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Quella sinistra inflessibile con le democrazie, indulgente con le tirannie

Politica internazionale

Quella sinistra inflessibile con le democrazie, indulgente con le tirannie

Una critica alla postura internazionale di una parte della sinistra italiana, accusata di sostituire l’analisi geopolitica con categorie morali e identitarie. Tra antioccidentalismo, indulgenza verso i regimi autoritari e retorica della pace, il rischio è smarrire la realtà concreta dei rapporti di forza. Esiste oggi un

Donatello D'Andrea17/03/2026Aggiornato 16/03/20268 min lettura1.565 parole

Una critica alla postura internazionale di una parte della sinistra italiana, accusata di sostituire l’analisi geopolitica con categorie morali e identitarie. Tra antioccidentalismo, indulgenza verso i regimi autoritari e retorica della pace, il rischio è smarrire la realtà concreta dei rapporti di forza.


Esiste oggi un tratto sempre più evidente nel modo in cui una parte consistente della sinistra italiana affronta la politica internazionale: la distanza crescente tra il linguaggio politico e la realtà geopolitica.

Non si tratta di una semplice divergenza di opinioni, che in una democrazia è fisiologica e persino necessaria, ma di qualcosa di più strutturale: l’assenza di una lettura coerente e sistemica delle dinamiche del sistema internazionale.

Negli ultimi anni il mondo è entrato in una fase storica segnata dal ritorno della competizione tra potenze, dal riemergere della guerra convenzionale in Europa, dall’espansione della guerra ibrida e dalla crescente instabilità di alcune regioni chiave del sistema globale.

La guerra russa contro l’Ucraina, la proiezione regionale dell’Iran, la rivalità strategica tra Stati Uniti e Cina hanno riportato al centro categorie classiche della teoria delle relazioni internazionali: equilibrio di potenza, deterrenza, architetture di sicurezza, competizione strategica, proiezione militare.

Eppure, nel discorso pubblico di una parte della sinistra italiana, queste categorie risultano sorprendentemente marginali. La politica internazionale viene spesso raccontata attraverso categorie morali, simboliche e identitarie, mentre la dimensione strategica, cioè la logica concreta attraverso cui gli Stati perseguono i propri interessi e difendono la propria sicurezza, resta sistematicamente sullo sfondo.

È in questo scarto tra realtà geopolitica e narrazione politica che emerge una dinamica più profonda: non semplicemente l’errore di analisi, ma la costruzione di una retorica che consente di evitare l’analisi stessa. È qui che prende forma quella che si potrebbe definire, con un’espressione che descrive perfettamente questo atteggiamento, l’insostenibile leggerezza del vano.

Antioccidentalismo e deformazione della lettura geopolitica

Il tratto forse più rivelatore della postura internazionale di una parte della sinistra italiana non è tanto l’errore di valutazione quanto la struttura oppositiva attraverso cui essa interpreta il mondo.

In assenza di una vera dottrina di politica estera o di una visione coerente dell’ordine internazionale, il discorso politico tende a organizzarsi attorno a una logica elementare: l’opposizione all’Occidente come principio ordinatore dell’interpretazione geopolitica.

Non si tratta della legittima critica alle politiche occidentali, che appartiene alla tradizione democratica europea, ma di qualcosa di diverso: una lente interpretativa che tende sistematicamente a collocare l’Occidente al centro della responsabilità geopolitica globale.

In questo schema narrativo, le crisi internazionali vengono spesso interpretate come conseguenze dirette o indirette delle politiche occidentali, mentre la responsabilità degli attori revisionisti o autoritari tende a essere attenuata, relativizzata o reinterpretata come risposta a un ordine internazionale percepito come ingiusto.

Il risultato è una dinamica paradossale: gli attori democratici vengono sottoposti al massimo scrutinio morale, mentre regimi autoritari o sistemi repressivi vengono analizzati con un livello di indulgenza che raramente verrebbe applicato alle democrazie liberali.

Questa dinamica appare con particolare chiarezza nel modo in cui una parte della sinistra italiana affronta regimi come quello iraniano, venezuelano o cubano.

Nel caso dell’Iran, ad esempio, il discorso pubblico tende spesso ad affermare di sostenere le aspirazioni di libertà del popolo iraniano, ma nello stesso tempo concentra la quasi totalità della propria attenzione sulla condanna dell’Occidente, degli Stati Uniti o di Israele, finendo per attenuare la natura strutturalmente repressiva del regime degli ayatollah.

Una dinamica simile si è osservata per anni nel caso del Venezuela, dove il regime di Nicolás Maduro è stato in alcuni ambienti politici e culturali italiani presentato come un’esperienza politica da comprendere, quando non addirittura da difendere, nonostante il collasso economico del paese e l’esodo di milioni di cittadini venezuelani in fuga dalla repressione e dalla miseria.


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Lo stesso schema si ripete con Cuba, dove una parte della sinistra italiana continua a evocare il mito rivoluzionario del castrismo, mentre la realtà del paese resta quella di un sistema monopartitico nel quale pluralismo politico e libertà civili sono strutturalmente assenti.

Il filo che collega queste posizioni non è una strategia geopolitica alternativa. È piuttosto una logica oppositiva elementare, nella quale il nemico dell’Occidente tende automaticamente a essere percepito come un soggetto da comprendere, relativizzare o difendere.

Il risultato è una posizione che non è né strategica né morale: è semplicemente contraddittoria.

Si afferma di stare dalla parte degli oppressi, ma ci si ritrova spesso a relativizzare o giustificare regimi che opprimono i propri cittadini. Si rivendica la difesa della libertà, ma si mostra indulgenza verso sistemi politici che la libertà la negano strutturalmente.

Ed è qui che emerge una delle contraddizioni più profonde del dibattito politico italiano: una parte della sinistra pretende di spiegare l’oppressione agli oppressi finendo per schierarsi, di fatto, con gli oppressori.

Politolinguistica della moralizzazione geopolitica

Una parte di questa dinamica riguarda anche il linguaggio attraverso cui la politica internazionale viene raccontata.

Nel discorso pubblico della sinistra italiana ricorrono con grande frequenza espressioni come pace, diritto internazionale, autodeterminazione, cessate il fuoco. Si tratta, naturalmente, di principi fondamentali dell’ordine internazionale contemporaneo. Tuttavia, nel dibattito politico queste categorie funzionano spesso meno come strumenti analitici e più come marcatori discorsivi di posizionamento morale.

Il linguaggio politico non descrive soltanto la realtà: produce effetti simbolici, delimita identità e definisce campi morali. Gli enunciati politici operano frequentemente come atti linguistici performativi, attraverso i quali chi parla stabilisce immediatamente la propria collocazione etica nello spazio pubblico.

Invocare la pace o il diritto internazionale non è soltanto un’affermazione normativa; è un gesto discorsivo che colloca l’oratore in un campo di legittimità morale e attribuisce implicitamente agli interlocutori una posizione opposta. In termini analitici, il linguaggio assume una precisa forza illocutoria, capace di produrre effetti politici indipendentemente dal contenuto fattuale dell’enunciato.

Il problema emerge quando questa dimensione performativa del linguaggio finisce per sostituire l’analisi strategica dei fenomeni internazionali.

In questo contesto anche l’etica tende a essere utilizzata come dispositivo di conferma dei propri bias cognitivi. I principi morali non funzionano più come criteri universali per interpretare la realtà geopolitica, ma come strumenti discorsivi attraverso cui legittimare una narrativa già stabilita.

Si produce così una forma di moralizzazione selettiva della geopolitica, nella quale i riferimenti etici vengono mobilitati soprattutto quando rafforzano una determinata posizione politica, mentre perdono centralità quando entrano in tensione con essa.

Realtà parallele e libertà negata

L’aspetto forse più ironico, e più rivelatore, di questa impostazione riguarda il rapporto tra antioccidentalismo e libertà politica.

Gran parte delle narrazioni antioccidentali prodotte da una parte della sinistra italiana vengono elaborate all’interno delle società più libere che l’umanità abbia mai conosciuto.

Le democrazie liberali occidentali restano oggi gli unici sistemi politici nei quali pluralismo politico, libertà di espressione, libertà di stampa e alternanza di governo sono garantiti in modo strutturale.

Eppure proprio all’interno di queste società si sviluppa un discorso politico che tende a costruire realtà simboliche alternative, nelle quali sistemi autoritari o regimi illiberali vengono talvolta presentati come modelli politici da comprendere o addirittura da rivalutare.

È un paradosso sociologico evidente: la critica radicale dell’Occidente viene formulata nello spazio politico che garantisce il massimo livello di libertà disponibile nella storia moderna.

Ciarlare per non scegliere

Il punto non è negare il valore dei principi morali nella politica internazionale. Pace, diritto internazionale e libertà restano pilastri fondamentali dell’ordine internazionale contemporaneo.

Il problema nasce quando questi principi vengono trasformati in rifugio retorico.

Quando la complessità della politica internazionale viene ridotta a slogan morali, quando l’analisi strategica viene sostituita da formule linguistiche semplici, quando la geopolitica viene interpretata come una disputa etica tra campi simbolici opposti, il risultato non è una politica internazionale più giusta.

Il risultato è una politica internazionale più superficiale.

Dietro la retorica della pace e del diritto internazionale si intravede spesso qualcosa di meno nobile: la fuga dalla responsabilità dell’analisi.

Le parole diventano il velo dietro cui nascondere la difficoltà di confrontarsi con un mondo nel quale potere, interessi e sicurezza continuano a contare.

E quando la politica internazionale viene ridotta a poche parole semplici e a pochissime soluzioni, non siamo più davanti a una visione del mondo.

Siamo davanti, semplicemente, a una retorica che preferisce la purezza delle intenzioni alla fatica della realtà.

Ed è proprio in questo spazio che prospera, ancora una volta, l’insostenibile leggerezza del vano.


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2 pensieri su “Quella sinistra inflessibile con le democrazie, indulgente con le tirannie

  1. Daniela Martino dice:

    ?? Nadie en Venezuela defiende a Maduro.
    ?? Nadie en Irán defiende al régimen de los ayatolas.
    ?? Nadie en Cuba defiende el comunismo.
    Solo la izquierda cómoda y desconectada de la realidad apoya a esos criminales.

  2. rolm dice:

    Non illudiamoci sulla bontà di certe prese di posizione: i regimi e le dittature si comprano la fedeltà di influenti membri politici e attivisti nei Paesi occidentali per salvaguardare sé stessi, divulgare la propria propaganda e allo stesso tempo destabilizzare l’ambiente politico e sociale dei Paesi occidentali e democratici.
    Tra coloro invece ai margini che si fanno coinvolgere in questa retorica penso magari benevolmente, che siano interessati alle sorti del popolo oppresso da una dittatura e temono che risposte troppo dure nei confronti di questa o altre possano far peggiorare la situazione interna, causando ulteriori problemi al popolo e vittime della violenza di tale regime.

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