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Nati da esigenze pratiche. Divenuti immortali (parte prima)

Pompiere accanto a giacche ignifughe: esempio di abbigliamento tecnico nato da esigenze pratiche e diventato simbolico

Stile, moda e costume

Nati da esigenze pratiche. Divenuti immortali (parte prima)

Dall’homo sapiens coperto di pelli animali al contemporary man in sweatshirt, jeans e sneakers, passa l’evoluzione dello stile dell’abbigliamento maschile, che è un mix di necessità, praticità, specializzazione, ma anche esibizione e vanità, cioè moda. Ricapitolarne le costanti trasformazioni richiederebbe un tomo ponderoso, mi limiterò quindi

Pompiere accanto a giacche ignifughe: esempio di abbigliamento tecnico nato da esigenze pratiche e diventato simbolico
Stefano Piperno30/03/2025Aggiornato 19/05/20256 min lettura1.159 parole

Dall’homo sapiens coperto di pelli animali al contemporary man in sweatshirt, jeans e sneakers, passa l’evoluzione dello stile dell’abbigliamento maschile, che è un mix di necessità, praticità, specializzazione, ma anche esibizione e vanità, cioè moda.

Ricapitolarne le costanti trasformazioni richiederebbe un tomo ponderoso, mi limiterò quindi ad alcune curiosità poco note, riguardanti capi ed accessori (spesso di uso anche femminile) giunti fino ai nostri giorni e divenuti dei classici che hanno segnato delle epoche.

Molti di loro derivano da esigenze militari o sportive, altri da pura praticità; tra loro ci sarebbe il trench, che escludo perché ne ho scritto diffusamente in un precedente articolo, reperibile nel nostro archivio.

Iniziamo dal loden, il soprabito con bottoni semisferici ricoperti di pelle, di un particolare verde, certificato dal catalogo Pantone come Loden Green 18-0422 TCX, ma proposto anche in blu, grigio e pastello per donna, colori che, come vedremo, esulano dalla finalità per cui il verde foresta fu adottato nel XIX secolo.

Il loden (tradotto “lodo” che significa balla di lana) è un tessuto nato in Tirolo fin dal medioevo, garzato per renderlo leggero ed impermeabile, non veniva tinto ed aveva un colore tra il beige e il grigiastro delle pecore locali dal cui vello si ricavava il filato. 

È stato il primo soprabito come lo si intende oggi, usato da contadini e pastori, fu la passione per la caccia nelle colline boscose dell’imperatore Francesco Giuseppe I a dargli il colore verde con il preciso scopo di renderlo mimetico, anche se il capo confezionato dalla fabbrica Moessmer per l’imperatore era bianco.

L’augusto indossatore rese famoso il capo che presto si diffuse, divenendo un classico senza tempo: monopetto, sprone e coulisse sul retro, spalline rinforzate e ribattute, tasche oblique.

Una foto ritrae la principessa Diana che lo indossa su un abito da sera rosa e quindi non solo borghesi austeri alla Mario Monti hanno adottato il loden, che nella versione più classica vede nei marchi Steinbock, Lodenfrey e Schneider la sua espressione più alta, anche se alcune griffe del lusso ne propongono versioni pregiate anche in cachemire dal costo scioccante.

Il Montgomery, universalmente noto col nome del famoso maresciallo comandante dell’VIII armata britannica che lo indossava, è il cappotto ideato per la Marina militare del Regno Unito nel XIX secolo, in realtà denominato Duffle, adattamento inglese del nome della città belga di Duffel dove fu realizzato il tessuto resistente e impermeabile con cui è confezionato.

In lana cotta color cammello, lunghezza tre quarti tipo caban, vestibilità ampia, cappuccio, spalla con rinforzo quadrato, tasche applicate, ma soprattutto alamari di zanna di bufalo e asole in pelle, queste le caratteristiche che rendono unico il montgomery, progettato per essere usato in coperta e sulla tolda di una nave in rotta sui freddi e tempestosi mari dell’estremo nord, in particolare gli alamari consentono di liberarsi del capo anche indossando i guanti, indispensabili a quelle latitudini.

In tutti i colori e con diversi tessuti e lievi modifiche alla foggia, dal dopoguerra, quando gli army surplus store iniziarono a commercializzarlo, è divenuto il soprabito unisex più usato negli anni ‘60 e ‘70, indossato da giovani, studenti, intellettuali e celebrità, ogni tanto entra in un cono d’ombra, attualmente è di nuovo in auge.

Husky, è iI marchio della giacca imbottita inventata dall’aviatore americano in pensione, colonnello Steve Gulyas e sua moglie Edna, appassionati di caccia e pesca, accompagnati nelle loro escursioni da un cane di razza Husky, nota per trainare le slitte.

L’idea fu quella di una giacca imbottita, ma leggera e aderente, che riparasse dal freddo, ma consentisse agilità di movimento, realizzata in nylon, trapuntata a rombi, dotata di automatici, con il collo in velluto per evitare il contatto della pelle con il freddo tessuto sintetico del capo.

Formidabile promotrice involontaria dell’Husky fu Elisabetta II, fotografata più volte con indosso la giacca nelle sue frequenti escursioni a cavallo nella tenuta di Balmoral, tanto che tutto il mondo dell’equitazione la adottò immediatamente.

In breve, il brand Husky decollò, seguito da innumerevoli imitazioni di cui la più nota è Lavenham, divenendo negli anni ‘80 la divisa degli yuppie.

Dopo un periodo di appannamento, il marchio è stato rilanciato col nome di Husky Original ed ora è italiano, di proprietà della coppia Alessandra e Saverio Moschillo in partnership con Mirko Burrassiniani.

J Barbour & Sons è stata fondata dall’omonimo John nel 1894 a South Shields, ma lo stilista che creò il giubbotto di tessuto spalmato a cera e lo stile dei prodotti fu il figlio Malcom.

L’ inconfondibile capo che si fregia del “By appointment” della Royal Family, fu all’inizio usato dai motociclisti che percorrevano le fangose strade della campagna inglese, poi venne adottato dalla nobiltà e dai reali nei weekend, bastò questo per renderlo un oggetto del desiderio del grande pubblico.

Nel tempo è evoluto ed è stato affiancato da altri prodotti e accessori creando il Barbour Style apprezzato in tutto il mondo.

Il modello denominato Bedale è il più diffuso, indossato dal re Carlo, e da suo padre, il duca di Edimburgo, ma anche la regina Elisabetta, sua figlia Anna e sua nuora Kate compaiono in molte foto con indosso il giubbotto dall’odore inconfondibile.

Quindi un altro capo di abbigliamento creato per esigenze pratiche, mercé la pubblicità subliminale e indiretta della casa reale britannica, ha oltrepassato lo stretto ambito dell’uso tecnico per assurgere a simbolo nel più vasto mondo dello stile.

Fay: sono in USA negli anni ‘80 Diego e Andrea Della Valle, terza generazione a capo dell’industria calzaturiera di eccellenza che diverrà il gruppo TOD’S, viaggiando per il Paese casualmente scoprono i giacconi dei pompieri del Maine. 

Da quel fatto nasce l’idea di trasformare un capo tecnico da lavoro, facendone un oggetto modaiolo, come è avvenuto per gli altri citati sinora.

Detto, fatto, prendono contatto con mister Fay che aveva fondato in Massachusetts l’azienda che portava il suo nome e produceva il giaccone con i quattro ganci, all’epoca non in un momento fortunato.

Rilevano il marchio e il know how e con una sagace politica di marketing ne fanno un successo mondiale, col tempo Fay è divenuto un brand con una vasta offerta di prodotti per ambo i sessi.

Il famoso “quattro ganci” di tessuto ignifugo e collo di velluto, si è trasformato adeguandosi all’evoluzione di moda e costume, anche se il capostipite resta comunque in collezione.

Continua



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2 pensieri su “Nati da esigenze pratiche. Divenuti immortali (parte prima)

  1. Mr Nice dice:

    Unico appunto, mettete la didascalia alle foto che risulta più chiaro associare la scrittura all’immagine. Valido anche per altri articoli con foto. Dovrebbe migliorare anche la seo 🙂

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