Società moderna
Ma allora a che cosa serve la cultura?
La parola “cultura” si presta come poche altre a dichiarazioni roboanti: la cultura è la misura della civiltà di una società, la cultura è consapevolezza, la cultura rappresenta l’identità del nostro Paese. Con questi principi non si può che essere d’accordo, ma dove le opinioni divergono


La parola “cultura” si presta come poche altre a dichiarazioni roboanti: la cultura è la misura della civiltà di una società, la cultura è consapevolezza, la cultura rappresenta l’identità del nostro Paese. Con questi principi non si può che essere d’accordo, ma dove le opinioni divergono è su quale sia la politica pubblica più efficace e rispondente allo spirito dell’articolo 9 della nostra Costituzione.
Tutela e valorizzazione del patrimonio culturale e paesaggistico sono fondamentali e necessarie in Italia, oltre a costituire un volano per l’economia del turismo. Quanto e come, in questo percorso, debbano entrare i privati o il terzo settore — come nel caso del FAI, che gestisce oltre 70 luoghi storici o naturalistici altrimenti destinati all’abbandono, rendendoli fruibili alla collettività, alcuni dei quali per concessione dello Stato — o quanto, in ossequio alla valorizzazione, sia lecito autorizzare altri soggetti ad azioni di promozione che possono facilmente scivolare nella svendita dell’identità del bene stesso, sono temi attuali e molto dibattuti.
Il dibattito è stato accesissimo in passato, fino ad arrivare al paradosso di aver rifiutato a Diego Della Valle un serio riconoscimento per la sua straordinaria donazione destinata al restauro del Colosseo, scoraggiando così molti mecenati, spesso percepiti dagli uffici pubblici quasi come un’incombenza. In tempi più recenti, per fortuna, si è visto un rapporto diverso tra Stato e privati, favorito anche dall’introduzione dell’Art Bonus. Le donazioni destinate al patrimonio storico e artistico sono aumentate, e quindi anche le risorse complessive.
Purtroppo, però, sempre più spesso si assiste a paradossi legati all’ormai diffusa convinzione che la cultura debba necessariamente produrre reddito. Per favorire sponsor o sostenitori vengono autorizzate — e in molti casi le soprintendenze non riescono a intervenire — azioni prive dell’attenzione necessaria quando si tratta di beni culturali particolarmente significativi.
Ecco quindi palchi immensi per concerti che oscurano o addirittura mettono in pericolo monumenti importanti delle città d’arte, beni di consumo promossi nei musei davanti a opere sommi, drappi e impalcature pubblicitarie che nascondono secoli di storia.
Esiste poi l’ampio spettro delle attività culturali. Quale deve essere il criterio di distribuzione delle risorse pubbliche? La qualità o i numeri devono decidere se un’istituzione sia da finanziare? E le decine di nuovi soggetti che entrano ogni anno nel grande bacino dei fondi pubblici sono tutti meritevoli di ricevere sostegno?
Sempre di più si ha l’impressione che, in questo ambito — dove evidentemente la discrezionalità dell’azione pubblica gioca un ruolo molto maggiore che nel caso della tutela di un bene monumentale — la spesa culturale non favorisca nobili obiettivi di crescita culturale di una comunità, ma piuttosto clientele.
Soprattutto a livello locale, più che di politica culturale, lo scopo appare quello di tenere in vita una moltitudine di soggetti utili al proprio consenso in vista della prossima tornata elettorale.
Certamente una società colta è una società più consapevole, capace di affrontare le sfide dei tempi terribili che viviamo con spirito critico e di non farsi travolgere dall’ondata acritica del web.
Sempre di più, quindi, le politiche culturali dovrebbero ritrovare la loro finalità più alta: contribuire davvero — e soprattutto strategicamente — alla crescita civile del Paese. Un cambio di passo necessario, soprattutto di fronte alla crisi della scuola, che dovrebbe tradursi innanzitutto in un aumento della spesa pubblica dedicata alla cultura, tuttora in Italia tra le più basse d’Europa.
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