolore del mondo, che non difende la propria onnipotenza ma la sacrifica nell’amore. Il male ha richiesto la morte di un Dio, perché è cosa serissima (l’educazione affettiva è un pannicello caldo): “il male, il peccato, la colpa – scrive Pareyson – non sono l’incapacità umana di persistere e perseverare nel bene, ma sono l’instaurazione positiva di una realtà negativa, cioè il frutto di una volontà diabolica intelligente e consapevole di sé stessa, e la decisione di una libertà illimitata desiderosa di affermazione al di là di ogni legge e di ogni norma. Il male è prodotto dalla volontà e dalla libertà dell’uomo”. È questa abissale pesantezza del male, dispiegantesi in una vicenda “cosmoteandrica”, che può interessare anche chi è lontano dai sentieri battuti dal filosofo italiano.

Il pensiero di Pareyson non ci invita a cercare consolazioni. Il male non si dissolve con il progresso, né si neutralizza con spiegazioni metafisiche. L’unico modo di affrontarlo è quello di prenderlo sul serio, di riconoscerlo come parte della condizione umana, di rispondere con responsabilità e libertà. Pensare il male, in questa linea, significa stare nel problema anziché spiegarlo, e riconoscere l’inaudita posta in gioco della libertà. Sì, perché il male – scrive ancora il filosofo italiano – “prima nega tutto ciò che giunge a distruggere, e poi distrugge sé stesso. Il destino del male è l’autodistruzione e la morte”. Il male divora sé stesso: se siamo malvagi, ogni trionfo è passeggero, e prima o poi finiamo con l’annientarci.


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Un pensiero su “L’unico modo di affrontare il Male è quello di prenderlo sul serio

  1. claus skord dice:

    A questo articolato sunto dei vari approcci al male, aggiungo un altro fattore mai considerato. La selezione naturale ha fatto sì che la nostra specie sia composta in stragrande maggioranza di umani nati con un cervello con logica mentale conservatrice e solo una minoranza con logica mentale progressista. I conservatori hanno tra i loro comportamenti , quelli che vediamo normalmente tra la gente e tra questi , una grande influenza della emotività e della violenza, dell’egoismo tribale e del bisogno di controllo e di rassicurazione, che portano questi soggetti ad abbracciare sempre una qualche ideologia che li aiuti a interpretare il mondo intorno a loro.

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