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Polveriera Iran: uccisi in un attentato due giudici della corte suprema

Due giudici religiosi iraniani in abito tradizionale; primi piani su sfondo istituzionale e decorativo.

Iran

Polveriera Iran: uccisi in un attentato due giudici della corte suprema

Sabato 18 gennaio, un attentato ha scosso l’Iran, portando alla morte di due giudici della Corte Suprema, Ali Razini e Mohammad Moghiseh, figure centrali della macchina repressiva del regime. Secondo i rapporti iniziali – spesso offuscati dalle manipolazioni dei servizi segreti iraniani – l’assalitore si sarebbe

Due giudici religiosi iraniani in abito tradizionale; primi piani su sfondo istituzionale e decorativo.
Bahram Farrokhi20/01/2025Aggiornato 21/05/20254 min lettura720 parole

Sabato 18 gennaio, un attentato ha scosso l’Iran, portando alla morte di due giudici della Corte Suprema, Ali Razini e Mohammad Moghiseh, figure centrali della macchina repressiva del regime. Secondo i rapporti iniziali – spesso offuscati dalle manipolazioni dei servizi segreti iraniani – l’assalitore si sarebbe tolto la vita dopo aver sparato, ma la vicenda non finirà qui.

Questo tragico episodio non solo riporta alla memoria i crimini e le violenze dei decenni passati, ma riapre le ferite di migliaia di famiglie che hanno perso i propri cari durante le esecuzioni di massa degli anni ’80 fino oggi e la brutale repressione politica nei primi anni della Rivoluzione. Razini e Moghiseh erano simboli della feroce soppressione dei membri dell’Organizzazione dei Mojahedin del Popolo Iraniano e di altri oppositori politici nei tribunali rivoluzionari.

Ali Razini e Mohammad Moghiseh, conosciuto con il nome di battaglia “Nasirian”, erano figure chiave del sistema giudiziario iraniano nei primi anni della Repubblica Islamica. I loro nomi sono indissolubilmente legati a sentenze di morte e a lunghe pene detentive inflitte a migliaia di oppositori politici, in particolare ai membri dell’Organizzazione dei Mojahedin.

Moghiseh, giudice tristemente noto del Tribunale Rivoluzionario, era considerato uno degli artefici principali delle esecuzioni di massa del 1988. In quell’anno, migliaia di prigionieri politici, molti dei quali stavano già scontando la loro pena, furono condannati a morte in processi sommari della durata di pochi minuti. Questi prigionieri furono poi sepolti in fosse comuni, in uno degli episodi più oscuri della storia della Repubblica Islamica.

Ali Razini, dal canto suo, ricoprì diverse cariche giudiziarie, tra cui quella di presidente della Corte Speciale per il Clero e del Tribunale Amministrativo Supremo. Era noto per la sua spietatezza nel reprimere oppositori politici e culturali. Oggi, la sua morte segna la fine di una figura che per decenni è stata al centro della macchina repressiva del regime.

Secondo le prime notizie, l’attentatore avrebbe compiuto il gesto estremo di togliersi la vita dopo l’attacco. La sua identità e le sue motivazioni non sono ancora state rivelate ufficialmente, ma le speculazioni indicano un legame con il passato oscuro di Razini e Moghiseh.

Alcuni suggeriscono che l’assalitore possa essere un membro dei Mojahedin, un’ipotesi rafforzata dal recente rilancio internazionale dell’organizzazione sotto la guida di Maryam Rajavi. Nei giorni scorsi, Rajavi ha ottenuto il sostegno di diversi politici conservatori occidentali, riaccendendo le attività del gruppo sia a livello internazionale che all’interno dell’Iran.

Un’altra possibilità, però, è che l’assalitore fosse un familiare di una delle vittime delle esecuzioni degli anni ’80. Sono migliaia le famiglie che, da quattro decenni, continuano a cercare giustizia per i propri cari. È possibile che l’attentatore rappresenti la voce di una di queste famiglie, che vede nella vendetta l’unica forma di giustizia in un sistema che ignora il passato.

Questo evento dimostra che la storia non viene mai dimenticata. Le ferite degli anni ’80 e ’90 sono ancora aperte, e i ricordi di quegli anni oscuri riaffiorano nella memoria collettiva del popolo iraniano. L’attentato, pur apparendo come un’azione individuale, riflette la rabbia e il dolore di migliaia di famiglie che ancora attendono risposte.

Ma l’episodio invia anche un altro messaggio: la giustizia in Iran è sempre stata vittima della politica e del potere. Razini e Moghiseh, simboli della repressione contro gli oppositori, non hanno mai dovuto rispondere dei loro crimini. Forse oggi, attraverso questo gesto drammatico, l’attenzione internazionale si rivolgerà al passato sanguinoso dell’Iran.

L’attentato contro i giudici della Corte Suprema, indipendentemente dalle sue motivazioni, evidenzia l’intensità delle ferite inflitte alla società iraniana negli ultimi quattro decenni. Questo tragico evento ricorda che il passato non può essere sepolto.



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