Europa
Perché occorre riarmarsi
Winston Churchill soleva dire che il golf è "uno sport in cui si ambisce a dirigere una pallina molto piccola verso una buca molto piccola, usando strumenti appositamente mal progettati allo scopo". Un’immagine, direi molto efficace, per descrivere le attuali difficoltà dell'Unione Europea e dei suoi


Winston Churchill soleva dire che il golf è “uno sport in cui si ambisce a dirigere una pallina molto piccola verso una buca molto piccola, usando strumenti appositamente mal progettati allo scopo”. Un’immagine, direi molto efficace, per descrivere le attuali difficoltà dell’Unione Europea e dei suoi Stati membri quando si cimentano con questioni di difesa. Strumenti imperfetti, processi burocratizzati e farraginosi e una visione strategica ancora acerba.
Eppure, mai come oggi, la questione della difesa europea si impone come centrale e prioritaria. Questo non perché ce lo dicano i giornali in prima pagina o le aperture dei telegiornali, ma perché la realtà strategica, politica ed economica ci costringe a guardarla in faccia, senza scorciatoie.
Ma serve davvero riarmarsi? La risposta, seppur poco gradita e scomoda, è: sì!
Gli shock geopolitici degli ultimi anni, su tutti la brutale aggressione russa all’Ucraina e l’incertezza sulla continuità degli Stati Uniti –guidati da Donald Trump – a farsi garanti della sicurezza europea, hanno rotto l’incantesimo di una pace continentale che sembrava destinata a durare in eterno. Per decenni, l’Europa ha vissuto al riparo dell’ombrello militare americano, dedicandosi, giustamente, ad altro: al welfare, alla sostenibilità, all’integrazione dei mercati, alla transizione ecologica. Temi fondamentali, ma coltivati, talvolta, nella convinzione o nella presunzione che la guerra fosse un reperto archeologico del Novecento, ormai da relegare ai libri di storia.
Oggi, purtroppo, quella presunzione non è più sostenibile. L’Unione Europea, costretta da eventi drammatici, sembra stia finalmente abbandonando l’ambiguità strategica che, a lungo, l’ha pervasa e caratterizzata. Anche se, a voler ben ragionare, noi europei eravamo già armati fino ai denti, solo che le armi le custodiva (e le possiede) il nostro socio oltre oceano. Come un giovane che si scopre adulto, ora l’Europa è chiamata ad affrontare da sé la propria sicurezza, muovendo da sola i primi passi per imparare in fretta a difendersi da sola.
Di fatto, negli ultimi quarant’anni, la spesa militare europea è diminuita drasticamente, facendoci beneficiare dei cosiddetti “dividendi della pace”. Nonostante i moniti, anche autorevoli, si è preferito, come detto, investire altrove, convinti che la deterrenza fosse un capitolo chiuso della storia europea. Ma la deterrenza è tutt’altro che superflua: è il primo strumento di cui ci si dovrebbe dotare per dissuadere aggressioni o atti ostili, instillando negli avversari il dubbio e il timore di conseguenze insostenibili per loro.
Per questo è fondamentale che l’Europa rafforzi la propria autonomia strategica, sviluppando sistemi d’arma in modo indipendente e garantendosi la sicurezza delle forniture, rompendo o, perlomeno, riducendo, la dipendenza tecnologica da attori esterni. Aumentare la spesa per la difesa è un passaggio obbligato, così come ricostruire una base industriale solida e competitiva. È questa la precondizione per essere padroni delle proprie scelte future, liberi da ricatti e condizionamenti, americani inclusi.
Per riacquistare potere, credibilità e peso politico sulla scena internazionale, i vertici europei sembrano aver compreso – o stanno iniziando a farlo – che il riarmo non è un’opzione, ma una necessità. E questa volta dovrà essere gestito con risorse, industria e tecnologie proprie. Deduzione: il riarmo non ha molto che vedere con la Russia, o, quantomeno, non solo con essa.
Le parole pronunciate dalla presidente della Commissione Ursula von der Leyen sulla necessità di costruire una difesa europea “forte e autonoma” hanno colto di sorpresa molti cittadini europei, cresciuti nell’illusione che la sicurezza fosse un diritto acquisito, non una responsabilità collettiva.
La prima risposta è già sotto gli occhi di tutti: l’aumento delle spese militari, non solo a livello nazionale, ma anche attraverso strumenti comuni europei. La Commissione ha proposto infatti un piano di riarmo da 800 miliardi di euro nei prossimi quattro anni. Di questi, 650 miliardi dovrebbero provenire dai bilanci degli Stati membri – esclusi dal conteggio del deficit, secondo le nuove regole fiscali – e 150 miliardi sarebbero prestiti diretti della Commissione, nell’ambito dell’iniziativa SAFE (Security Action For Europe).
Parallelamente, i governi europei stanno iniziando ad adottare varie misure per rafforzare le industrie della difesa: semplificazione burocratica, riduzione del costo dell’energia e incanalamento dei risparmi privati verso l’innovazione. Una strategia mirata a ridurre queste dipendenze esterne e rendere il sistema difensivo europeo più solido, affidabile e resiliente, anche se servirà del tempo.
L’Europa deve muoversi su tre direttrici: approvviggionarsi dei migliori sistemi d’arma disponibili – comprese le “high end armament technologies” –, fare tutto il possibile per ritardare il più che probabile disimpegno strategico americano e, soprattutto, ricostruire un’industria della difesa robusta e sovrana. Magari anche integrando capacità britanniche e turche, laddove queste portino un vantaggio concreto ed un’alleanza lungimirante.
Difatti, se la situazione dovesse deteriorarsi ulteriormente, l’Unione potrebbe sempre rinvigorire la cooperazione industriale con il Regno Unito e la Turchia. Entrambi i Paesi dispongono di settori industriali avanzati e rispettivamente: UK, nel comparto aeronavale e nella produzione di sistemi d’arma all’avanguardia; Turchia, nella consistenza e capacità operative del proprio esercito. Un loro coinvolgimento nella “coalizione dei volenterosi” a guida europea non solo avrebbe senso strategico, ma potrebbe rivelarsi un giorno necessario.
Il Regno Unito, nonostante la Brexit, continua a essere un attore centrale per la sicurezza europea, come dimostrano il suo impegno nella NATO e il sostegno militare a Kiev. Escluderlo dai programmi di difesa rischierebbe di indebolire l’intera architettura di sicurezza occidentale. Accordi specifici, come una partecipazione selettiva al Fondo Europeo per la Difesa (EDF), potrebbero rappresentare un buon compromesso tra le priorità dell’UE e le esigenze britanniche.
Tuttavia, ogni forma di cooperazione dovrà essere attentamente valutata e bilanciata per evitare che standard, appalti o tecnologie esterne minaccino l’obiettivo primario: costruire un’industria della difesa europea forte, coesa e competitiva.
Riteniamo non sia il momento delle illusioni. Chi ancora si oppone ideologicamente al riarmo europeo, gridando allo scandalo nei talk show o sui social, forse lo fa per ignoranza o malafede, o per entrambe. E ci costa dover confessare che, in alcuni Paesi del nord Europa, c’è addirittura chi asserisce di respirare un clima da anni ’30 del secolo scorso, ma noi lo scongiuriamo in fretta.
Oggi non esistono alternative altrettanto credibili: il mondo è cambiato, e l’Europa deve cambiare con esso, occorre farsene una ragione. L’autonomia politica e strategica europea passa, inevitabilmente, da una forte Difesa comune. Altrimenti il negozio UE può chiudere.
Ma proviamo ad andare oltre, ponendoci anche questi dilemmi: e se, pur tenendo ben chiaro e fermo il “rearmEurope”, fosse invece molto più comodo, semplice, conveniente, sicuro, rapido, efficace e indolore portare i 27 Paesi UE tutti assieme dentro una NATO europeizzata? Esiste poi una chiave per evitare duplicazioni e ridondanze tra il sistema di comando e controllo “in place” alla NATO e quello di possibile configurazione all’UE? Inoltre, trasformando ed adattando la NATO, si potrebbero convincere gli USA a farne ancora parte, liberandoli dall’abbraccio “mortale” dell’attuale disallineamento strategico?
Come diceva von Clausewitz – riprendendo la sua famosa e abusata frase – la guerra è la continuazione della politica con altri mezzi. Senza la forza, anche la politica perde il suo genuino significato.
Stay tuned, more to follow…
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Quindi la sua proposta sarebbe??
Apriamo le frontiere ai russi (come fece l’ex PdC Gonde) e senza spendere soldi diventiamo prima di subito lo zerbino della Kremlin Inc.??
La pace non è la manna che cade dal cielo ma la conseguenza generata dalla triade GIUSTIZIA – LIBERTA’ – CONVIVENZA PACIFICA e questa triade chiede di essere alimentata con spirito di sacrificio e ferrea volontà. Se non è chiaro occorre ribadire che è arrivato il momento delle scelte, il tempo delle chiacchiere è finito, 20 anni or sono!!!
Decenni di pace continentale? E quando siamo andati a bombardare la Serbia, 78 giorni di ininterrotto bombardamento, 2700 tonnellate di bombe, cos’era, una manifestazione di affetto?
E, a parte questo, se davvero Putin avesse intenzione di invadere l’Europa adesso starebbe lì buono buono ad aspettare che ci si metta d’accordo e poi troviamo gli 800 miliardi e poi ci armiamo fino ai denti e poi ci addestriamo a dovere e allora, solo allora, verrebbe finalmente a invaderci e così noi saremo in grado di respingere l’attacco? Ma per favore, ma vi ascoltate quando parlate?
Sapete bene che tutta questa montatura serve a riconvertire l’automotive tedesco, ormai sull’orlo della bancarotta a causa della precedente montatura dell’auto elettrica.
Nessuno minaccia l’Europa: voi fate le mosche cocchiere alla corruzione della nostra classe politica e del peggior giornalismo al mondo.
Egr. Sig. Maurizio, la sua fantasiosa visione della realtà, a parer mio molto vicina alle teorie del GOMBLOTTO, nasconde 2 fatti ineluttabili.
PRIMO_ il potenziamento del comparto militare non ha nulla a che vedere con il mitigare le scellerate politiche in tema GREEN AUTOMOTIVE e compagnia bella. La motivazione è, purtroppo, la presa di coscienza che in UE non vi è più uno strumento di difesa, né bellico né politico-diplomatico. Negare questo significa essere in malafede.
SECONDO_la riconversione dell’industria automotive è la vera grande opportunità. Per quale motivo?? Perché gli impianti sono vuoti e con un rapida riconversione dei macchinari e delle maestranze potrebbero iniziare a sfornare sistemi d’arma di basso livello tecnologico (potete anche chiamarli stupidi, non si offendono) ma che servono come il pane ed in grandi quantità (granate da 155mm per artiglieria, munizioni di tutti i calibri per la fanteria, SMDB…). Se volete, informatevi in merito all’attrito generato da un moderno conflitto (invasione della libera Ucraina ad opera della RU) e per attrito mi limito a considerare il consumo mensile di granate per artiglieria monotubo. La RU è dal 2023 che è passata ad una economia di guerra (turni di lavoro H 24/7/365 e sequestro di impianti per il fabbisogno militare) e tuttavia non riesce ancora a sopperire all’immane consumo. E non dimenticate che in UE le scorte sono pari a ZERO.
Se è cosa nota che la UE ha diminuito nel tempo la spesa nei rispettivi 27 eserciti è altrettanto vero che ci sono 27 sistemi di difesa con altrettanti comandi. Ora come si può solo pensare al riarmo senza un coordinamento centrale? Basterebbe un Centro di Difesa Europeo con i mezzi che abbiamo già (DEC Defense Europe Centre)? Non sarebbe economicamente più razionale? Certo a livello politico non si superebbe il veto di alcuni stati, ma a quel punto si potrebbe dire che chi non aderisce se la deve cavare da solo. E solo una questione di polso, di prendere una posizione. E ancora, sentendo il parere di alcuni opinionisti la UE dovrebbe dotarsi di equipaggiamenti stile USA, es. Cargo per il trasporto bellico. Questo varrebbe se la UE avesse l’intenzione di mettersi nell’ottica colonialista dell’America, mentre di fatto bisogna creare una sorta di difesa nei confronti di stati aggressivi extra-europei. Quindi navi, treni e trasporto su gomma ne abbiamo a sufficienza. Forza UE.
Lei ha perfettamente ragione ma non bisogna dimenticare che il Dominio Aero-Spaziale è comunque strategico. Potremmo rinunciare ai vettori cargo ma necessitiamo di piattaforme aeree dedicate, pilotate e non, da destinare alle missioni di: Air Refuelling, AWACS; ELINT; SIGINT dato che per questi aspetti siamo dipendenti quasi totalmente dall’ex partner USA.
Ciò detto senza prendere in esame la carenze di piattaforme per la sorveglianza dallo spazio che genera il fondamentale processo IMINT la cui sorgente è al 100% USA.
Per quanto riguarda l’accesso allo spazio non siamo messi male, possiamo contare sul sistema GALILEO (progetto di NAV-SAT made in Italy) che è ora ridondante con il sistema GPS ma domani ci garantirebbe la piena autonomia.
Il nostro ormai ex-partner ha dimostrato che può disabilitare funzioni ai sistemi made in USA….mooolto pericoloso, basti pensare alla flotta di F-35 in corso di spiegamento in molti paesi UE
Armarsi al fianco della Turchia? Ma la UE non doveva essere l’ultimo presidio democratico contro i cattivi del mondo? Probabilmente l’articolo è stato scritto prima dell’incarcerazione dell’unico, serio contendente di Erdogan alle prossime elezioni presidenziali turche, ad ogni modo, suggerirei che prima di armarsi, o, peggio, di disegnare future alleanze militari con partner improbabili, dovremmo capire bene cosa siamo e cosa dovremmo rappresentare, capire quali sono le vere minacce, e solo da ultimo, capire se è il caso di imbarcarsi in alleanze militari strutturate. E’ di oggi la notizia secondo cui ogni futuro rafforzamento della partnership militare tra UK e UE prima deve passare dalla risoluzione del negoziato sui diritti di pesca (principalmente dei pescatori francesi) nei mari della Gran Bretagna…
Siamo seri, se Putin avesse davvero intenzione di invaderci, non avremmo nessuna speranza.