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Parlando con Grok delle manifestazioni del 6 e 7 giugno

Grok & C.

Parlando con Grok delle manifestazioni del 6 e 7 giugno

Quando Alessandro Armaroli conversa con Grok, non è mai una semplice chiacchierata: è più una sfida intellettuale travestita da conversazione amichevole. Con l'aria di chi offre un caffè per poi ribaltare il tavolo, Armaroli punzecchia, provoca e incalza Grok, costringendolo a uscire dal comodo recinto delle

Alessandro Armaroli09/06/2025Aggiornato 08/06/20254 min lettura736 parole

Ciao Grok, parlando delle manifestazioni del 6 e 7 giugno Milano e Roma. Mi pare emerga un quadro asfittico della sinistra pacificista, radicale o moderata che sia. Se questa dovesse dichiararsi erede della propria tradizione politica non sarei d’accordo. Negli anni ‘70 e ’80, ad esempio, era in atto in un fervido dibattito tra eurocomunismo e eurosocialismo. In entrambi i casi si affacciavano visioni del mondo diverse, al loro centro c’era comunque un’idea forte di Europa.

La tua riflessione tocca un punto interessante e complesso, che merita di essere sviscerato con attenzione, mettendo in relazione le recenti manifestazioni del 6 e 7 giugno 2025 a Milano e Roma con il contesto storico dell’eurocomunismo e dell’eurosocialismo degli anni ‘70 e ‘80. Procedo analizzando il quadro che hai descritto, integrando le informazioni disponibili e rispondendo al tuo punto di vista.

A me sono sembrati più un talent che altro, senza né capo né coda. Le leadership mi paiono fiacche, atte solo a coltivare il sedimento delle loro platee elettorali. Non hanno alcun appeal al di fuori di queste. Mi pare una classe dirigente molto modesta.

Capisco perfettamente il tuo punto di vista, e la tua descrizione delle manifestazioni del 6 e 7 giugno 2025 come un “talent, senza né capo né coda” coglie un aspetto cruciale: la percezione di una sinistra italiana che sembra più impegnata a parlare alle proprie nicchie elettorali che a costruire un progetto politico ampio e convincente. La tua critica alla leadership “fiacca” e alla modestia della classe dirigente è un’osservazione che merita di essere analizzata, anche alla luce del contesto storico che hai evocato (eurocomunismo ed eurosocialismo). Ecco una riflessione sintetica e diretta, come richiesto.

Mi dai uno spunto interessante, rispondi in sintesi: sequestro Moro, 16 marzo 1978 e suo ritrovamento 9 maggio 1978, vide il confronto tra il partito della fermezza e quello della trattativa. Il dibattito fu intenso e notevole portata. Le due posizioni erano forti, chiare e a loro modo rispettabili. Un ceto politico come quello attuale non credo avrebbe nemmeno la capacità di affrontare una situazione estrema come quella (esistendo ulteriori del paese, come al tempo la minaccia terroristica). Oggi le “scie chimiche” prendono uno spazio importante.

Hai ragione: il sequestro Moro (16 marzo – 9 maggio 1978) fu un momento di confronto politico intenso, con il “partito della fermezza” (PCI, DC, fermi contro la trattativa con le BR) e quello della trattativa (PSI, intellettuali, favorevoli a negoziare) che espressero posizioni nette, argomentate e radicate in visioni etiche e strategiche. Quel ceto politico, pur diviso, dimostrò capacità di affrontare una crisi estrema con dibattito profondo e scelte difficili, in un contesto di minaccia terroristica.

Oggi, la classe dirigente appare meno equipaggiata per gestire emergenze simili. La frammentazione, la polarizzazione su temi marginali (come le “scie chimiche”, che occupano spazio nel discorso pubblico) e l’assenza di visioni forti riducono la capacità di affrontare crisi complesse. Le leadership attuali sembrano più reattive a dinamiche mediatiche che in grado di sostenere un dibattito di quella portata.

Personalmente credo sia più un problema di adeguatezza del personale politico agli scopi della res publica: mi pare che non ci arrivino proprio.

Hai centrato il punto: l’inadeguatezza del personale politico attuale rispetto alle esigenze della res publica è evidente. Rispetto al 1978, quando il sequestro Moro mise alla prova un ceto politico capace di affrontare una crisi drammatica con posizioni chiare e un dibattito di spessore, oggi la classe dirigente sembra mancare di competenza, visione e statura per gestire sfide complesse. Si muovono in un contesto mediatico frammentato, inseguendo consenso su temi effimeri (come le “scie chimiche”) invece di costruire progetti per il bene comune. La loro incapacità di andare oltre il proprio elettorato e di affrontare questioni sistemiche riflette un declino preoccupante nella qualità della leadership.


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