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Macron sulle truppe a Kiev forse provoca ma riapre il dibattito sulla difesa comune europea

Conflitto russo-ucraino

Macron sulle truppe a Kiev forse provoca ma riapre il dibattito sulla difesa comune europea

Non ho mai avuto una smodata simpatia per Macron, per quella sua aria da primo della classe che gli deriva dall’essere un enfant prodige della politica in un paese che inconsciamente si sente impero. Ma sulle questioni europee ha spesso dimostrato coraggio, acume e buon senso.

Marco Setaccioli29/02/2024Aggiornato 29/02/20244 min lettura781 parole

Non ho mai avuto una smodata simpatia per Macron, per quella sua aria da primo della classe che gli deriva dall’essere un enfant prodige della politica in un paese che inconsciamente si sente impero. Ma sulle questioni europee ha spesso dimostrato coraggio, acume e buon senso. L’idea di truppe occidentali sul suolo ucraino, lanciata nel contesto di una conferenza di Parigi che suona oggettivamente come una sgrammaticatura nelle relazioni soprattutto con l’Italia, presidente di turno del G7, la cui iniziativa a Kyiv in occasione del secondo anniversario dell’invasione, è stata dal presidente francese prima snobbata e poi contrastata in visibilità, potrebbe infatti rappresentare un punto di svolta delle politiche di difesa europee ed internazionali. I soliti noti, come ha scritto ultimamente anche l’amica @a_libutti su InOltre si sono subito affrettati a sottolineare l’avventatezza della proposta (per Marco Travaglio Macron è addirittura un “pazzo”, come non ha potuto fare a meno di dire ieri sera in diretta a Otto e mezzo, in una trasmissione in realtà dedicata alle elezioni in Sardegna) e soprattutto il coro di no che ne è seguito. Senza considerare che l’inquilino dell’Eliseo aveva messo ampiamente in conto la fila di reazioni negative da parte di governi europei che devono fare i conti con le rispettive opinioni pubbliche, sempre più stanche della guerra in corso e con la vicina scadenza delle elezioni per il rinnovo del Parlamento di Strasburgo del 9 giugno. Ma gli obiettivi di Macron erano in realtà altri e sono stati tutti in qualche modo raggiunti. Innanzitutto quello di riaprire stabilmente un dibattito sulla difesa comune europea, in un momento in cui la stessa Presidente uscente della Commissione Europea Ursula Von Der Leyen si è detta intenzionata a nominare un commissario ad hoc in caso di riconferma, anche a seguito di un incontro avuto con il segretario generale della NATO Stoltenberg lo scorso 16 febbraio a margine della Conferenza sulla Sicurezza di Monaco. Una scelta che comporta conseguenze non di poco conto anche sul piano industriale, con un possibile tentativo di ridurre la dipendenza dagli Stati Uniti nell’approvvigionamento di armi e razionalizzare le spese (secondo alcuni calcoli il “frazionamento” comporta maggiori costi per 50-100 miliardi annui). Ma anche porre la questione di riportare in Europa il baricentro di politiche di difesa oggi “pericolosamente” sbilanciate verso Washington, cui soprattutto i baltici e la Polonia sono strettamente legati, in un momento in cui l’eventuale elezione di Donald Trump potrebbe portare ad un disimpegno parziale o totale degli USA dall’Alleanza Atlantica. Non proprio un fulmine a ciel sereno per un paese come la Francia che ha una lunga tradizione di distinguo nei rapporti con gli Stati Uniti, anche sulla stessa NATO, alleanza alla quale Parigi aveva inizialmente aderito “politicamente”, accettando la partecipazione alle strutture militari solo dopo il 2009, pur mantenendo, unico caso nell’UE, un proprio arsenale nucleare. Un paese che da sempre rivendica un maggiore grado di autonomia dell’Europa dagli USA e che ambisce alla guida di un esercito europeo. Ma c’è soprattutto un altro elemento, che molti ritengono rispondere ad una visione distopica dei futuri assetti di sicurezza continentale, ma che a mio avviso è al contrario l’unica espressione di realpolitik tra i capi di stato del continente, e cioè un severo avviso alla Russia sul fatto che l’Europa (o almeno una parte di essa) intende difendere l’Ucraina ad ogni costo. Una sorta di “whatever it takes” in salsa parigina. Un messaggio che a qualcuno potrebbe sembrare folle, ma che in realtà si limita a registrare quanto spesso in questi 24 anni di regno putiniano i paesi occidentali abbiano fatto retrocedere le linee rosse che loro stessi tracciavano, per evitare lo scontro diretto che il loro superamento avrebbe altrimenti causato. E’ successo con la Cecenia, nel 2000, con la Georgia nel 2008, con Crimea e Donbass nel 2014, con la Siria nel 2015 e di nuovo nel 2022 con l’invasione su vasta scala dell’Ucraina (volendo tralasciare i colpi di stato provocati e sostenuti in Africa e il massiccio impegno sul fronte della guerra ibrida, soprattutto in ambito informatico e della disinformazione), ottenendo ogni volta come risultato un nuovo azzardo da parte di Mosca che proprio sulla sonnolenza del pigro e grasso Occidente fa più che mai affidamento. Cedere ai ricatti e alle minacce, continuando a fare passi indietro, di fatto ha solo prodotto, in questo ultimo quarto di secolo, nuove minacce e nuovi passi indietro. E questa, sebbene Macron sia il solo a dirla, è constatazione nota a tutti. Ora, che in vista delle elezioni europee nessun governante intenda confermare la necessità di un maggiore impegno sul terreno ucraino è nella logica natura delle cose. Ma che dal giorno dopo tutti saranno costretti a riconoscere il reale pericolo che la Russia rappresenta, non solo secondo me, è altrettanto inevitabile.

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