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Se a Venezia “è morta l’idea di uguaglianza” anche il senso del ridicolo non si sente tanto bene
La botta arriva tra capo e collo la domenica mattina. E‘ vero che ormai siamo abituati ad accogliere i titoli del “Corriere della sera” alla stregua di vere e proprie epifanie. Per dirne una: al tempo dei primi, macabri rituali di liberazione degli ostaggi israeliani da



La botta arriva tra capo e collo la domenica mattina. E‘ vero che ormai siamo abituati ad accogliere i titoli del “Corriere della sera” alla stregua di vere e proprie epifanie. Per dirne una: al tempo dei primi, macabri rituali di liberazione degli ostaggi israeliani da parte di Hamas, il Corrierone annunciava che gli ostaggi “lasciavano la Striscia”, verbo sufficientemente ambiguo ad occultare la ragione del loro esserci, là a Gaza, nonché’ la presenza di carcerieri.
Questa volta, però, al diavolo i margini interpretativi. Il titolo della rubrica delle lettere di Aldo Cazzullo (che fu “La Stanza” di Montanelli, giusto per non dimenticare) non lascia spazio ad ambiguità. Tantomeno a speranze. La sentenza, riferita allo “scandalo” delle nozze in laguna di Jeff Bezos e consorte, è senza appello: “Muore a Venezia l’idea dell’uguaglianza tra gli uomini”.
“E la Madonna!”. Il tormentone reso immortale da Renato Pozzetto parrebbe la reazione più adeguata, seppure un po’ da bar, all’iperbolica conclusione di Cazzullo.
Ma di certo le apparenze ingannano. Di certo, l’ottimo Cazzullo, affascinato come molti (quorum ego) dal nesso, decadente e per nulla macabro, tra Venezia e morte, aveva invece in mente un suggestivo articolo pubblicato, a gennaio 2022, sul prestigioso New Yorker.
L’articolo, intitolato “Thomas Mann’s brush with darkness” e a firma del poliedrico critico culturale Alex Ross, si occupa ovviamente della più famosa “Morte a Venezia” finora conosciuta (almeno fino al decesso dell’idea di uguaglianza, colpita a morte dai confetti di Bezos).
L’interesse dell’articolo di Ross risiede nel fatto di proporre una lettura del capolavoro di Mann non solo nei consueti termini di tragedia decadente, ma anche come una sofisticata forma di autosatira sul narcisismo artistico, ossessionato dal “grande stile”.
A tal fine, secondo Ross, la prosa di Mann, da molti scambiata per “maestosa” è in realtà consapevolmente esagerata. Lo sforzo stilistico di Aschenbach, profuso nel descrivere la bellezza di Tadzio e la propria ossessione erotica, sconfinerebbe, secondo Ross, nel ridicolo. “Morte a Venezia è, segretamente, una commedia in un registro molto cupo. La grandiosità del narratore va oltre il limite e diventa ridicola”.
Ecco, sarebbe un peccato se questo registro colto ed autoironico non venisse intuito nel pezzo di Cazzullo. Se sfuggisse, in quella certificazione di avvenuto decesso dell’idea di uguaglianza in conseguenza delle piaghe procurate dallo sposalizio diffusosi come il colera tra le calli veneziane, l’esercizio di autosatira dell’autore, ben consapevole di essere esponente autorevole dell’intellighenzia di questo Paese.
Se, infatti, non si coglie questa autoparodia, magari perché inopinatamente assente, rimane solo da consolarsi al pensiero che l’idea di uguaglianza tra gli uomini, seppur spirata in questo weekend, ha comunque vissuto ben più a lungo del senso della misura e del senso del ridicolo dei nostri editorialisti. Entrambi morti da un pezzo.
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Se poi il signor Cazzullo (nomen omen?) ci volesse anche gentilmente spiegare di quale genere di uguaglianza sta parlando…
Perfetto