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Robert Musil e le due stupidità

Storia, costume e cultura

Robert Musil e le due stupidità

Oscar Wilde credeva che fosse "l'unico peccato" e Marcel Proust pensava di poterla riconoscere dalla forma del naso; per Cechov ne costituiva un segno rivelatore l'essere compresi dal proprio cavallo, mentre secondo Hofmannsthal un'intelligenza troppo acuta era la sua forma più pericolosa. Ognuno intende la stupidità

Gustavo Micheletti14/05/2025Aggiornato 15/05/20255 min lettura898 parole

Oscar Wilde credeva che fosse “l’unico peccato” e Marcel Proust pensava di poterla riconoscere dalla forma del naso; per Cechov ne costituiva un segno rivelatore l’essere compresi dal proprio cavallo, mentre secondo Hofmannsthal un’intelligenza troppo acuta era la sua forma più pericolosa.

Ognuno intende la stupidità secondo accezioni più o meno originali, ma poiché i diversi modi di concepire tale presunta deficienza fanno luce sulle rispettive visioni del mondo i pronunciamenti a riguardo possono provocare reazioni insospettate e accese discussioni.

Per un motivo analogo, chi scrive sulla stupidità può suscitare reazioni infastidite o immediate simpatie, e deve comunque correre il rischio di sembrare irrimediabilmente stupido. Del resto, quest’eventualità non dovrebbe preoccupare più di tanto. “Una certa stupidità è indispensabile”, sentenziava Jean Cocteau; e André Gide sosteneva che “il numero di stupidaggini che una persona intelligente può dire in un giorno è incredibile”, ammettendo poi senza difficoltà che lui stesso ne avrebbe dette quante gli altri se non avesse taciuto più spesso.

Ultimamente, il grande sviluppo dei media pare aver fornito alla stupidità un terreno particolarmente fertile e già Ennio Flaiano notava – in un elzeviro apparso sul Corriere della Sera del tredici Marzo del 1969 – che essa aveva fatto, grazie ai mezzi di comunicazione, “progressi enormi”, riuscendo a nutrirsi d’altri miti e persino a ridicolizzare il buon senso.

Come difendersene dunque? Secondo l’ex nouveau philosophe André Glucksmann l’unica difesa contro la stupidità consiste nel postularne il primato: “non si pensa senza stupidità giacché l’essenziale è il pensare ad essa, non si riesce a vivere fuori della sua presa perché si sopravvive solo contraddicendola senza tregua”.

Ben detto! Ma siamo certi che la stupidità costituisca una categoria monolitica e avvolgente e non piuttosto un’idea più articolata e composita?

In una conferenza tenuta a Vienna nel 1937 Robert Musil distingueva due tipi di stupidità: una “onesta” e l’altra “sostenuta”. La prima è il sintomo d’una mancanza d’intelligenza, la seconda dell’intelligenza sanziona il fallimento. La prima è una sorta di domenica del pensiero, una specie di “paese dei balocchi” della logica in cui frammenti di riflessioni errabonde passeggiano tenendosi a braccetto, a volte urtandosi senza residui polemici, altre volte suscitando irragionevoli empiti di commozione. Nel regno della stupidità onesta spira una brezza lievemente ironica e dubbiosa, si ha la sensazione d’una precarietà essenziale e ci si può trastullare senza colpa con un’ispirazione fugace e distratta.

Al contrario, nel regno della stupidità sostenuta non v’è spazio per il caso, la mente è sempre indaffarata con pensieri che non riguardano la vita dei pensatori medesimi ed è affaticata dall’esercizio continuo d’una intelligenza prevaricatrice e superflua.

“Questa stupidità sostenuta” – scrive Musil – “è la vera malattia della cultura. Descriverla è impresa quasi senza fine. Essa tocca i valori più alti dello spirito e contribuisce a vivacizzare la vita spirituale, ma soprattutto la rende incostante e sterile. Non v’è pensiero importante che essa non sappia utilizzare, è mobile in tutte le direzioni e può indossare tutte le vesti della verità. Non è una malattia mentale, eppure è la più letale delle malattie dello spirito: è una malattia pericolosa per la vita stessa”.

Certo, come Musil sostiene, bisognerebbe stanarla innanzitutto in se stessi, senza aspettare di riconoscerla nelle sue grandi epidemie storiche. Ma come riconoscerla? Nel caso della “stupidità onesta” il problema può essere relativamente semplice: infatti, trattandosi di un difetto dell’intelligenza, esso può essere facilmente riconosciuto da tutte le persone che presumono d’esserne immuni, tra i quali sono sicuramente da annoverare gli esponenti del secondo tipo.

Ma il riconoscimento di questi ultimi può rivelarsi problematico, poiché essi non solo non difettano di qualità razionali, ma sono anzi incessantemente impegnati ad esibirne le prerogative più brillanti.

È tuttavia ipotizzabile che siano proprio i rappresentanti del primo tipo a saper individuare meglio i sintomi del secondo. Gli “stupidi onesti” sanno infatti cogliere al volo la sproporzione tra contenuto e vigoria dell’intelligenza, tra il rigoglio delle argomentazioni e la loro sterilità. Non potendosi addentrare in una discussione con i loro contraltari psicologici per l’assenza di motivazioni adeguate, gli “stupidi onesti” evitano infatti istintivamente di scivolare dal loro regno – che, come ricorda ancora Musil, “anche nella teoria è vario e gradevole” – in quello opprimente e inospitale dei loro interlocutori “sostenuti”.

La scarsa propensione degli “stupidi onesti” a fornire una qualche resistenza alla “stupidità sostenuta” non induce comunque quest’ultima a disarmare, ma pare anzi incoraggiarla e rinvigorirla, tanto che a volte sembra in grado di fare un sol boccone della stessa verità.

Ne L’uomo senza qualità Musil ci fornisce però una spiegazione anche di quest’ultimo esiziale fenomeno: esso dipenderebbe dal fatto che “non esiste una sola idea importante di cui la stupidità non abbia saputo servirsi, perché essa è pronta e versatile e può indossare tutti i vestiti della verità. La verità invece ha un abito solo e una sola strada, ed è sempre in svantaggio”.


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