\n\n\n\n\n\n

Rompere gli schieramenti: un pensiero complesso per Israele

Israele

Rompere gli schieramenti: un pensiero complesso per Israele

La guerra in Israele, prima ancora che un fatto geopolitico, è diventata uno stato della mente. Un vortice che risucchia ogni discorso, costringendo pensieri e persone a schierarsi in una contesa che non ammette neutralità. Di fronte alla complessità degli eventi e all'orrore delle immagini, il bisogno umano di

Alessandro Tedesco01/07/2025Aggiornato 30/06/20254 min lettura804 parole
Anteprima

La guerra in Israele, prima ancora che un fatto geopolitico, è diventata uno stato della mente. Un vortice che risucchia ogni discorso, costringendo pensieri e persone a schierarsi in una contesa che non ammette neutralità. Di fronte alla complessità degli eventi e all’orrore delle immagini, il bisogno umano di trovare un appiglio, una certezza morale, diventa quasi irresistibile.

E così, si sceglie una narrazione. Una volta scelta, essa diventa la nostra cura quotidiana contro il dubbio. La rassegna stampa del mattino si trasforma nella ricerca della dose che confermi la nostra posizione. Ogni notizia, ogni analisi che si allinea è un sollievo; ogni fatto che la contraddice, ogni sfumatura che la complica, viene percepito come un veleno, una minaccia da espellere. In questo processo, senza quasi accorgercene, sacrifichiamo la comprensione sull’altare dell’appartenenza. Lo spazio per un pensiero equilibrato, che accetti le contraddizioni, si dissolve.

Eppure, per chi voglia davvero capire, le crepe in ogni narrazione monolitica esistono. La prima, e forse la più significativa, proviene proprio da dentro Israele. Non è più possibile ignorare la voce, sempre più forte, di una parte della sua società che dice “basta”. Una voce che non si limita a chiedere la fine delle ostilità, ma che pone domande radicali sulla leadership e sugli obiettivi stessi del conflitto. È una voce che separa, con una lucidità brutale, la sopravvivenza di un governo dalla sicurezza a lungo termine di uno Stato.

Questa critica interna svela un vuoto strategico che dall’esterno si fa fatica a percepire. L’uso della forza militare, anche quando efficace, diventa fine a se stesso se non è un passo verso un traguardo politico. Una nazione può dimostrare una forza formidabile, ma quella forza si trasforma in debolezza se non è guidata da una visione per il futuro, da un piano che vada oltre la prossima operazione o la prossima tornata elettorale.

La vera forza di una democrazia come quella israeliana, impegnata in un conflitto esistenziale ed unica nel suo contesto mediorientale, ci ricordano queste voci, non risiede solo nei suoi piloti e nella sua tecnologia. Risiede, piuttosto, nella capacità dei suoi leader di usare la potenza militare per un fine superiore: non la vana ricerca di accordi politici duraturi con chi rifiuta la sua stessa esistenza, ma l’imposizione di condizioni di sicurezza tali da creare un nuovo e più stabile equilibrio strategico, garantendo un futuro al paese che vada oltre la gestione della prossima, inevitabile crisi. Quando questo non accade, la guerra cessa di essere uno strumento di sicurezza e diventa un motore per l’autoconservazione del potere.

Al contempo, non si può ignorare come questo vuoto strategico sia stato accompagnato da una profonda arroganza nella guerra dell’informazione. L’incertezza lasciata sul campo della comunicazione, la mancanza di una contro-narrazione efficace e trasparente, ha creato un terreno fertile per la propaganda avversaria.

Ha permesso che un tarlo, quello del dubbio, si insinuasse anche nelle menti di chi cercava onestamente di capire. È innegabile che la narrazione degli eventi sia stata spesso unilaterale, ma è anche vero che da parte israeliana si è fatto troppo poco per contrastarla con i fatti, peccando sia di superbia che di superficialità.

Cosa resta, dunque, a noi osservatori esterni? Resta il dovere di complicarci la vita. Di smettere di cercare la conferma quotidiana delle nostre tesi e iniziare a cercare attivamente i fatti e le opinioni che le mettono in crisi. Significa ascoltare le voci del dissenso interno a Israele, che non sono meno sioniste o meno patriottiche, ma che propongono un’idea diversa di sicurezza e di futuro.

Significa riconoscere le responsabilità del governo Netanyahu senza per questo chiudere gli occhi di fronte all’ideologia di morte promossa da Hamas, che è solo un’appendice di un fronte teocratico che lo sostiene. Significa ammettere che la storia non è mai un racconto unico, ma un groviglio di verità parziali, di documenti, di testimonianze e di propagande contrapposte.

Credo che sia giunto il momento di rompere gli schieramenti e aprirsi ad opinioni e fatti contrastanti. Solo da qui potremo ripartire.


Se ti è piaciuto o se non ti è piaciuto questo articolo, scrivilo nei commenti.


InOltre è completamente gratuito ed è il frutto della competenza e della passione di molte persone che lavorano senza fini di lucro. Se desideri contribuire con un piccolo supporto, puoi farlo effettuando un bonifico come di seguito specificato oppure cliccando sui pulsanti che vedi, scegliendo l’opzione che più preferisci. Le donazioni verranno utilizzate per i costi di mantenimento del sito e per altre attività editoriali.

Grazie per il vostro supporto!

Bonifico bancario intestato a Inoltre Ente del Terzo Settore con Causale: donazione/erogazione liberale a favore di Inoltre ETS.

Codice Iban: IT55A0306909606100000404908

Tag editoriali

Supporto editoriale

Sostieni questo progetto editoriale

Se ti è piaciuto o se non ti è piaciuto questo articolo, scrivilo nei commenti.

InOltre è completamente gratuito ed è il frutto della competenza e della passione di molte persone che lavorano senza fini di lucro. Se desideri contribuire con un piccolo supporto, puoi farlo effettuando un bonifico oppure scegliendo una delle opzioni di donazione disponibili. Le donazioni verranno utilizzate per i costi di mantenimento del sito e per altre attività editoriali.

Grazie per il vostro supporto!

Bonifico bancario intestato a Inoltre Ente del Terzo Settore con causale: donazione/erogazione liberale a favore di Inoltre ETS.

Codice IBAN: IT55A0306909606100000404908

PayPalOffrici un caffèDona con Satispay

2 pensieri su “Rompere gli schieramenti: un pensiero complesso per Israele

  1. Maria Nadia dice:

    Grazie Alessandro Tedesco, questo articolo è una sveglia, un metterci davanti allo specchio per vedere ogni ruga della nostra coscienza.
    Sono sempre stata consapevole della mia partigianeria per Israele che mi faceva vedere il bene da una parte sola. Anche se, all’inizio, ho addirittura sospettato Netanyahu di essere a conoscenza del pogrom del 7 Ottobre e di aver finto di ignorarlo per essere giustificato nella guerra di ritorsione. So che i torti non sono mai da una parte sola, ma il peso emotivo del giudizio mi fa comunque propendere per Israele e, devo ammettere, i morti palestinesi non valgono mai come quelli israeliani.
    La mia partigianeria è anche sollecitata in funzione di contrasto all’onda crescente di sostenitori di Hamas e di antisemitismo.
    E in fondo spero che Israele vincerà questa guerra in modo definitivo e inequivocabile perché una vittoria parziale significherà solo il protrarsi nei secoli dell’odio e dello scontro.
    Cioè a dire: due popoli due stati sarà possibile solo se uno dei due NON sarà palestinese.

    • Alessandro Tedesco dice:

      Ciao Nadia. Grazie per il tuo commento.
      Tutte le persone di buon senso non possono che augurarsi che Israele vinca questa guerra. Ma a che prezzo? E soprattutto per cosa? Io non sono convinto che Bibi fosse a conoscenza di quanto potesse succedere il 7 ottobre, ma sicuramente Hamas è l’altra faccia della medaglia dei suoi governi. Non voglio ora addentrarmi in una analisi di cosa e quanto è stato fatto e da Netanyahu, voglio solo mettermi dal Punto di vista degli israeliani, di quelli di cui mi fido, della gente che conosco, dei genitori che vedono morire i loro figli, dei giovani che iniziano a scappare a non volerne più sentire. Mi metto dalla parte di chinosserva come questa guerra non abbia nessun piano di uscita, nessun progetto politico se non di distruzione. E così pure di Israele. È diventata uno strumento politico in mano a estremisti e fondamentalisti, a chi può trarne vantaggio per il suo gruppo, non certo per la sopravvivenza di Israele.
      Per questo dico fermiamoci e ragioniamo. Cerchiamo di capire la complessità e le diversità, anche nell’opinione israeliana.
      Del mondo opposto sappiamo che non c’è nulla da fare, ma possiamo reagire conoscendo la complessità di Israele.
      Cari saluti Nadia
      Alessandro

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *