Israele
Quelle domande su Israele a cui nessuno risponde mai
La situazione del conflitto tra Israele e Hamas è giunta a un punto tale da rendere apparentemente inutile qualunque richiamo ad un approccio razionale basato sulla realtà storica. Come ha scritto il giornalista Andrea Colombo in un post su Facebook, l’idea che passa attualmente è rappresentata


La situazione del conflitto tra Israele e Hamas è giunta a un punto tale da rendere apparentemente inutile qualunque richiamo ad un approccio razionale basato sulla realtà storica.
Come ha scritto il giornalista Andrea Colombo in un post su Facebook, l’idea che passa attualmente è rappresentata da una figurina bidimensionale in bianco e nero dalla quale le due fazioni propalestinesi e pro Israele traggono conclusioni opposte, trascurando che la realtà è tridimensionale, cioè esiste tutta una serie di elementi che riguardano la complessità di una guerra che dura ad intermittenza da quasi 80 anni ed ha prodotto odi reciproci allo stato insanabili.
Sulla base di questo assunto è non solo inutile, ma forse controproducente partire, come d’uso, dalla risoluzione dell’ONU del 1947 che in sostanza divideva in due il protettorato britannico della Palestina, ex territorio facente parte per sei secoli dell’Impero Ottomano, (mussulmani turchi, non arabi) assegnandone parte agli ebrei, parte agli arabi.
Così come troppe volte si è vanamente ricapitolata la storia delle varie guerre, iniziate nel ‘48, quando gli stati confinanti assalirono il neo auto-proclamato Stato di Israele, con le conseguenze che ne sono scaturite, compresi i territori occupati e quelli restituiti in cambio di un trattato di pace, come è avvenuto con Giordania ed Egitto che nell’occasione ebbe indietro la penisola del Sinai con i pozzi di petrolio, ma rifiutò la striscia di Gaza che aveva tenuto dal ‘49 alla “guerra dei sei giorni” nel ‘67.
È invece più utile discettare su alcuni principi e provare a trarne delle deduzioni.
Israele ha il diritto di esistere? O ha ragione chi sostiene che occupa indebitamente quella terra e andrebbe cancellato?
In caso affermativo Israele non solo può, ma deve rispondere agli attacchi e difendere i propri cittadini, nel secondo caso si rende nulla la decisione dell’ONU.
Si sostiene che il governo Netanyahu abbia intrapreso un’azione punitiva sproporzionata e abnorme nella forma e nelle dimensioni, ammettiamolo senza esitazioni, ma di quello si tratta, non di un genocidio che è la programmata e sistematica eliminazione di un intero popolo.
Tra parentesi va ricordato che la nazione (si badi bene nazione, non Stato) palestinese è una sagace invenzione del leader dell’OLP Yasser Arafat (egiziano) per mettere a fattor comune profughi arabi di passaporto diverso, scacciati anche in maniera violenta (si pensi a settembre nero) dagli Stati che con l’armistizio del ‘49 si erano indebitamente appropriati delle terre destinate ai residenti arabi della Palestina.
Paradossalmente più semplice la risposta nel caso in cui le decisioni del palazzo di vetro non abbiano alcun valore e possano essere disattese, perché allora liberi tutti, valgono i principi basati sui rapporti di forza, che attualmente sembrano tornare in auge.
Se così fosse, detto brutalmente, Israele ha occupato delle terre vincendo delle guerre perché è più forte militarmente e difende la propria esistenza come meglio crede. Se questo non piace, tertium non datur, si torna alla prima ipotesi.
E poi restano sempre quelle domande cui nessuno risponde mai. Perché la Russia che in Ucraina bombarda deliberatamente obiettivi civili non alimenta nessuna protesta di piazza?
Perché i mass media ignorano le centinaia di migliaia di vittime innocenti e i milioni di profughi di Yemen e Sudan?
Ugualmente si è quasi sottaciuto a suo tempo delle stragi perpetrate da Assad in Siria gassando interi villaggi con l’aiuto dei russi, per non parlare dei conflitti aperti nell’Africa sub sahariana, con stragi di cristiani annesse.
La risposta che gli altri non forniscono mai è purtroppo semplice: nei confronti di Israele e più in generale degli ebrei esiste tuttora il pregiudizio noto come antisemitismo che ne fa dei sorvegliati speciali.
Viene forte il sospetto che sia proprio la missione per cui lo Stato di Israele è nato ad infastidire ovvero difendere gli ebrei del mondo, dopo la catastrofe della Shoah. Per questo esiste la “legge del ritorno” che consente ad ogni ebreo che lo voglia di essere accolto ed ottenerne la cittadinanza.
È giusto e naturale criticare i governi propri e altrui, sbagliato nel caso in oggetto assumere come foglie di fico Netanyahu e il sionismo per coprire il sentimento antiebraico, che ha varie sfaccettature. Gli odiatori apertis verbis, quelli che il pregiudizio c’è, ma non si dice, quelli che hanno tanti amici ebrei, però insomma, quelli che sono ideologizzati politicamente a destra come a sinistra, quelli che Gesù era palestinese, in fine gli inconsapevoli, ma attenti a quello che a senso unico scrivono i giornali o passa su tv e social, salvo in occasione dell’ipocrita «Giorno della Memoria» quando si commemorano ebrei morti non più in grado di nuocere!
Siamo sicuri che la responsabilità del governo Netanyahu sia molto superiore a quella di altri che l’hanno preceduto?
Ricordiamo che anche durante le guerre precedenti, con i laburisti al governo, le reazioni non sono state molto dissimili e sempre si è chiesto agli ebrei della diaspora di dissociarsi, come se fossero delle quinte colonne e non cittadini a pieno titolo degli stati dove vivono da secoli.
Quanto all’appellativo sionisti, basta andare su Google e leggere su Wikipedia alla voce sionismo per capire che era un movimento che ha raggiunto il suo scopo: dare un ricovero e una patria agli ebrei della diaspora perseguitati da 2000 anni, obiettivo raggiunto, movimento finito.
Per non dire della sciocchezza su Israele stato “colonialista. I fondatori di Israele da Ben Gurion nato a Plinsk in Polonia a Golda Meir nata a Kiev in Ucraina, erano socialisti laici e dovettero combattere contro il potere colonialista, quello sì, di Sua Maestà britannica.
Concludendo, prima o poi questa guerra finirà e su Israele dagli abbaglianti si passerà alle luci di posizione, come è sempre avvenuto in passato. Quello che non passerà è quel sentimento profondo di una parte consistente dell’opinione pubblica, che nutre, se non odio, certo un radicato pregiudizio nei confronti degli ebrei.
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E’ in linea di massima condivisibile, Israele è l’unica nazione post-coloniale, su 20 nazioni a livello globale, che vede contestate le decisioni del mandatario, la corona britannica, nel 1922. A partire da UNSCOP, la commissione della Società delle Nazioni, che nel 1947 suggerì una riduzione del territorio assegnato agli ebrei del nascente stato per motivi “etnici”, con la famosa risoluzione 181, perché quel territorio non era completamente controllato ed era abitato per i 2/3 da arabi palestinesi. Ma fece anche un altro errore: quello di suggerire due stati su base etnica, un ritorno alle teorie razziste che avevano già causato un conflitto mondiale. Israele è sempre stato uno stato multietnico, sia perché gli stessi ebrei vengono dalle culture di tutto il mondo, ma anche perché ha una popolazione araba che vota, studia e lavora in Israele con cittadinanza piena. Una mozione minoritaria (Iran, India, Yugoslavia) aveva proposto, senza successo, un unico stato multiculturale.