Politica italiana
Rinnovamento controllato: Forza Italia cambia ma senza cambiare
Dentro Forza Italia il rinnovamento evocato resta per ora una gestione sorvegliata degli equilibri, più che una vera redistribuzione del potere. Le scelte su Gasparri, il ruolo di Gianni Letta e i vincoli dell’alleanza con Salvini mostrano un partito che si muove, ma senza davvero cambiare



Dentro Forza Italia il rinnovamento evocato resta per ora una gestione sorvegliata degli equilibri, più che una vera redistribuzione del potere. Le scelte su Gasparri, il ruolo di Gianni Letta e i vincoli dell’alleanza con Salvini mostrano un partito che si muove, ma senza davvero cambiare passo.
Forse un approfondimento su quanto sta accadendo dentro Forza Italia non è un esercizio privo di significato, anche alla luce di quanto sostenuto di recente da Carmelo Palma nel suo lucido articolo.
C’è un dettaglio, apparentemente secondario, che dice molto più di tante dichiarazioni ufficiali. Se davvero è in corso un processo di rinnovamento dentro Forza Italia, perché si parte da Maurizio Gasparri, senza coinvolgere il capogruppo alla Camera, cioè Paolo Barelli, uomo di assoluta fiducia di Antonio Tajani?
La domanda non è di natura funzionale, ma politica, perché la scelta del punto di partenza definisce la natura stessa del cambiamento: se sia reale oppure una riorganizzazione controllata, senza rotture.
Partire da Gasparri significa muoversi dentro un perimetro conosciuto, rassicurante. Una figura storica, che non mette in discussione gli equilibri interni né quelli di governo. Non è un incidente. È una scelta di metodo.
Il messaggio implicito è chiaro: si può parlare di rinnovamento, ma senza destabilizzare la filiera di comando costruita da Tajani.
Infatti, toccare anche Barelli avrebbe avuto un significato completamente diverso: avrebbe inciso direttamente sull’asse operativo del gruppo alla Camera e segnalato una volontà di redistribuzione del potere interno. Per ora non è successo.
Anche se la sostituzione con Stefania Craxi non è neutra. Il richiamo a Bettino Craxi e ai suoi rapporti personali con Berlusconi introduce un elemento di indirizzo politico preciso: una cultura riformista, laica, di governo, un ritorno alle origini che storicamente parlava al centro ma con autonomia, con la destra come stampella.
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È un segnale, ma ancora timido, perché resta interno al perimetro di maggioranza di Forza Italia e non ne incrina l’assetto complessivo, di necessità virtù.
A rendere il quadro ancora più interessante è il ruolo, discreto ma decisivo, di Gianni Letta, cui è stato affidato un incarico riservato dalla famiglia Berlusconi. Qui la domanda è inevitabile: qual è lo scopo? Letta non è un uomo di rottura, è un uomo di equilibrio.
Quando la sfinge cordiale entra in gioco, di solito significa garantire continuità con l’eredità berlusconiana, evitare conflitti interni fuori controllo e mantenere una linea compatibile con gli assetti di governo. In altre parole, presidiare la transizione, definendo tempi e metodi.
In sintesi, immettere forze nuove senza rottamare nessuno.
Con chiarezza, però, il punto vero è che l’auspicato rinnovamento di Forza Italia non si gioca dentro il partito, ma al di fuori, soprattutto nel sistema delle alleanze. Perché ogni scostamento dall’attuale posizione si scontrerebbe con un vincolo esterno: la permanenza nello stesso campo politico di Matteo Salvini.
A bocce ferme, qualunque apertura in direzione liberal-democratica resta strutturalmente velleitaria. Carlo Calenda non potrà mai essere compatibile con una coalizione che includa Salvini, e lo stesso vale, con modalità diverse, per Matteo Renzi, il quale comunque sembra più intenzionato a giocare la futura partita elettorale nel campo avverso.
In più, la dinamica interna al centrodestra si sta muovendo in una direzione che rende ancora più difficile cambi di equilibrio. L’emersione della figura di Roberto Vannacci spinge ulteriormente l’asse politico verso posizioni identitarie di estrema destra, rafforzando una platea utile sul piano elettorale, ma sempre più distante da una prospettiva centrista ed europea, anche perché i sondaggi accreditano il partito fondato dal generale di una percentuale in grado di erodere l’attuale maggioranza, costringendola a venire a patti con lui.
E tuttavia il quadro non è lineare. Il rapporto tra Giorgia Meloni e la famiglia Berlusconi, a partire dalla primogenita Marina, resta solido e improntato a una reciproca convenienza politica. È un elemento di stabilità che frena qualunque tentazione di rottura e rende più credibile una strategia di adattamento piuttosto che di un cambiamento in cerca di nuovi equilibri meno sbilanciati.
Dentro questa logica si possono leggere anche altri movimenti possibili. L’eventuale ingresso di Luca Zaia in un ruolo nazionale avrebbe un significato politico preciso: introdurre una figura profondamente diversa da Salvini, più amministrativa, più pragmatica, meno ideologica. Un contrappeso interno alla destra, capace di dialogare – almeno potenzialmente – con un’area moderata che oggi resta fuori.
Molto dipenderà da quale nuova legge elettorale riuscirà a varare questo governo, se in accordo con l’opposizione o in solitudine.
Ma anche qui si ripropone lo stesso schema: ogni apertura genera una contraddizione. Più si introduce un profilo come Zaia, più diventa evidente la distanza da Salvini. Più si richiama una tradizione come quella craxiana, più si rende difficile restare in un perimetro politico segnato da pulsioni sovraniste. Più si lascia intravedere un dialogo possibile con il centro, più si complica la coerenza dell’alleanza attuale.
Alla fine, tutto torna alla domanda iniziale. Perché iniziare da Gasparri senza Barelli? Perché il punto non è cambiare davvero gli equilibri, ma gestirli. E il compito affidato a Gianni Letta va letto esattamente in questa chiave: accompagnare una fase in cui si deve dare il segnale del movimento senza produrre una rottura.
Il risultato è un rinnovamento che esiste nelle intenzioni e nel linguaggio, ma resta differito e sospeso nella pratica. E finché il nodo delle alleanze non verrà sciolto, ogni segnale, anche il più significativo, rischia di restare esattamente questo: un segnale privo di conseguenze pratiche.

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