USA
Marco Rubio, Steve Witkoff e il ritorno dei neocon
Negli ultimi giorni, gli sviluppi all’interno della squadra di politica estera di Donald Trump evidenziano fratture profonde e una crisi di coesione tra le varie correnti del Partito Repubblicano. La rimozione di Waltz dalla carica di consigliere per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti e la


Negli ultimi giorni, gli sviluppi all’interno della squadra di politica estera di Donald Trump evidenziano fratture profonde e una crisi di coesione tra le varie correnti del Partito Repubblicano. La rimozione di Waltz dalla carica di consigliere per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti e la nomina di Marco Rubio a due posizioni chiave — Segretario di Stato e consigliere per la sicurezza nazionale — rappresentano una concentrazione di potere senza precedenti nelle mani di una figura tra le più interventiste dell’establishment conservatore.
Marco Rubio, da sempre portavoce di una linea dura contro l’Iran, ha recentemente dichiarato senza mezzi termini che Teheran «non ha alcun diritto all’arricchimento dell’uranio». Questa posizione è in netto contrasto con gli sforzi più concilianti del team negoziale di Trump. Witkoff, inviato speciale del presidente, si era infatti presentato al tavolo con Teheran proponendo di limitare l’arricchimento al 3,5%, un livello tradizionalmente accettato nell’ambito dell’accordo JCPOA. Questo disallineamento di posizioni non solo invia segnali contraddittori al regime iraniano, ma rivela anche le spaccature interne alla squadra di Trump.
Nel frattempo, Donald Jr, il figlio di Donald Trump, voce di spicco della corrente «MAGA», ha accusato apertamente i neoconservatori dell’apparato di governo di voler spingere suo padre verso un conflitto militare con l’Iran. Queste dichiarazioni alimentano le speculazioni su pressioni occulte contro la diplomazia della Casa Bianca. Inoltre, riflettono il braccio di ferro interno al Partito Repubblicano: una lotta tra i nazionalisti isolazionisti e i neocon interventisti.
Anche il vice presidente J.D. Vance, uno dei principali sostenitori di Trump, ha criticato il fallimento della squadra presidenziale nel porre fine alla guerra in Ucraina. Questo indebolisce di fatto la posizione dell’ex presidente sul piano internazionale. Le sue parole rispecchiano la frustrazione di una parte della base elettorale di Trump, che chiede un ritorno alle priorità interne e la fine delle avventure militari all’estero.
In definitiva, quanto sta accadendo oggi nel team di politica estera di Trump va ben oltre semplici divergenze tattiche. Queste contraddizioni riflettono una battaglia ideologica che attraversa i repubblicani e che riguarda il futuro del ruolo globale degli Stati Uniti.
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