Politica italiana
Oltre il referendum: gli effetti politici della prima sconfitta di Giorgia Meloni
La vittoria del No al referendum sulla giustizia segna uno spartiacque politico: non solo per la maggioranza, ma per l’intero sistema. Tra campagne semplificate, errori strategici e nuovi equilibri, emergono tensioni destinate a pesare sulla legislatura e sulla futura configurazione del centrodestra e del campo largo.




La vittoria del No al referendum sulla giustizia segna uno spartiacque politico: non solo per la maggioranza, ma per l’intero sistema. Tra campagne semplificate, errori strategici e nuovi equilibri, emergono tensioni destinate a pesare sulla legislatura e sulla futura configurazione del centrodestra e del campo largo.
“La Costituzione è appesa a un filo”. Questo il titolo che campeggiava lunedì a tutta pagina sul Fatto Quotidiano. Un titolo incurante del senso del ridicolo. Un titolo che, nel contempo, accendeva nei sostenitori del Sì la speranza – nel caso di quella vittoria rivelatasi poi una pia illusione – di assistere allo spettacolo di Travaglio, Gomez e fattoidi assortiti pronti a salire in montagna per una parodia di Resistenza. Oppure di vederli afferrare i passaporti (ricordate quelli sempre pronti e mai usati nei ruggenti anni dell’antiberlusconismo?) per involarsi in qualcuno di quei residui bastioni della civiltà giuridica in cui ancora vige l’unicità delle carriere tra chi giudica e chi accusa.
Al netto dell’ironia, va però subito detto, alla luce della sentenza delle urne, che quel titolo grottesco è il punto terminale, forse il più basso, di una campagna elettorale che ha inesorabilmente funzionato. La sinistra fatica sempre più, soprattutto in Italia, a parlare agli “altri”, ma certo mostra di conoscere molto bene i propri. Di sapere come vellicarne le pulsioni più recondite a difesa dei feticci identitari. Più di tutti ha mostrato di saperlo fare una vecchia volpe democristiana che risponde al nome di Dario Franceschini.
Una guida imprescindibile per capire il risultato odierno è un retroscena, a firma di Francesco Verderami, comparso sul Corriere della Sera del 7 marzo scorso.
Verderami racconta come sia stato Franceschini, già nell’estate scorsa, a suggerire la strategia giusta per il fronte del No: “evitiamo i tecnicismi e politicizziamo il voto, così vinceremo”. Laddove evitare i tecnicismi stava per nascondere le tante, troppe volte in cui il Pd aveva proposto le stesse riforme oggi esecrate. Equivaleva a obliterare come la separazione delle carriere, dopo l’adozione del processo accusatorio e la costituzionalizzazione del “giusto processo” con giudice terzo, si presentasse alla stregua di poco più che un atto dovuto in ossequio alla logica.
Ancora, significava negare l’evidenza di un organo costituzionale, l’attuale e sempiterno Csm, letteralmente requisito dalla deriva politica delle correnti della magistratura associata.
In combinato disposto con tutto ciò, politicizzare il voto significava sostituire, nell’immaginario collettivo dell’elettorato, le effettive previsioni normative della riforma con contenuti di fantasia, tutti ovviamente declinati in chiave di furto della democrazia: come la indimostrata alterazione della separazione dei poteri, alla quale si sono subdolamente aggrappati persino i vescovi italiani, o la caricatura della riforma come assoggettamento della magistratura al controllo della politica, condita di falsità pure e semplici sulla composizione dei due Csm e dell’Alta corte disciplinare. Su tutto, ovviamente, il feticismo costituzionale di impronta cattocomunista per cui le modifiche della Carta non avallate dai “buoni e giusti” integrano sempre uno “sfregio” della stessa.
Il copione, va detto, è stato eseguito alla perfezione. Con il consueto coinvolgimento, oltreché di toghe scatenate, di intellettuali “democratici”, cantanti, attori e, soprattutto, giornalisti la cui acritica e pelosa contiguità con la magistratura requirente è da quarant’anni un problema dell’informazione italiana.
Il risultato è oggi sotto gli occhi di tutti e deve essere riconosciuto.
Sul fronte dei riformatori, gli errori non sono mancati, anche se, a giudizio di chi scrive, quella referendaria è una partita molto più vinta dai “meriti” del fronte del No che non persa per gli errori del Sì.
Il principale errore del governo, a ben vedere, risale a prima del referendum. A un iter di approvazione della riforma condotto a tappe forzate e con un’ermetica blindatura del testo. Laddove un approccio più dialogante e una maggiore disponibilità a condividere la formulazione di aspetti di dettaglio avrebbe probabilmente sortito due effetti entrambi positivi: allargare ulteriormente il perimetro del consenso parlamentare e, soprattutto, far emergere, privandolo di ogni alibi metodologico, l’aprioristico rifiuto a trattare il tema della separazione da parte dei gruppi dirigenti di opposizione, tutti subalterni alla magistratura associata.
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In campagna elettorale, poi, l’apporto infine massicciamente dato (forse con qualche esitazione di troppo) dal premier Meloni è stato troppo spesso bilanciato in negativo da uscite improvvide di altri, da gaffe degne di essere remunerate dal fronte del No. Come ha twittato oggi il nostro Michele Magno, “ministro, viceministro e capogabinetto della Giustizia hanno dato un buon contributo” alla vittoria del No.
In particolare, tuttavia, è emerso il paradosso di una riforma squisitamente liberale e garantista promossa e difesa spesso, pur di dare addosso alla magistratura, con riferimenti forcaioli e illiberali.
Questo confronto di punti di forza e di debolezza ha infine prodotto l’inequivocabile risultato odierno.
La maggiore sorpresa di questa giornata è tuttavia rappresentata dall’alta affluenza al voto. Per settimane, molti commentatori si erano sperticati in preventive difese d’ufficio degli astensionisti, spiegando che sarebbero stati con ragione tanti, troppi a causa di una campagna elettorale all’insegna della lotta nel fango e dell’oscuramento dei contenuti della riforma. Sarà il caso di prendere tutti debita nota, in vista di future analisi, che proprio quella campagna ha prodotto l’affluenza sulla quale in tanti stanno strologando.
Quel che più conta, però, è che le dimensioni della partecipazione al voto impediscono ogni operazione di ridimensionamento della portata politica dello stesso.
Sono risultati che producono e produrranno effetti a destra, a sinistra e anche sulle velleità centriste. In attesa di esaminarli insieme nelle prossime settimane e mesi, qualcosa si può anticipare a caldo.
È indubbio che la vittoria del No rappresenta un colpo molto duro per la maggioranza di governo e in primis per Giorgia Meloni. Per lei si tratta del primo, vero rovescio politico, della prima, autentica crisi nella relazione con l’opinione pubblica.
Fa bene la premier a ribadire oggi con chiarezza la determinazione a proseguire l’esperienza governativa. Fa bene perché è forte della maggioranza parlamentare uscita dalle elezioni politiche, perché non esiste all’evidenza una maggioranza alternativa nelle Camere, perché infine una crisi politica di origine extraparlamentare sarebbe folle nell’attuale contingenza internazionale.
Tuttavia, ciò non toglie che la sconfitta nel referendum renda particolarmente accidentato l’ultimo tratto di legislatura. In aggiunta alla delicata situazione internazionale, alla scomoda posizione di Meloni tra Trump e l’Europa e ai riflessi economici delle guerre, anche il fronte interno andrà inevitabilmente a complicarsi. Il No odierno suona a morto anche per altre riforme (premierato in primis), ma soprattutto rende accidentato il percorso di una nuova legge elettorale approvata in beata solitudine dalla maggioranza.
Il centrodestra ha bisogno come l’aria di una riforma elettorale che elimini la quota di maggioritario. Ma anche il risultato di oggi conferma che l’opposizione di sinistra, con l’ammucchiata campolarghista, è in grado di accaparrarsi, con l’attuale sistema, molti collegi al Sud. Sono prevedibili, quindi, barricate corroborate dall’odierno rigetto popolare a quelle che verranno descritte come nuove forzature della maggioranza. Infine, posto che i due principali alleati di FdI si sono spesi nella campagna per il Sì con intensità molto diversa, andrà verificato come questa sconfitta inciderà sulle già evidenti tensioni tra FI e Lega.
Specularmente, la vittoria del No rappresenta uno straordinario energizzante per il campo largo. Si tratta, tuttavia, di una vittoria non esente da insidie. Vittoria e insidie che sembrano concentrarsi nella persona di Elly Schlein. La segretaria Pd ha investito moltissimo su questo referendum e oggi può a ragione cantar vittoria. Ha probabilmente ucciso in culla ogni velleità di leadership alternative entro il Pd.
Ma l’insidia principale si chiama Giuseppe Conte. Il leader 5S oggi ha parlato apertamente di primarie per la scelta del candidato premier. Questo significa, da parte di Conte, respingere l’automatismo di una candidatura Schlein in quanto leader del maggiore partito della coalizione, puntare a far breccia nella base piddina dove Conte sa di essere molto popolare e inevitabilmente far rientrare dalla finestra quelle potenziali leadership alternative di estrazione piddina che oggi Schlein può dire di aver fatto uscire dalla porta.
Last but not least, proprio il successo odierno impone al campo largo di definire urgentemente il proprio perimetro e, più di tutto, il proprio profilo programmatico. Il che allo stato appare impresa improba, soprattutto alla luce delle clamorose differenze finora emerse sulla cruciale questione del posizionamento in politica estera.
Insomma, il campo largo farebbe bene a non cullarsi sugli allori. In particolare, a non considerare “propri” tutti i voti per il No, serbatoio nel quale sono certamente confluiti anche voti di generico scontento verso chi governa in una congiuntura particolarmente pesante. Del resto, la storia politica recente è ricca di vittorie annunciate del centrosinistra poi rimaste allo stato di annuncio.
Infine, il centro.
Occorre prendere atto che il contributo dell’area schierata per il Sì ed estranea alla maggioranza è stato decisamente deludente. A chi vagheggia di futuribili nuovi “centri”, saldando resti terzopolisti e riformisti piddini, consigliamo di compulsare la rilevazione Swg su come hanno votato i diversi elettorati. Ebbene, emerge che, tra l’elettorato piddino, solo il 5% ha votato Sì, mentre nell’agglomerato Azione/Italia Viva/+Europa il No ha raggiunto il 44%, il 37% si è astenuto e un misero 19% ha votato Sì. E magari qualcuno sogna pure che Marina Berlusconi possa scendere in campo per mescolare Forza Italia con questo elettorato. Auguri.

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mi sembra evidente che questa vittoria però consegna il “campo largo” a due veri vincitori: Giuseppe Conte e i poco citati (sbagliano credo) Bonelli e Fratoianni. È pura matematica, il 4% della sinistra radicale che ha sicuramente votato al 100% per il no, ha reso la forbice della sconfitta più eclatante di quanto non sia. Questo peso, quando si dovrà per forza fare una colazione per le elezioni si farà sentire e molto. Un peso che renderà il campo largo definitivamente una forza di sinistra nostalgica e “settantasettina”. Il referendum segna in realtà la vittoria di Pirro di Elly e in suo tramonto come possibile candidato Premier. Forse non sarà neppure Conte, piuttosto una personalità terza che possa fare stare insieme questo nuovo PD (che potrebbe tranquillamente tornare a chiamarsi PCI), i 5 stelle e AVS. Neppure da pensare a una personalità piddina. Semmai un cavaslodi razza difficilissimo da trovare e che accontenti tutti.