Il dibattito delle idee
L’utopia totalitaria è come il bacillo della peste di Camus: non scompare mai
Nonostante abbiano grondato sangue sacrificando milioni di esseri umani sull’altare delle più bieche ideologie, le utopie, rimpolpate da rinnovati miti, non hanno mai cessato di incarnare desideri di vita plasmati all’interno di modelli politici alternativi a quelli generatisi nella realtà prosaica del mondo liberaldemocratico; il quale



Nonostante abbiano grondato sangue sacrificando milioni di esseri umani sull’altare delle più bieche ideologie, le utopie, rimpolpate da rinnovati miti, non hanno mai cessato di incarnare desideri di vita plasmati all’interno di modelli politici alternativi a quelli generatisi nella realtà prosaica del mondo liberaldemocratico; il quale essendo un mondo terreno è ancora, e sempre sarà, limitato dai suoi errori e dai suoi peccati.
La rivolta contro la civiltà guidata da intellettuali perfezionisti e opportunisti senza scrupoli continua a rappresentare quella profonda insoddisfazione verso un mondo che non rispecchia completamente gli ideali morali e i sogni di perfezione, e l’atavica, malcelata, aspirazione a orientarsi verso una dimensione autoritaria, quando non totalitaria. Dominio dei corpi la prima, dominio dell’anima l’altra.
La più famosa opera politica di Popper, La società aperta e i suoi nemici, ultimata nel 1943 e pubblicata a Londra da Routledge nel 1945, incontrò non poche difficoltà nell’uscita editoriale soprattutto a causa del fatto che il libro parlava in tono polemico, quasi irrispettoso, di Platone, demoliva la teoria di Marx privandola di ogni pretesa di scientificità, e accusava Hegel di irresponsabilità intellettuale e morale. Per non parlare dell’ostracismo che, per gli stessi motivi, il testo incontrò in Italia, dove la pubblicazione avvenne solo nel 1976, a cura di Armando Editore.
In particolare su Platone, Popper sostiene che fu proprio lui il primo “ingegnere” della storia a concepire un modello utopistico la cui ultima manifestazione può essere ricondotta al comunismo generatore di una nuova organizzazione sociale e persino di un “uomo nuovo”. Beninteso, Popper aveva una grande considerazione di Platone, gli rimproverava, però, di aver commesso un grave errore: aver teorizzato i principi della società chiusa. Egli scrive:
“Platone fu costretto a combattere il libero pensiero e il perseguimento della verità; fu indotto a difendere la menzogna, i miracoli politici, la superstizione dei tabù, la soppressione della verità e, alla fine, la violenza brutale. Nonostante l’avvertimento di Socrate a guardarsi dalla misantropia e dalla misologia, fu indotto ad avere sfiducia nell’uomo e a temere l’argomentazione razionale. Nonostante il proprio odio della tirannide, fu spinto a vedere nel tiranno un possibile aiuto e a difendere le più tiranniche misure“.
Popper continua affermando che, nonostante la bontà dell’analisi sociologica, “lo sviluppo stesso di Platone dimostra che la terapia che raccomandava è peggiore del male (…) Noi non possiamo mai più tornare alla presunta ingenuità e bellezza della società chiusa. Il nostro sogno del cielo non può essere realizzato sulla terra”.
Tutta la teoria politica dell’Occidente (prosegue Popper) è stata contaminata dall’idea che la risposta dirimente fosse quella alla domanda: “Chi deve comandare”? Platone rispose che a comandare doveva essere il Re-Filosofo, l’unico capace di decidere per tutti gli altri ciò che è bene e ciò che è male.
Nel corso del tempo le risposte date alla “fatale” domanda sono state parecchie: devono comandare i religiosi, i militari, le élites, i tecnici, il re per grazia divina. Nel corso del Novecento si è giunti a teorizzare il comando da parte di questa o quella razza, e di qualche classe sociale in particolare. Gli esiti li conosciamo.
Ancora oggi, seppur nell’ambito di sistemi democratici e delle forze politiche in campo, il dibattito politico è imperniato su chi vincerà le prossime elezioni. E, se lontane, sulla consistenza del consenso dei partiti misurato dai sondaggi di opinione. Alla lunga tutto ciò può risultare fuorviante.
La lezione di Popper continua a essere inascoltata. Il quesito da porsi non è chi deve detenere il potere, ma come controllare chi il potere lo detiene, a prescindere dal colore politico e da ogni presunta predestinazione alla sovranità sugli altri. Egli si chiede, infatti:
Come possiamo organizzare le istituzioni politiche in modo da impedire che i governanti cattivi o incompetenti facciano troppo danno?
La domanda non è per nulla peregrina. Se prendiamo il caso italiano, dopo i drammatici eventi legati agli estremismi politici della prima Repubblica, e la liquefazione dei partiti tradizionali con il dirompente esordio di quello che poi è stato il ventennio berlusconiano, il Paese è ancora in piedi, probabilmente, grazie alle solide basi costituzionali sulle quali poggiano le istituzioni della Repubblica.
Se poi vogliamo dirla tutta, vista l’endemica propensione all’indebitamento della classe politica italiana, a tenerci a galla hanno contribuito anche i due famigerati vincoli esterni: quello dell’Unione europea e quello imposto dai luciferini mercati finanziari. Qualcosa di simile si verificherà, probabilmente, negli Stati Uniti, con Trump costretto all’angolo dall’impeachment o, prima ancora, dal mercato dei T-Bond, visto il consistente aumento dei loro rendimenti. Ma questa è un’altra storia.
E’ questa, dunque, la principale questione che le società aperte si trovano a fronteggiare. Non chi deve governare, ma come controllare chi governa, poiché è noto che il potere tende a corrompere chiunque, e il potere assoluto corrompe assolutamente. Per questo il prezzo che c’è da pagare per conservare la libertà è la continua sorveglianza, soprattutto in un periodo nel quale gli autoritarismi del mondo, emersi anche per via dell’ingresso di sistemi non democratici nell’economia globalizzata, alzano la voce e si candidano alla pari come modelli sociali e politici alternativi.
In altri termini il rimedio più efficace contro il rischio delle derive assolutiste, che vede gli elettori disposti a consegnarsi armi e bagagli nelle mani dell’”uomo della provvidenza”, è quello offerto dal sistema di garanzie costituzionali. A questo devono ambire gli uomini immuni dal virus della perfezione. La loro deve essere la consapevolezza della fallibilità umana e l’impegno a procedere, per mezzo della “corda aurea” della ragione, che “mite e non violenta qual è” (Platone) stempera gli eccessi evitando che le persone assomiglino a delle marionette mosse dalle peggiori cordicelle emotive, per tentativi ed errori verso una dimensione di sicurezza e libertà.
Albert Camus ha saputo cogliere senza indugio la differenza tra il bene e il male, nonostante la sua umana indulgenza per gli errori dovuti alla dimensione terrena della fallibilità. L’uso che ha fatto di un’epidemia biologica per descrivere la problematicità del contagio morale (a tal proposito Bonhoeffer, in Resistenza e resa, parla di “stupidità e potere”), ha costituito la chiave del successo del suo romanzo La peste, pubblicato nel 1947.
Il romanzo, che ancora oggi è lo specchio nel quale populisti proteiformi e intellettuali relativisti dovrebbero scorgere il loro turpe profilo di becchini della libertà, si chiude con una frase che è un ammonimento contro il rischio di ripiombare, dall’alto del nostro disimpegno, nelle tenebre:
il bacillo della peste non muore né scompare mai, (…) può restare per decenni addormentato nei mobili e nella biancheria, (…) aspetta pazientemente nelle camere da letto, nelle cantine, nelle valigie, nei fazzoletti, e nelle carte, e forse sarebbe venuto il giorno in cui, per disgrazia e per monito agli uomini, la peste avrebbe svegliato i suoi topi e li avrebbe mandati a morire in una città felice
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