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Renzi, Madia e la nuova casa riformista. Con vista sul Pd

Politica italiana

Renzi, Madia e la nuova casa riformista. Con vista sul Pd

Una nuova “Casa riformista” viene presentata come alternativa al Pd, ma senza chiarire dove davvero si collochi su Ucraina, Medio Oriente, economia e giustizia. Più che una scissione politica, rischia di sembrare un’operazione di marketing per elettori moderati senza casa. L’uscita di Marianna Madia dal Pd

Giulio Massa10/05/2026Aggiornato 09/05/20266 min lettura1.217 parole
il pestone

Una nuova “Casa riformista” viene presentata come alternativa al Pd, ma senza chiarire dove davvero si collochi su Ucraina, Medio Oriente, economia e giustizia. Più che una scissione politica, rischia di sembrare un’operazione di marketing per elettori moderati senza casa.


L’uscita di Marianna Madia dal Pd ha avuto un’eco probabilmente esagerata. Forse non si tiene sufficientemente in conto come il datato cursus honorum di Madia nel Pd giustifichi ampiamente — sia detto con la massima comprensione — la ricerca di una scialuppa di salvataggio in vista delle prossime scadenze elettorali.

Forse si sovrastima — e questo sia detto invece con il massimo rispetto — l’idoneità della stessa a innescare un effetto slavina capace di trascinare fuori dal Pd colonne di riformisti, centristi, moderati, asseritamente a disagio sotto la segreteria Schlein.

Vedremo cosa accadrà nei prossimi mesi, pronti a ricrederci, se del caso, sulla malizia e lo scetticismo di cui sopra.

C’è però un profilo dell’addio di Madia al Nazareno che, al contrario, è stato trascurato. Ci riferiamo all’assoluta assenza di dissensi programmatici rispetto all’attuale linea del Partito Democratico.

Assenza decisamente singolare quando si fuoriesce da un partito, tanto più se da un partito vero, non personalistico, espressione di una storia collettiva di militanza. Sono scelte solitamente travagliate, o che almeno ci si sforza di dipingere come tali.

Di norma, a dividere le strade è un dissenso politico ritenuto non più componibile. Nulla di tutto questo nel caso di Madia. La quale, al contrario, fin dalla prima intervista rilasciata al Corriere della Sera all’indomani dell’addio, ha tenuto a ribadire: «No, non sono uscita con un dissenso (…) la questione non è programmatica».

Qual è dunque la questione? A sentire Madia, e in particolare Matteo Renzi, che l’ha accolta in Italia Viva, la ragione della separazione risiede in quella che chiameremmo una sorta di “ingegneria di coalizione”.

Commentando l’arrivo di Madia, il leader di IV ha detto: «È una buona notizia per tutti. Lo è per i riformisti del centrosinistra che vogliono costruire una casa diversa ma collegata e complementare al Pd».

Il problema è che quando si vuole costruire una nuova casa bisognerebbe spiegare, al di là dell’utilizzo di parole civetta abusate e malate (riformismo, centrismo), cosa essa ha di diverso da quella che si abbandona. E cosa, quindi, quella aveva e ha di inadeguato.

Tanto più se ci si affretta a dire che la nuova casa sarà collegata al Pd. Rectius, considerati i rapporti di forza, ne sarà una pertinenza. E per traslazione sarà una pertinenza del Campo Largo a trazione piddino-contiana.

Per ora, invece, assistiamo solo all’enunciazione di mirabolanti ed efferate strategie elettorali. «Marciamo divisi per colpire uniti», annuncia il Clausewitz di Rignano, al quale difettano truppe, ma certo non spregiudicatezza e inventiva politica.

Ma sulla natura e i motivi della divisione nulla viene detto. Su ciò che distinguerebbe la marcia “divisa” dei riformisti non si va oltre la coltre fumogena di astratte quanto apodittiche autoaffermazioni identitarie.

Ma la Casa riformista di cui si vagheggia quale delle tante linee di politica estera presenti nel menu à la carte del Pd farà propria? Avrà una linea di appoggio finalmente incondizionato all’Ucraina?

Sarà una formazione in cui, per dirla con Fiano, non sarà una fatica militare da ebrei o farà propria la priorità del riconoscimento dello Stato palestinese, annunciato da Schlein?

In politica economica, si adeguerà al consueto “tassa e spendi” o sarà capace di sdoganare un vocabolario crescitista ormai espunto dalla grammatica piddina e fatto di parole come detassazione, sburocratizzazione, liberalizzazioni?

In materia di giustizia, si opporrà o no alla restaurazione giustizialista, alle controriforme dettate da ANM e pm di grido a una politica mai così subalterna come dopo la vittoria del No?

Sarebbe interessante saperne di più. Innanzitutto per capire come si penserebbe poi di governare, insieme a Schlein-Conte-Bonelli-Fratoianni, dopo aver brillantemente marciato divisi e colpito uniti.

Ma prima ancora, sarebbe doveroso che i sedicenti costruttori della Casa riformista chiarissero questi profili programmatici per allontanare una sgradevole sensazione. Quella, cioè, che si sia in presenza di una banale operazione di vuoto marketing politico.

Un’operazione per cui, dopo aver devotamente rifatto del Pd il focolare identitario della sinistra più bolsa, dopo aver blandito e corteggiato l’elettorato pentastellato facendosi supinamente dettare l’agenda da Conte, dopo aver insomma reso esteticamente indigesto il prodotto Pd a una fetta di consumatori, si decide di varare un brand destinato a quei residui rompiscatole di elettori della terra di mezzo tra destra e sinistra.

Un brand, però, sotto il quale non si cela nessuna reale differenziazione dagli indirizzi campolarghisti. Un brand che, alla fine dei giochi, confluirà in buon ordine nel prodotto “governativo” prestabilito.

Un brand che allo stile gruppettaro dell’armocromista di Schlein preferisce un look più sobrio e rassicurante, riflesso di una cultura di governo della quale però non c’è più traccia.

Insomma, questi addii “a freddo”, come quello di Madia, questi cantieri aperti in assenza di ogni contrapposizione programmatica, danno l’idea di un’operazione partorita in laboratorio.

Esattamente come la figura che meglio incarna questo sedicente riformismo centrista. Quella Silvia Salis alla quale tutti attribuiscono aprioristicamente un profilo di anti-Schlein in chiave moderata senza che si sia mai registrata, da parte sua, una sola presa di posizione che si differenzi in misura minimamente significativa dalla linea della segreteria Pd (in compenso l’abbiamo vista manifestare per la Flottiglia con la fascia da sindaco al petto e uno striscione «Israele Stato terrorista» alle spalle).

Ancora una volta, allora, ai meno giovani tra noi torna alla mente, di fronte a queste sfacciate e inconsistenti alchimie, la straordinaria gag di Angelo Massimino, l’indimenticabile presidentissimo del Catania calcio negli anni ’80.

«Presidente, al Catania manca l’amalgama!». «Ditemi dove gioca e io lo compro».

Ecco, l’impressione è che, per certi apprendisti stregoni all’opera nella bassa cucina politica, l’elettorato riformista e moderato equivalga a quell’amalgama.

Al tenero e vulcanico Massimino nessuno osò dire che amalgama non era un giocatore. La speranza è che gli elettori della terra di mezzo (una fetta di elettorato per la quale restiamo convinti ci sia un affannarsi di offerta non giustificato dalla modesta domanda) fiutino la patacca.

Per quanto disperati possano essere una volta ricevuta la scheda elettorale..


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3 pensieri su “Renzi, Madia e la nuova casa riformista. Con vista sul Pd

  1. rolm dice:

    Il defunto Terzo Polo aveva acquisito una discreta porzione elettorale per poter provare a influenzare le proposte del Parlamento.
    I soliti litigi e piccoli dissidi relativi più a questioni personali tra i vari leader di quella coalizione che ad argomenti sostenuti, hanno fatto terminare quell’esperienza e fatto un grosso favore alle parti politiche populiste ed estremiste.
    Alcuni fallimenti e malumori interni del e nel governo Meloni e nella coalizione imporrebbero di ripensare e riproporre quell’esperienza, invece di provare ad accordarsi nuovamente con un PD ideologicamente irrazionale e confuso.
    Il PD con Renzi si porterebbe solo dietro l’utilità di quei pochi voti per provare a vincere le elezioni; di certe proposte e idee l’attuale dirigenza del PD se ne fregherebbe altamente.
    D’altronde hanno fatto di tutto e raggiunto l’obiettivo di mettere Renzi e i suoi sostenitori ai margini della sinistra perché troppo virato verso il centro liberal-democratico, per accodarsi alla crescita elettorale al quel tempo dei 5 stelle.

  2. Stefano Piperno dice:

    Carissimo Giulio,
    la tua lucida analisi, in parte giustamente ironica, mi ha portato a ripensare al rapido disfacimento dei due governi Prodi,ad opera Bertinotti nel ‘98 e Mastella nel 2008.
    Per quanta abilità manovriera e intelligenza politica si debba riconoscere a Matteo Renzi, è difficile immaginare che il “campo largo” aggregato non si imbatterà nella stessa temperie a causa soprattutto della politica estera.
    Forse solo la ipotizzata nuova legge elettorale (si farà?) con più proporzionale e abolizione dei collegi uninominali potrebbe rimescolare le carte.

  3. Andrea Fanni dice:

    Bravo, Giulio.

    Hai espresso con lucidità, chiarezza e non poca obiettività i dilemmi e dubbi in cui tantissimi iscritti a Italia Viva, oltre a Riformisti, persone moderate e chiunque non voti per sciocca e sterile faziosità.

    Divenuto un influencer lui che ha sempre accusato la Renzi pare un disco rotto: Meloni, Meloni, Meloni!

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