USA
Ma la Civil War americana sarà diversa da come ce la immaginiamo
I tumulti politici e mediatici che si sono susseguiti dal giorno 1 dell’insediamento di Donald Trump hanno ormai assuefatto l’opinione pubblica, specialmente quella al di fuori degli USA. Questo continuo stato di instabilità non deve però indurre a credere che gli scontri di Los Angeles siano



I tumulti politici e mediatici che si sono susseguiti dal giorno 1 dell’insediamento di Donald Trump hanno ormai assuefatto l’opinione pubblica, specialmente quella al di fuori degli USA. Questo continuo stato di instabilità non deve però indurre a credere che gli scontri di Los Angeles siano solo altri episodi di una presidenza turbolenta. Non sono nemmeno da confondere con i moti successivi alla morte di George Floyd che, nella loro violenza, erano comunque stati un fenomeno superficiale, all’apice di un momento già critico (era l’estate dopo la prima ondata di COVID), e che aveva interessato sono alcuni segmenti della popolazione.
Oggi, invece, assistiamo ad un evento che può lasciare ferite profonde, e ad uno scontro istituzionale tra la Casa Bianca ed il governatore di uno stato (la California) che non ha eguali nella storia recente. Siamo davvero alla vigilia di una guerra civile? E’ davvero possibile che la situazione scivoli di mano ed una sorta di guerra interna di cui tanto si è parlato si scateni dentro la federazione americana?
Personalmente, pur avendo trovato gli spunti del film Civil War estremamente evocativi, ho sempre trovato irrealistica l’eventualità di una guerra civile 2.0 per alcuni motivi molto precisi.
Il film di Alex Garland, innanzitutto, racconta di una contrapposizione netta tra stati, riallacciandosi alla vera guerra civile tra i nordisti ed i sudisti, dove interi gruppi di stati si scontravano con altri. Un’eventualità realistica se pensiamo alla mappa elettorale, con stati blu sulle coste e stati rossi interni. Ma la divisione reale non è così netta. Se si osserva la distribuzione dei voti per contea si scopre che lo stato democratico di New York deve il suo colore a quella perla blu intenso in corrispondenza di New York City, appena fuori, un territorio vastissimo a maggioranza repubblicana.
Secondariamente, ho sempre trovato eccessiva l’insistenza sul concetto della “lacerazione” della società americana. La società americana è diversa e diseguale per definizione. Comprende una tale enorme varietà di territori ed etnie da rendere impossibile l’uniformità così come noi la intendiamo. Dal punto di vista ideologico, pur attraversando un momento di forte tensione, gli Stati Uniti restano comunque meno lacerati dell’Italia, dove, oggettivamente, non esiste una vera e propria festa civile nazionale pienamente riconosciuta da tutte parti politiche.
La divisione politica iniziata negli anni ’70 ed esasperata nel periodo Berlusconiano continua in modo così profondo da rendere “di destra” o “di sinistra” temi banali come il fumo all’aperto o il presidio delle stazioni.
Quello a cui si sta assistendo a Los Angeles, quindi, non è una Civil War orizzontale, ma verticale. Non tra i cittadini, ma tra lo stato centrale e la popolazione. Il dispiegamento delle forze speciali e dei Marines, la minaccia di Trump di arrestare il governatore Newsom, non incarnano affatto l’idea degli stati rossi e blu in lotta tra loro, peggio: incarnano l’intimo terrore degli americani di essere sottomessi dallo stato centrale.
Osservando le immagini delle proteste, e dei raid anti-immigrazione che li hanno causati, Il paragone più calzante, con tutte le differenze, è quello con la storia di Waco. All’inizio degli anni ‘90, A Waco, una sperduta località del Texas, un’organizzazione semi- religiosa formò una comunità dove presto vennero rilevati casi di pedofilia e poligamia. Quando la polizia intervenne per sgomberare lo stabile che la comunità abitava, i residenti, che avevano accumulato nei sotterranei un vero e proprio arsenale, diedero il via ad una resistenza armata che si tradusse in un assedio di 51 giorni, e che vide intere squadre di agenti federali, con tanto di carrarmati Abrams, impegnate in una vera e propria guerra. Questa vicenda, che finì in un incendio dove morirono 76 persone, è rimasta in un certo immaginario collettivo il simbolo del sopruso dello Stato contro i propri cittadini.
Trump aveva iniziato la propria campagna elettorale del 2024 proprio a Waco, dicendo al pubblico: “sarò la vostra vendetta”, e promettendo alla popolazione che mai lo stato centrale avrebbe più abusato della libertà individuale dei cittadini. Ora lo stesso Trump utilizza i corpi federali non solo contro la popolazione, ma come minaccia contro gli apparati stessi dello Stato della California.
Nonostante il pretesto della lotta all’immigrazione condiviso dalla sua base elettorale, Trump gioca con il fuoco proprio perché le sue azioni stanno andando contro uno dei pilastri della narrazione della destra, nemica del controllo centralistico dello Stato. La cosa si acuisce se si tiene presente che la presenza di immigrati di vario livello in California, così come negli altri stati più ricchi, è talmente vasta da essere totalmente intrecciata con la popolazione, parte integrante del tessuto etnico, culturale ed economico. Non è affatto detto che i suoi tanti elettori, californiani e non, glielo perdoneranno.
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Sabato, a Washington, è programmata una parata militare in grande stile per il 250° dell’Esercito Americano (e, coincidentalmente, il compleanno di Trump). Saranno presenti carri armati e armamento pesante. Mi auguro non succeda nulla di irreparabile.